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Falstaff ostaggio delle donne

Violeta Urmana (Quickly), Carmen Artaza (Meg), Maria Agresta (Alice), Marina Monzò (Nannetta) - ©Fabrizio Sansoni

L’estremo capolavoro di Verdi all’Opera di Roma in un nuovo allestimento firmato da Tatjana Gürbaca

ROMA, 15 ottobre 2026 – La pancia di Falstaff appartiene ormai all’immaginario collettivo: una costante di tutti gli allestimenti del capolavoro verdiano. Il resto, invece, può variare ed essere declinato ogni volta in modo diverso. La nuova produzione del Teatro dell’Opera di Roma, firmata da Tatjana Gürbaca con le scene di Henrik Ahr e i costumi anni settanta di Silke Willrett, ne propone una lettura in chiave quasi femminista, spesso estranea all’ironia cui sono ispirati i magnifici versi di Boito (uno dei rarissimi casi in cui Verdi accettò il libretto senza introdurvi modifiche).

Il baritono Luca Salsi (Falstaff) -© Fabrizio Sansoni

L’Osteria della Giarrettiera è qui sostituita da un Grand Hotel et de Milano, quello in cui morì Verdi, che si trasforma poi nell’abitazione di Ford e Alice grazie a un impianto scenico girevole. La sobrietà visiva non è però integrata da un efficace andamento teatrale: l’impressione è che la regista tedesca resti estranea alle immense potenzialità dell’opera, a cominciare da quelle comiche. Al di là delle quattro comari protagoniste, le presenze femminili vengono moltiplicate: sarà un gruppo di fantesche a spingere nell’acqua la cesta della biancheria sporca con dentro Falstaff; e saranno ancora le donne nell’ultimo quadro – la quercia di Herne, con i suoi folletti e fantasmi – a invadere la scena, esibendo uno striscione d’antan con scritto «Tremate le streghe son tornate».
In un contesto così scarno e avaro di autentiche idee, ci si concentra sulla musica: d’altronde, sulla carta, soprattutto il cast vocale offriva più di un motivo d’interesse. Tuttavia qualcosa non ha funzionato. A cominciare dalla direzione di Michele Mariotti che – pur ben assecondato dall’Orchestra del Teatro dell’Opera – ha livellato l’esecuzione, smorzando tutte le innumerevoli, variegatissime frastagliature concepite da Verdi. Falstaff perde così il suo carattere di meccanismo a orologeria musicale, i magnifici momenti d’insieme scivolano via un po’ sotto tono. Mariotti adotta tempi piuttosto veloci (fin troppo) nel primo e secondo atto, poi molto più diluiti nel terzo. Non ne hanno tratto giovamento i cantanti e, soprattutto, gli splendidi versi di Boito, divenuti spesso incomprensibili: d’altronde uno dei segreti dell’estrema fatica verdiana (1893, quando il compositore aveva già ottant’anni) sta proprio nella stupefacente simbiosi tra testo e musica.
Nei panni del protagonista il baritono Luca Salsi, che – al di là di qualche limite per un’emissione sempre un po’ artificiosa – padroneggia il ruolo con sicurezza. Costruisce così un personaggio ora tracotante ora privo di senso della realtà in modo patetico. Antagonista di Falstaff è Ford (una sorta di duello comico tra baritoni) che ha una visione molto più piccolo borghese: qui è George Petean in abbigliamento sportivo, con tanto di racchetta da tennis, però ormai un po’ appannato timbricamente. In questo spettacolo sono comunque le comari il vero punto di forza. Il soprano Maria Agresta è una bravissima Alice, capace di cantare con assoluta disinvoltura e verve interpretativa. Il ruolo contraltile di Quickly era affidato a Violeta Urmana, altra grande cantante che, dopo un glorioso passato da soprano drammatico, si è adesso spostata su una vocalità molto più grave. Assai apprezzabili sia il mezzosoprano Carmen Artaza, nel disegnare una Meg un po’ risentita, sia la Nannetta della giovanissima Marina Monzò.
Il tenore Pietro Adaini è stato un Fenton corretto e disinvolto in scena (che brutta però la gag in cui lui si camuffa da toreador e Nannetta da toro). Negli altri ruoli solo apparentemente minori – Verdi delinea tutti i personaggi con estrema icasticità musicale – si sono distinti il Pistola di Gabrile Sagona e il Bardolfo di Paolo Antognetti, mentre Carlo Bosi è apparso troppo senilmente caricaturale nei panni del vecchio dottor Cajus.
Si resta comunque delusi per l’occasione mancata: per aver sorriso troppo poco, senza aver neppure sfiorato quel divertimento pensoso che Falstaff riesce a innescare come pochi altri titoli musicali.