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Il rumore del silenzio

Roma, 24 ottobre 2026 Manifestazione a Roma Cortei contro la Guerra, contro il governo e il Carovita.

Una generazione da capire, prima ancora che da giudicare. Tra fragilità precoci, rabbia, solitudine e gesti di violenza, i giovani interrogano il mondo degli adulti. Ne parliamo con Fabio Santarini, psichiatra riminese, che nel suo lavoro incontra quotidianamente ragazzi e famiglie e invita a guardare oltre i comportamenti, per cercarne le ragioni.

Dottor Santarini, si parla sempre più spesso di giovani che ricorrono a psicofarmaci e sostegno psicologico. Siamo davanti a una generazione più fragile?

“Confermo l’aumento dell’uso di psicofarmaci e medicinali, così come il ricorso a medici e psicologi. Colpisce soprattutto la precocità: se in passato le richieste di aiuto arrivavano intorno ai 19 anni, oggi riguardano anche ragazzi di 14. Non significa necessariamente che siano aumentate le patologie. Spesso incontriamo sintomi di disagio, insicurezza e fragilità. C’è una difficoltà crescente a tollerare frustrazione, limite, fallimento e attesa. Anche il ricorso al Viagra a 18 anni è un segnale che merita attenzione”.

Molti giovani sono scesi in piazza, anche a Rimini. Che cosa raccontano queste mobilitazioni?

“Pur molto diverse fra loro, esprimono un bisogno reale di una generazione. I giovani vivono in un mondo meno sicuro: c’è incertezza sul futuro climatico, politico e sociale, per non parlare del lavoro.  Tutto questo alimenta una diffusa insicurezza personale”.

E la rabbia che emerge nelle proteste?

“Dare la colpa a qualcuno per una situazione che non piace è un meccanismo normale.  Nelle difficoltà, individuare un bersaglio riconoscibile, qualcosa di esterno a sé, è un comportamento tutt’altro che nuovo. Siamo davanti a un’espressione di rabbia e insoddisfazione”.

Come leggere invece le frange violente e i danneggiamenti?

“Purtroppo c’è chi approfitta delle situazioni di massa, nate con determinate idee e obiettivi, per mettere a segno azioni delinquenziali che rischiano di compromettere l’intero movimento”.

A Villa Verucchio, un gruppo di giovanissimi ha devastato il parco e la scuola media. Come si arriva a distruggere luoghi che appartengono alla propria comunità?

“Le indagini chiariranno la vicenda. Credo però che abbia giocato un ruolo non secondario l’effetto branco. Qualcuno tira le fila e il resto del gruppo si accoda. La vandalizzazione, secondo le prime ricostruzioni, non sembra avere motivazioni eversive o essere l’espressione di una rabbia diretta contro qualcosa. Potrebbe essere, ribadisco il condizionale, più riconducibile al fare per il fare”.

Dove sono gli adulti? Famiglia, scuola e istituzioni hanno perso autorevolezza?

“Dovremmo anzitutto chiederci se le famiglie sapessero qualcosa o fossero del tutto ignare di ciò che accadeva ai figli. Ma il discorso non si ferma alla famiglia. I reati vanno puniti, certo, ma se ci limitassimo alla punizione senza cercare le cause che possono aver favorito comportamenti così gravi, avremmo fallito. Dobbiamo parlare di persone, non soltanto di gruppi. Chiederci chi sono questi ragazzi, da quali contesti familiari e sociali provengono, quali difficoltà hanno incontrato. Poi verificare concretamente che cosa possiamo fare. Politica, amministrazioni, scuola, famiglia, parrocchie, associazioni e sport devono domandarsi come rispondere a quei bisogni. Un quadro esposto in un museo, se lo ammiri solo da lontano, ti fa perdere la sua bellezza; se lo guardi troppo da vicino, ne perdi il contesto. Occorre trovare il giusto punto di osservazione”.

Punire o recuperare? Come si tengono insieme le due esigenze?

