Al Teatro Bonci Le Convenienze teatrali di Donizetti allestite dal Conservatorio Maderna-Lettimi
CESENA, 3 ottobre 2024 – La curiosità per il dietro le quinte di uno spettacolo d’opera prima che approdi in palcoscenico riguarda, soprattutto, chi sta studiando per entrare nel mondo dello spettacolo. Per riflettere su quei meccanismi è, dunque, una scelta perfetta coinvolgere gli allievi delle classi di canto del conservatorio e scenografia dell’accademia di Belle Arti.

Fra le tante opere che ruotano attorno a questo soggetto il Conservatorio Maderna–Lettimi ha voluto proporre Le convenienze ed inconvenienze teatrali di Donizetti: ‘farsa in un atto’ su libretto di Domenico Gilardoni, musicata nel 1827 (in seguito però il compositore la trasformerà in ‘dramma giocoso in due atti’). Avvalendosi per le scene e i costumi della collaborazione degli allievi del corso di Scenografia–Teatro d’Opera e Spettacolo dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, coordinati da Marcello Morresi, lo spettacolo ha debuttato al Bonci di Cesena: teatro dove l’esperimento di coinvolgere gli studenti in nuove produzioni operistiche è iniziato con successo trent’anni fa. Il 15 e 16 ci saranno poi le repliche al Galli di Rimini, dato che le due città romagnole hanno in comune un unico conservatorio articolato su due sedi.
A ben guardare, l’opera di Donizetti ha conservato tutta la sua attualità. È vero che adesso le bizze dei cantanti e le rivalità tra primedonne, come pure le pretese di mariti o mogli e genitori (qui una madre di terribile invadenza), sono abbastanza cambiate. Tuttavia ii problemi permangono: dall’esiguità dei giorni di prova per contenere i costi allo strapotere degli agenti, che spesso fanno il bello e cattivo tempo tenendo sotto scacco l’intera produzione, per non parlare degli scontri fra registi e direttori. Tuttora per gli artisti – a meno che non appartengano allo star system – è difficile farsi pagare; e sono frequenti gli abbandoni all’ultimo minuto da parte di quei cantanti scritturati all’improvviso in produzioni più vantaggiose, con tanto d’inevitabili strascichi legali. Con notevole lucidità Gilardoni aveva già messo a fuoco – quando ancora l’attività era legata al mondo impresariale – tali dinamiche, servendosi di toni caustici; nello stesso tempo la musica di Donizetti aveva impresso irresistibili tratti comici che, dal testo, si dilatano fino alle diverse sezioni orchestrali.
Il regista dell’opera Alfonso Antoniozzi (un baritono che in tanti anni di carriera ha avuto modo di conoscere questi meccanismi dall’interno) qui ha effettuato qualche aggiornamento drammaturgico, comunque mai troppo invasivo: anzi, utile per ricondurre le situazioni all’oggi con maggior verosimiglianza anche per un pubblico che ignora cosa ci sia dietro uno spettacolo, sia pure il meglio funzionante.
L’allestimento minimalista suggerisce l’idea di camerini, corridoi, retropalco e sala prove d’un teatro di provincia, dove i nove volonterosi interpreti (allievi delle classi di canto dei docenti Alda Caiello, Valeria Esposito e Simone Alberghini) si sono mossi con disinvolta gestualità. Sul piano canoro gli esiti sono stati spesso lodevoli, mentre più problematici sono apparsi i numerosi interventi parlati (Donizetti sceglie di non musicare l’intero testo), trattandosi spesso di studenti non italiani.
Nel cast svettava comunque la Primadonna interpretata da Angelina Golovkova, del tutto a suo agio nei più spericolati sfoggi di virtuosismo. La sua rivale era la spiritosa Gaia Baioni Buttafarro, assai spigliata scenicamente, ma tutta l’attenzione si è concentrata – inevitabilmente – sul personaggio di Mamma Agata. Libretto e musica non si limitano a delineare una feroce parodia del cliché delle madri italiane, invadenti e disposte a tutto per promuovere le figlie, ma ne configurano un sarcastico ritratto soprattutto in termini musicali. Il personaggio canta infatti, sulle stesse note dell’‘Aria del salice’ dall’Otello rossiniano, l’irriverente Assisa a piè d’un sacco: quasi una demistificazione donizettiana nei confronti dell’indiscusso nume Rossini, destinata a diventare l’apoteosi comica dell’opera. In tale farsesco ruolo en travesti, il baritono Maurizio Leoni rappresentava l’unico collaudato professionista in una compagnia di soli giovani. Sempre molto sonoro nel parlato, e con una linea vocale scorrevole, è stato assai spiritoso in scena, configurando un personaggio che sembra riecheggiare – con maggior crudeltà – certe posture della signora Coriandoli.
L’orchestra del Conservatorio Maderna di Cesena era diretta dal docente Paolo Manetti, che è riuscito a coordinare apprezzabilmente i giovani strumentisti. Resta invece qualche rammarico per una certa carenza di leggerezza, che non valorizzava fino in fondo le divertenti trovate di Donizetti: ad esempio quelle – davvero esilaranti – con cui vengono illustrate le caratteristiche foniche dei diversi strumenti.
Giulia Vannoni





