Un’ampia e interessante sezione della settantasettesima Sagra Musicale Malatestiana dedicata ai musicisti di Rimini
RIMINI, 5 ottobre 2026 – La storia musicale di Rimini forse andrebbe riscritta o, quanto meno, osservata con uno sguardo più attento e non con malcelata degnazione, come talvolta accade. Vi appartengono autori di primo livello: da Antonio Draghi, che tuttavia svolse la sua carriera a Vienna, a Carlo Tessarini, violinista e teorico di grandissima fama, in continuo viaggio per l’Italia e l’Europa; come pure – in anni più vicini – Amintore Galli, altro compositore dalla carriera non locale. C’è invece una costellazione di musicisti minori, vissuti nei secoli passati, i cui nomi stanno lentamente riemergendo e si cominciano a studiare con attenzione: sono il chitarrista e, soprattutto, compositore Mario Bianchelli, il soprano Angela Quadrelli, la concertista e virtuosa di chitarra Maria Rita Brondi. A loro sono stati dedicati alcuni appuntamenti fra i più interessanti della settantasettesima Sagra Malatestiana. Se poi si aggiunge una serata con l’esecuzione degli inediti presenti nel codice manoscritto San Gaudenzo III (il canzoniere databile negli ultimi anni del Trecento, con una coda che risale ai primi decenni del secolo successivo) da poco recuperato e ricostruito virtualmente, Rimini dimostra una storia più che gloriosa e per molti versi insospettabile.

Quest’ultima scoperta è senz’altro la più clamorosa, effettuata come spesso succede in maniera fortuita, e ha poi coinvolto una nutrita équipe di studiosi, coordinati dal professor Francesco Zimei: grazie alle loro competenze è stato realizzato un ponderoso libro bilingue, edito dalla LIM, dal titolo Rimini, Ms San Gaudenzo III. The New Life of a Dismembered Songbook. Studiosi e musicisti interessati alle esecuzioni potranno dunque utilizzarlo come fonte primaria delle musiche contenute: ballate, una caccia e qualche madrigale. Nel volume sono infatti presenti le immagini di tutte le pagine sopravvissute, ricostruite attraverso un minuzioso lavoro condotto con l’ausilio delle più moderne tecnologie, e accompagnate dalla trascrizione in notazione moderna per renderle utilizzabili ai fini esecutivi. Appartenuto con ogni probabilità a un musicista attivo alla corte malatestiana, questo canzoniere fu portato con sé da Valerio Galeotto Malatesta, figlio naturale di Sigismondo Pandolfo, quando si ritirò nel convento di San Gaudenzo. E alla sua morte, visto che queste musiche profane non avrebbero potuto avere utilizzo ecclesiastico, le 110 carte (ossia 220 pagine) furono smontate da un parsimonioso monaco e utilizzate per rilegare un registro contabile.
Nel codice, accanto a brani già noti e diffusi soprattutto in area toscana, sono presenti diciannove inediti che l’Ensemble Micrologus, storico gruppo di specialisti di musiche medioevali e rinascimentali, ha proposto in un applauditissimo concerto il 4 settembre: una serata che è divenuta un avvincente viaggio nel tempo, dal titolo Soave odor per l’universo spande, come l’incipit di uno dei brani in programma. Nella selezione spiccava una ballata a due voci Né te né altra vogl’i’amar giamai di Francesco Landini – il più importante compositore della seconda metà del XIV secolo – che si riteneva perduta, nonostante ci fosse la certezza della sua esistenza, testimoniata dal poeta fiorentino Franco Sacchetti, autore dei versi.
Affrontare la notazione antica è un’operazione ricca d’incognite anche per specialisti di collaudata esperienza (il Micrologus esiste dal 1984 e del nucleo storico fanno parte Patrizia Bovi, Goffredo Degli Esposti e Gabriele Russo, mentre al concerto riminese hanno partecipato anche Enea Sorini, Peppe Frana, Lorenzo Lolli e Crawford Young). Sul pentagramma manca infatti la suddivisione in battute, cui noi siamo avvezzi, anche se è indicata la diversa durata delle note: dunque, sono spesso le parole e il testo poetico a fornire i riferimenti per articolare il fraseggio. Un altro criterio mai perso di vista dai sette bravissimi interpreti è stato quello di suggerire un andamento di danza, che verosimilmente rientrava fra gli intenti degli autori di musiche nate per intrattenere la corte. Per garantire varietà all’esecuzione il Micrologus ha poi puntato soprattutto sulla ricchezza ritmica e la ricerca dei colori, coadiuvandosi con strumenti copie di quelli d’epoca. E sebbene il liuto (suonato con il plettro come era in voga alla corte di Sigismondo), l’arpa – seppure qui con gli arpioni – e la tromba medievali oggi siano abbastanza familiari, grande curiosità suscita il ribecone o il tamburino, ossia un piccolo tamburo associato a un flauto. Si tratta d’altronde degli stessi strumenti che compaiono nell’iconografia del tempo e negli affreschi della chiesa riminese di Sant’Agostino, adesso custoditi al Museo della Città.
