
La voce che si leva dalle piazze europee e italiane non nasce da un semplice disagio generazionale. È il segnale di una gioventù che chiede di contare, di partecipare e di ridisegnare un futuro più giusto. I giovani non contestano solo ciò che non funziona: denunciano l’abisso tra le promesse delle istituzioni e la realtà quotidiana, tra i valori sbandierati e le scelte economiche che condizionano le loro esistenze. Dobbiamo interrogarci sulle responsabilità delle istituzioni nel creare il terreno fertile in cui germogliano rabbia, esclusione e conflitto.
La violenza non si esaurisce nelle armi, né nei saccheggi. Esiste una violenza sistemica, invisibile ma implacabile: quella che produce povertà e disuguaglianze, che umilia, esclude e trasforma l’insicurezza in una condizione permanente. È una violenza che si insinua nelle strutture economiche, nel linguaggio e nell’indifferenza con cui accettiamo sofferenze evitabili. È il terreno su cui prospera la necropolitica: il potere di decidere quali vite proteggere e quali lasciare esposte all’abbandono o alla morte. Abbiamo bisogno di condizioni sociali e politiche in cui i conflitti non degenerino. Ma la pace non si ottiene invocandola: richiede competenze. Servono pensiero critico, alfabetizzazione mediatica e digitale per smascherare algoritmi e manipolazioni. Servono educazione emotiva, ascolto e comunicazione nonviolenta per trasformare il dissenso in confronto costruttivo. Competenze fondamentali che non possono essere affidate alla buona volontà di singoli insegnanti o associazioni, ma che devono diventare pilastri strutturali dei percorsi educativi, delle amministrazioni e delle politiche pubbliche. Senza un investimento programmatico nella formazione dei cittadini e nella prevenzione sociale, la convivenza civile rischia di rimanere un guscio vuoto, costantemente esposto alla cassa di risonanza dell’odio e della paura. Ed è proprio a questo orizzonte a cui risponde la scienza amministrativa del peacebuilding, che trova nel Ministero della Pace come innovativo dicastero di politiche attive, una struttura capace di restituire alla pace la dignità di priorità pubblica e di bene comune. Riconoscere la pace come funzione essenziale dello Stato significa dotarla di responsabilità definite, continuità d’azione e risorse adeguate. Un Ministero della Pace darebbe finalmente coerenza a politiche oggi frammentate tra educazione, politiche giovanili, cooperazione internazionale, servizio civile e difesa nonviolenta e non armata. Potrebbe promuovere programmi permanenti di educazione alla pace, sostenere i territori nella gestione dei conflitti. Non dobbiamo chiedere ai giovani di smettere di protestare.
Dobbiamo costruire istituzioni capaci di ascoltare le ragioni della loro rabbia e di trasformarle in cambiamento.
Laila Simoncelli
