La Traviata in un nuovo allestimento di Andrea Bernard ultimo titolo della stagione lirica al Galli
RIMINI, 25 novembre 2026 – Il rigore perbenista con cui Giorgio Germont affronta Violetta per convincerla a lasciare suo figlio Alfredo – una escort non rappresenta esattamente la nuora ideale – appare ancor più esagerato, in un contesto come quello concepito dal regista Andrea Bernard per la sua nuova Traviata, di quanto previsto dal libretto di Piave musicato da Verdi. Tanto più che Alfredo, caratterialmente, sembra un po’ ondivago e, al pari degli amici, manifesta i limiti di certa gioventù di oggi, viziata e che spesso vive alle spalle dei genitori: proiettata solo sull’apparenza o con soldi fatti troppo facilmente.

Basterebbe vedere quello che succede fin dal primo atto, quando gli ospiti della festa in casa di Violetta sembrano più desiderosi di avventarsi su piatti e bicchieri che godere dell’ospitalità della padrona di casa; mentre quando prende quota la storia d’amore fra i due, la protagonista viene sommersa da lanci di rose rosse (non camelie!), quasi in modo aggressivo, sintomo di una malcelata invidia. Persino l’amica Flora, in abiti maschili da dominatrice – trascina al guinzaglio il suo Marchese d’Obigny – non evidenzia alcuna empatia nei confronti dell’amica, né la cameriera Annina appare partecipe nei confronti della malattia della padrona. Per non parlare, poi, della festa in casa di Flora dove zingarelle e toreri – ridotti a un solo esemplare ciascuno – configurano tutta la volgarità odierna, con ammiccamenti in grado di soddisfare ogni genere di voyeurismo. Questo, dunque, è il milieu mondano cui appartiene la protagonista: solo alla fine, quando in punto di morte lascia come propria effige ad Alfredo una rivista patinata su cui è ritratta in copertina, si capirà che è stata una modella.
Dal punto di vista visivo lo spettacolo è comunque piacevole a vedersi, per merito delle scene di Alberto Beltrame che concepiscono una sorta di red carpet: formato da una grande pedana rossa al centro del palco (ricoperta da un enorme telo bianco) che, di volta in volta, si trasforma in desco, nell’arredo dell’abitazione di campagna, tavolo da gioco e letto di morte. Funzionali le luci di Marco Alba, che valorizzano lo spazio, e i costumi di Elena Beccaro, ben armonizzati con le scelte cromatiche del bianco e del rosso.
Sul versante musicale La traviata vista al Teatro Galli procede senza scosse. Jacopo Brusa si conferma concertatore di solido mestiere e riesce a ottenere dall’Orchestra Filarmonica Italiana sonorità corrette e un’apprezzabile varietà dinamica. Il direttore è attento anche agli interpreti, in modo da creare un buon equilibrio tra buca e palcoscenico. Figura bene pure il Coro Lirico e Sinfonico di Parma e dell’Emilia-Romagna, preparato da Andrea Bianchi, cui la regia chiede impegnativi interventi scenici.
Protagonista il giovane soprano triestino Elisa Verzier, che costruisce un personaggio quasi adolescenziale, in grado di trasmettere quell’idea di fragilità fisica attribuito dal libretto alla malattia, mentre qui le deriva dal ruolo sociale. Dopo un primo atto in cui si avvertiva qualche limite di volume, scandito da una dizione poco nitida, è andata in crescendo nell’arco della recita, sfoderando apprezzabili risorse vocali, che sono culminate in un Addio del passato intenso ed espressivo. Percorso inverso per il tenore Matteo Falcier, che ha figurato meglio nella prima parte dove la scrittura verdiana è più leggera, mentre quando si appesantisce con la cabaletta del secondo atto (Oh mio rimorso! oh infamia!), ha sostenuto con maggiori difficoltà il suono. Collaudato interprete verdiano, il baritono Giuseppe Altomare ha disegnato un Germont forse fin troppo austero, di precisione inappuntabile ma voce piuttosto cavernosa e, comunque, avara di scorrevolezza e poco fluida nel ‘legato’. Il personaggio sembra così smentire – con la sua austera grisaglia e l’aspetto impiegatizio – ciò che insinua la regia: l’idea che pure lui, in precedenza, abbia avuto una relazione con Violetta. Un po’ anonima sul piano vocale invece Flora, gratuitamente istrionesca, del mezzosoprano canadese Janessa O’Hearn. Gli altri comprimari erano il tenore Raffaele Feo, un ipercinetico Gastone, l’aitante D’Obigny di Lorenzo Liberali, il massiccio Douphol di Giulio Riccò e l’Annina giovane e distaccata di Rosa D’Alise.
Per Bernard si tratta della terza regia, ogni volta diversa, di Traviata; per il pubblico del Galli – da quando il teatro è stato riaperto nel 2018 dopo una chiusura durata settantacinque anni – anche. Ci sarebbe forse qualche altro titolo da proporre ai riminesi.
Giulia Vannoni