Il nobiluomo riminese Mario Bianchelli (1660–1730), pur non avendo svolto una professione musicale, all’epoca poco confacente alle persone di rango elevato, godeva di un’ottima reputazione artistica anche al di fuori dell’ambito locale. In vita non pubblicò mai le sue composizioni – rimangono solo i manoscritti, custoditi alla Biblioteca Gambalunga – e solo di recente l’editore Da Vinci ha pubblicato una raccolta delle sue cantate e arie in edizione moderna (a cura di Maria Elena Ceccarelli), così da renderle accessibili a chi è interessato alla loro esecuzione. Protagonista dell’omaggio a questo illustre riminese è stato l’ArsEmble: gruppo di specialisti di musica antica – utilizzano strumenti storici o copie di quelli d’epoca – che vanta ormai una consolidata frequentazione con le musiche di Bianchelli (nel 2023 hanno inciso un cd di cantate e arie per la Tactus). Nel concerto del 6 settembre i quattro strumentisti – Ana Dune Sequi al violino, Ettore Marchi alla tiorba, Antonello Manzo al violoncello, oltre alla Ceccarelli al clavicembalo – e il mezzosoprano Ilaria Scarponi hanno proposto due Cantate e due Arie di Bianchelli. Un concerto piacevolissimo grazie alla bravura degli strumentisti, che ha permesso di apprezzare al meglio la qualità della musica, e soprattutto della cantante: sicura nelle ascese in acuto, dotata di consapevolezza dello stile vocale dell’epoca, come non sempre capita di ascoltare fra chi si dedica alla musica barocca.

Quello di Maria Rita Brondi finora era un nome noto solo ai rari chitarristi che coltivano interessi storici. Davvero in pochi sapevano che il bergamasco Benvenuto Terzi, compositore e a sua volta chitarrista, aveva dedicato il celeberrimo e singolare Carillon proprio a lei, la grande virtuosa nata a Rimini nel 1889 (e morta a Roma nel 1941). Oltre a essere stata concertista di fama internazionale e apprezzatissima didatta – fra le sue allieve figurava pure la regina Margherita – la Brondi ha coltivato anche interessi storici. Nel 1926 pubblicò il volume Il liuto e la chitarra ricerche storiche sulla loro origine e sul loro sviluppo, riedito quest’anno, alla distanza di un secolo esatto, dalla EROM (Edizioni Romana Musica) con la curatela di Aldo Vianello: animatore appunto, dal 1982, del Circolo della chitarra Maria Rita Brondi. È stato lui a raccontare in una conversazione-concerto, alla Sala Ressi il 17 settembre, la poliedrica personalità di quest’artista, intervallando la sua chiacchierata con alcune esecuzioni musicali. Di alcuni brani è autrice la stessa Brondi, altri invece sono stati scritti appositamente per lei, come quello di Tárrega che nella dedica chiama Maria Rita «mi predilecta discipula», o appartengono ai cataloghi di autori con cui era entrata in contatto, come il faentino Luigi Mozzani. Nell’arco della serata Vianello si è esibito su diverse chitarre, spesso opera di liutai collegabili all’ambiente riminese. L’esemplare che ha destato maggior sorpresa, però, è stato il liuto appartenuto alla Brondi, che aveva intuito le potenzialità di questo strumento ormai caduto in disuso. Pertanto, commissionò la costruzione di un prototipo a Palmiro Paoli nel 1919 a Firenze: un altro segnale della sua lungimiranza.

