Deformata, umiliata, banalizzata. Di più: contestata, derisa, vilipesa. Ma è ancora il caso di parlarne? Sì, perché l’obbedienza è più che una virtù: è addirittura la polpa viva e attiva della storia della salvezza. Esagerazione retorica? Apologia dovuta?
Vedi il Nuovo Testamento: Gesù ha obbedito al Padre perché lo ha amato fino alla morte, e per quell’obbedienza d’amore noi siamo stati salvati: “Come per la disobbedienza di uno solo tutti furono costituiti peccatori, così per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19).
La lettera agli Ebrei sottolinea come Cristo non abbia offerto al Padre né sacrifici né vittime, ma la propria volontà (Ebr 10,5ss). Certo, per arrivare a quel supremo atto di obbedienza ha dovuto sottoporsi al duro rodaggio del dolore (“dalle cose che patì imparò ad obbedire”: Ebr 5,8), ma non è stato tanto il dolore di Cristo che ci ha salvati, quanto il suo amore.
Dal cuore filiale di Gesù, che trova il suo nutrimento nel fare la volontà del Padre (Gv 4,34) e che può dire con tutta verità “Io faccio sempre quello che a Lui piace” (Gv 8,29), incassiamo una grande lezione: se non c’è salvezza senza obbedienza, non c’è obbedienza senza amore.
In altre parole: al Padre che vede in me l’immagine dell’Unigenito e mi dice: “Tu sei mio Figlio”, non c’è che la risposta di me, figlio: “Tu sei mio Padre, io vengo a fare la tua volontà”. Se dunque “so in chi credo”, se ho scoperto che Dio mi è Padre, allora non leggerò la sua volontà come il capriccio di un despota, ma come la volontà di un Abbà (= Babbo) che mi ama con amore totale, irreversibile. Se mi fido di questo amore, se sono convinto che Dio ama me più di me stesso, credo pure che egli sa e vuole prima e più di me quello che è il meglio per me. Insomma è tutta questione di fiducia.
Se invece non credo sul serio nella provvidenza sapiente di Dio, allora vivrò sempre nella paura e non riuscirò mai a pensare che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,29). Se non credo che l’amore di Dio è davvero più forte della morte, al punto da ridare la vita al Figlio obbediente, allora non accetterò mai di morire ai miei progetti e cercherò di darmi vita da solo facendomi signore di me stesso. E così finisco per cacciarmi in un vicolo cieco…
Ma ciò che più conta è non dimenticare mai che si può obbedire come uno schiavo, per paura. Si può obbedire per accanita voglia del premio, come un mercenario. Ma il cristiano non obbedisce né per paura né per ambizione, ma da figlio.
Francesco Lambiasi