“La punizione è necessaria, purché sia rieducativa. Il caso del senzatetto Andrea Severi, al quale quattro ragazzi riminesi diedero fuoco nel 2008 mentre dormiva su una panchina, è esemplare. Tre uscirono dal carcere per intraprendere un percorso lavorativo in comunità; soltanto l’esecutore materiale rimase in cella. Quel percorso riabilitativo fece discutere e costrinse molti a porsi delle domande. Un ragazzo può «terminare» la propria vita a 12, 14 o 18 anni perché ha commesso un reato? Va punito in misura proporzionata alla gravità di ciò che ha fatto, ma sempre con una prospettiva di rieducazione. Bisogna offrirgli una seconda possibilità”.

Siamo sempre connessi, ma spesso soli. I social amplificano rabbia e senso di esclusione?

“La rabbia si nutre della mancanza di dialogo, e questa carenza di ascolto viene amplificata dai social. Non si tratta di demonizzarli, ma di esercitare discernimento. Oggi siamo tutti connessi, ma è come se vivessimo in un tunnel. Facciamo fatica ad ascoltare le posizioni degli altri, soprattutto quando non coincidono con la nostra visione del mondo. Spesso i nostri non sono dialoghi, ma monologhi”.

Don Oreste Benzi diceva: «Facciamo le cose con loro, non per loro». Vale anche per i giovani?

“Certamente. Oggi i giovani sono spesso parte passiva nei meccanismi decisionali. Non vengono coinvolti in scelte che li riguardano nel medio e lungo periodo. Il mondo adulto continua a ragionare con parametri e linguaggi lontani dalle nuove generazioni. Faccio un esempio professionale: non amo la musica trap, ma se voglio entrare in contatto con i miei giovani pazienti devo conoscerla e, in qualche modo, praticarla nel dialogo con loro. Altrimenti vengo percepito come distante e il confronto diventa più difficile”.

Da dove ripartire per restituire fiducia e speranza?

“L’attuale generazione di padri e madri ha perso i punti di riferimento. Diceva il cardinale Biffi: «Quando gli uomini non credono più a Dio, non è che non credano a nulla: credono a tutto». Senza voler fare un discorso confessionale, ritengo che la mancanza di senso sia oggi un vero male di vivere. Perché alzarsi al mattino? Perché studiare, lavorare, vivere accanto a una persona, mettere al mondo figli? «Facciamo cose, vediamo gente», diceva Nanni Moretti. Il senso della vita è la questione fondamentale. Quando manca, diventa difficile progettare il futuro, crescono insicurezza e paura. E quando mancano le risposte, nasce la rabbia”.

Che ruolo possono svolgere le comunità, le parrocchie, le associazioni?

“Tutte le istituzioni hanno un ruolo decisivo nella crescita di una generazione. Anche la Chiesa e le parrocchie, straordinari luoghi di crescita e relazione. Mi pare, tuttavia, che attraversino una difficoltà di comunicazione e di credibilità, che rende più difficile essere ascoltate”.

Che cosa direbbe a un ragazzo arrabbiato, che non si sente capito e non vede un futuro?

“Gli consiglierei di utilizzare le parole. Spesso si ricorre alla violenza quando non si hanno argomenti, quando non si sa che cosa dire. Se riesco a esprimere a un’altra persona il mio problema, la mia insoddisfazione, le mie paure, posso trovare non soltanto ascolto, ma anche un punto di vista diverso che mi aiuti ad affrontare la questione”.

Ma per essere ascoltati occorre qualcuno disposto a farlo.

“Nella mia professione, davanti a un ragazzo in difficoltà, posso prescrivere una puntura oppure dedicargli prima trenta minuti di ascolto. Oggi manca proprio l’ascolto, perché il tempo ci sfugge dalle mani. Non il kronos, che resta sempre uguale, ma il kairos, il tempo opportuno, quello della relazione e dell’incontro. La carenza di ascolto chiama in causa tutti quanti”.