Faust ha inaugurato la stagione di Cracovia in un nuovo allestimento di Michał Znaniecki
CRACOVIA, 17 e 18 ottobre 2026 – Il sipario si apre su un boccascena incorniciato da un ovale che evoca lo storico teatro di Cracovia, adesso non più utilizzato per l’opera e sostituito da una nuova sala di concezione ultramoderna. Sta per cominciare Faust, che nella declinazione musicale di Gounod (1859) fu un titolo assai popolare nei cartelloni lirici: più per le pregevoli pagine musicali, e il suo finale edificante, che per la piena coscienza del testo di Goethe. Riproporre quest’opera, oggi, impone però una lettura che non si esaurisca nella convenzionalità del testo francese di Barbier e Carré, ma riporti al centro il valore della matrice letteraria e le sue suggestioni filosofiche.

La regia di Michał Znaniecki recupera pertanto quel Prologo in teatro, ignorato dal libretto, che precede il testo originale (Goethe lo aveva fatto seguire da un Prologo in cielo, cassato parimenti da Gounod e utilizzato invece da Boito nel suo Mefistofele). Dietro ai fregi che fanno da cornice al palcoscenico qui siede il vecchio Faust – un anziano regista di oggi – assorto nei suoi pensieri, mentre sulle poltrone di quella che ricorda una platea arrivano gli altri personaggi del prologo goethiano: il Direttore del teatro, il Poeta e l’Attore (si scoprirà poi che sono gli interpreti di Wagner, Siebel e Marta), impegnati a confrontarsi sull’eterno dilemma se uno spettacolo debba mantenere fede a ideali artistici, oppure limitarsi a compiacere il pubblico. Quando finalmente comincia la musica, il vecchio Faust – sulle note del Preludio – prende a recitare stralci dell’Avvertenza di Goethe, sempre mantenendosi in simbiosi con l’andamento musicale; inizia poi a cantare, mentre di lì a poco un’acrobata, simbolo della giovinezza perduta, volteggia in aria con grazia (l’incantevole Klaudia Bauer). In preda allo sconforto l’anziano protagonista non farà però ricorso, come vorrebbero le didascalie, al veleno per uccidersi: si limita a scuotere rabbiosamente il cerchio cui è appesa la ragazza, destinandola alla morte. A prenderne il posto, un cappio di corda per impiccarsi. Intanto la scena assume una fisionomia sempre più simile a una sala teatrale: dal palco centrale si affaccia Méphistophélès, mentre, intonando il suo A moi les plaisirs, si materializza il tenore destinato a interpretare nel resto dell’opera Faust, ormai ringiovanito dal patto diabolico.
Salvo qualche taglio, la vicenda si dipana poi nell’arco dei cinque atti del libretto e, a sottolineare il suo fascino immarcescibile anche al di là delle radici goethiane, contribuisce l’espediente del teatro del teatro:
i coristi – in abiti ottocenteschi – incarnano un pubblico attonito e partecipe affacciato dai palchi. Solo nel malinconico e poetico finale, quasi a sancire un’ideale riconciliazione tra vecchiaia e gioventù, ricomparirà poi l’anziano Faust: pronto ad accogliere fra le sue braccia il proprio giovane alterego, in lacrime davanti alla morte di Marguerite e al fallimento dell’utopia mefistofelica. Tra gli altri momenti indimenticabili dello spettacolo, da ricordare poi il ritorno dei reduci nel quarto atto. Vi affiora una straziante visione della guerra, assai lontana dalla retorica celebrativa descritta nel libretto, e che culmina nel caos quasi orgiastico dell’ospedale dove vengono ricoverati i feriti: immagini che innescano cortocircuiti inquietanti con il ruolo attuale della medicina, e utili a ricordarci che Faust resta, comunque, un dottore.
Altrettanto importante è stato il lavoro di Znaniecki sulla recitazione. Lo si coglie ancor più mettendo a confronto le due differenti compagnie di canto – su un totale di tre – che hanno accolto in modo diverso le indicazioni registiche: a cominciare proprio dal personaggio di Faust vecchio, interpretato da attempati, celebri tenori polacchi, che ovviamente avevano affrontato in gioventù questo ruolo. La prima sera Adam Zdunikowski, seppure a fine carriera, si è dimostrato ancora in grado di sostenere gli interventi canori richiesti dallo spettacolo; mentre il giorno dopo l’ancor più anziano Janusz Dębowski – ormai più artista che cantante – era commovente nel manifestare il disagio esistenziale, e il distacco, tipici della vecchiaia. Dovendo poi estrapolare i migliori interpreti nei due cast ascoltati, si segnala in primo luogo Marcelina Román, soprano dalla linea di canto suadente ed espressiva, molto comunicativa anche sul piano gestuale: la sua Marguerite è stata prima ritrosa e spaesata, poi sempre più passionale, in seguito dolorosa immagine della follia per l’uccisione del bambino e infine eroina tragica quando implora il perdono divino. Notevolissimo anche il baritono Stanislav Kuflyuk, interprete di Valentin, per il timbro brunito e uno straordinario sostegno del suono. Quanto alle due coppie Faust-Méphistophélès, forse migliore la resa scenica di quella costituita dall’atletico Szymon Rona e dal monumentale Wołodymyr Pańkiw: vocalmente però più a fuoco il tandem formato dal tenore Jakub Luboiński – in possesso di una musicalità adeguata al ruolo – e da Rafał Siwek, basso di rimarchevole rotondità e omogeneità vocale. Cesellato con estrema cura dalla regia, che ne fa un reduce con una gamba di legno, il personaggio di Siebel era valorizzato dal bel timbro mezzosopranile di Ewa Menaszek. La Marthe di Maryana Berezyak ha invece sfoggiato con disinvolta seduttività numerosi abiti (costumi di Małgorzata Słoniowska) utilizzati negli allestimenti di quando si rappresentava Faust nel vecchio teatro. Il piccolo ruolo di Wagner, interpretato dal brillante basso-baritono Grzegorz Rubacha, ha fatto da raccordo alle due serate.
Per mettere a fuoco gli aspetti visuali si è rivelato determinante, poi, il contributo del maestro bulgaro Svetoslav Borisov, alla guida dell’orchestra dell’Opera di Cracovia: una lettura asciutta e quasi scabra, che non indulge alla cantabilità esornativa tramandata dalla tradizione. Sono apparsi assai valorizzati i cori e, soprattutto, le danze, che in quest’opera abbondano (tanto più che il Teatro può vantare un nutrito corpo di ballo): il direttore ha enfatizzato la componente ritmica di queste musiche, facilitando così gli interventi coreografici di Jacek Tyski.
Uno spettacolo da cui si esce con la sensazione di avere ritrovato quel Goethe messo in disparte dalla cornice francese. Occasione preziosa, dunque, anche per riconciliarsi con l’opera di Gounod.