Si devono a Paolo Righini, infaticabile frequentatore di archivi storici, le notizie su Angelica Quadrelli (1657– 1733), soprano riminese entrata al servizio della sovrana Cristina di Svezia: la grande mecenate delle arti trasferitasi a Roma, che finanziò il primo teatro pubblico della città eterna, il Tordinona, dove potevano esibirsi anche le donne come cantanti, attività che era loro preclusa a quel tempo dalla chiesa romana. A soli quattordici anni, nel 1671, si trovò dunque a esordire nelle due opere della prima stagione: inizialmente nel ruolo di Sofonisba in Scipione Africano di Francesco Cavalli, su libretto di Niccolò Minato (che sarà poi sodale del riminese Antonio Draghi per molto tempo) e, di lì a poco, in quello di Isifile nel Novello Giasone, sempre di Cavalli ma questa volta su testo di Andrea Cicognini. Da quel momento Angelica svolse la sua attività artistica attraverso l’Italia per un quarantennio e, in età avanzata, entrò in convento a Rimini, dove venne ordinata monaca in articulo mortis. La conversazione di Righini del 5 ottobre si è alternata con la musica proposta dall’ensemble Accademia Musicale Cristiniana: un trio di specialisti formato dal soprano Anna Maria Zilli (autrice del pregevole volume Le canterine, dedicato alle musiciste che orbitarono nell’entourage della regina Cristina) e dal basso Alfredo Totti che, accompagnati al clavicembalo da Alessio Pacchiarotti, hanno fatto rivivere le emozioni di brani tratti proprio dalle due opere andate in scena al Tordinona.
Nel percorso Riminesi illustri, dedicato dalla Sagra a questi musicisti pressoché sconosciuti, andrebbe poi aggiunto il nome di Amintore Galli come ormai è diventata una piacevole consuetudine. Un concerto affidato anche quest’anno alla Eyos Orchestra & Choir, diretti da Davide Tura ed Emanuele Vitale, con un programma che comprendeva la Missa Pacis e una Sinfonia del compositore e musicologo cui è dedicato il teatro di Rimini.
Si può comunque considerare un’espressione della realtà locale anche il concerto Geometrie sonore, che il 15 settembre ha avuto per protagonista la Filarmonica Città di Rimini, ensemble formato dalle prime parti della banda omonima. Tale gloriosa istituzione è ormai prossima a festeggiare due secoli di encomiabile attività, finalizzata anche a un capillare lavoro di formazione musicale rivolto ai giovani. Nella loro serata al Teatro degli Atti questo gruppo di professionisti (docenti di strumento i più anziani, orchestrali i più giovani) ha dimostrato come si possa fare musica di qualità e al tempo stesso popolare. Nella prima parte della serata Fabio Fabbrizioli (oboe), Renzo Angelini (clarinetto), Michele Ceccarelli (corno), Luigi Ermanno Corbelli (fagotto) e Alessandra Montali al pianoforte hanno proposto l’impegnativo Quintetto per pianoforte e fiati in Mi bemolle maggiore K.452: splendido esempio della grandezza mozartiana, di cui hanno saputo esaltare tutta la piacevole cantabilità. Nella seconda parte è spettato ad altri componenti – quelli della Filarmonica Brass Ottetto – proporre un excursus che, prendendo le mosse dai Queen (con Bohemian Rhapsody), ha toccato Elgar, Holst, Hazell fino al grande Giovanni Gabrieli. In conclusione di serata, poi, i due organici riuniti hanno dedicato i loro bis al Guglielmo Tell di Rossini e a una pregevolissima, quanto sorprendente, rielaborazione di Romagna mia.

©Riccardo Gallini /GRPhoto
Una serata che ricorda la celebrazione di un rito. La performance per voce ed elettronica immersiva di NicoNote, musicista e artista riminese (il suo nome è Nicoletta Magalotti), fa affiorare suggestioni gregoriane come un’eco remota e suggestiva. È la voce a essere autentica protagonista di Regola, suite in nove quadri ispirata alla figura della monaca medievale Ildegard von Bingen (1098-1179): mistica e filosofa, che si occupò di teologia, musica e medicina. Una suddivisione – quella in nove tavole sonore – niente affatto casuale e, invece, tiene conto dei ritmi con cui venivano scanditi i momenti di lavoro e preghiera nel monastero benedettino.
A valorizzare lo spettacolo del 30 settembre, nato nel 2003 per la basilica di San Marco a Milano e poi ripreso più volte negli anni, ha contribuito pure una sede come Santa Maria ad Nives, chiesa riminese non più adibita al culto, con la sua penombra che invita alla meditazione. Nell’arco di cinquanta minuti la percezione di frammenti della Regola benedettina – selezionati ed elaborati da NicoNote in italiano, latino e tedesco – generano un flusso di sonorità atemporali, che coinvolgono l’ascoltatore in un crescendo di intensità ed emozione. Nell’oscurità dello spazio prendono così forma immagini dell’anima sempre più vivide, cui viene istintivo abbandonarsi. Molto simili, probabilmente, a quelle che dovevano essere le visioni descritte da Ildegard nei suoi scritti.





