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I TANTI SIGNIFICATI DEL RUBICONE

CONTROVERSIA RUBICONIS (5). Epilogo e compendio del percorso di ricerca sull’identificazione del ‘confine sacro’ nel Riminese sviluppato negli ultimi mesi

Nell’architettura storica del territorio romano il Rubicone non è stato unicamente un fiume. È stato piuttosto una soglia con funzione geopolitica, ma anche sacrale. Quando l’impero romano è tramontato, parte di quella funzione venne ereditata dalla Chiesa: la linea d’acqua continuò a dividere la sfera d’influenza della diocesi di Rimini da quella di Cesena, mantenendo viva nello spazio una separazione antichissima.

La controversia sull’identificazione del Rubicone ebbe origine dalle progressive trasformazioni subite dal territorio in due millenni: piene, esondazioni e interventi dell’uomo hanno alterato gli antichi alvei; la viabilità medievale e moderna ha introdotto ulteriori deviazioni, mentre la strada romana seguiva una precisa direttrice.

Le fonti antiche registrano diversamente il settore interessato dal fiume. L’Itinerarium Burdigalense attesta la mutatio Conpetu a XII miglia da Ariminum; la Tabula Peutingeriana colloca a XII miglia da Ariminum, sulla Via Emilia, Ad confluentes, tradizionalmente identificato con il Conpetu, ma a VIII miglia da Curva Caesena, contro le VI del Burdigalense. La Tabula registra inoltre sull’itinerario verso la costa, flumen Rubico, anch’esso a XII miglia da Ariminum.

Le diverse denominazioni e distanze da Cesena impediscono di sovrapporre acriticamente i riferimenti. Va ricordato in primis che la Tabula è una rappresentazione itineraria della viabilità, non una carta topografica destinata a determinare con precisione il corso del Rubicone. Non si può nemmeno escludere che la tradizione testuale abbia subito alterazioni nel corso della trasmissione. La cifra delle XII miglia può essere ricondotta a diverse ipotesi interpretative: al diverso assetto amministrativo d’età imperiale presso la mutatio Conpetu, oppure alla rappresentazione nella Tabula del settore foceale dell’antico Uso, distinto dal guado consolare interno.[1]

 

Le fonti documentali e letterarie

La denominazione Ad confluentes merita particolare attenzione. Se Confluentes fosse impiegato autonomamente, potrebbe costituire il semplice nome di una stazione o di un luogo; la presenza di ad, invece, stabilisce grammaticalmente un rapporto con la confluenza, o le confluenze. Nel contesto della rete viaria, tale rapporto può lasciare aperta anche una valenza itineraria o direzionale. Più precisamente, il termine si presta meglio alla lettura di luogo di confluenza delle acque, dal verbo confluere, con una matrice propriamente idrografica. Il Calonghi (1896) definisce confluentes “luogo di confluenza di fiumi” e “luogo ove due fiumi si riuniscono”; per la viabilità il latino opta normalmente per coire, convenire, concurrere, coniungere.

Il XII miglio indica dunque una posizione itineraria attribuita dalla Tabula alla stazione rispetto ad Ariminum: lungo la rappresentazione di tale direttrice, il Rubico flumen compare in una posizione circa intermedia che, rapportata proporzionalmente alle XII miglia, risulta compatibile con il VII miglio di Ariminum. Lo stesso fiume è indicato anche sulla direttrice costiera a XII miglia da Rimini. La successione Ad confluentes-Rubico flumen è quindi leggibile come quella di due riferimenti distinti lungo la rete viaria nord-sud: il primo posto in rapporto alle confluenze, il secondo identificato direttamente attraverso il nome del fiume.

Il VII miglio da Rimini si conferma così un ancoraggio archeologico materiale concreto per la localizzazione del confine originario. Proprio il rapporto fra distanza, strada, Ponte Romano e corso dell’Uso riporta alla questione fondamentale: quest’ultimo, un tempo probabilmente ingrossato dalla confluenza di uno o più rami dell’Ariminus, rappresenta quella barriera fluviale che concilia la misura della Via Emilia con l’antica funzione di confine.[2]

Gli studi della Regione Emilia-Romagna dimostrano che il Marecchia, l’antico Ariminus, aveva in passato una foce ramificata, di tipo deltizio, e che il suo sistema alluvionale si estendeva largamente nella pianura costiera. Studi geologici attestano inoltre depositi ghiaiosi riferibili al Marecchia a monte di Savignano sul Rubicone, documentando l’antica estensione del suo sistema fluviale. Anche il Quadro Conoscitivo del Piano Strutturale Comunale di Rimini (2011) individua, tra San Vito e Torre Pedrera, una corrispondenza fra antichi paleoalvei del Marecchia e un paleoalveo a mare dell’Uso, offrendo un elemento utile alla ricostruzione dell’antica configurazione fluviale.[3]

Nel passo di Plinio, Naturalis Historia III, 115, la sequenza Ariminum colonia cum amnibus Arimino et Aprusa, fluvius Rubico, quondam finis Italiae va considerata alla luce degli altri passi nei quali i fiumi sono associati a configurazioni territoriali e confini storici. Il valore di quondam, che segnala una condizione precedente, trova un utile parallelo in Sucro fluvius et quondam oppidum, Contestaniae finis (III, 20). Significativi per la funzione confinaria sono inoltre Cerbalus, Dauniorum finis (III, 103) e Mulucha, Bocchi Masaesylorumque finis (V, 19), mentre il caso dell’Arsia, preceduto da nunc finis Italiae (III, 129), mostra come Plinio registri attraverso il fiume la configurazione storica del confine italiano.

Plinio utilizza dunque i fiumi per rappresentare realtà idrografiche, ma anche rapporti territoriali e loro trasformazioni. Nel caso del Rubicone adotta un registro fortemente diretto, riservandogli una costruzione sintattica pressoché unica. Il confronto con altri passi giustifica la sua esposizione paratattica ed ellittica.  L’autore inoltre descrive più corsi d’acqua che assumono nome nuovo dalla riunione di acque distinte. È il caso del Tigri: ubi remeavere aquae, Pasitigris appellatur (VI, 129 e 130). E come conferma anche il dubbio di Carolus Mayhoff, che al famoso passo annota an Rubico, is?, la tradizione di traduzione riguardante il Rubicone presenta diverse varianti che inducono a congetturare l’identità tra Rubicone e Aprusa, o ancora a ipotizzare continuità tra il fiume Rubico e l’antica confluenza di Ariminus et Aprusa. Riscontriamo is, “quel famoso fiume Rubicone”, riferito ad Aprusa; hinc, “di qui il fiume Rubicone”; nonché his/iis, “il fiume che deriva da questi/essi”, riferiti ad Ariminus et Aprusa. L’oscillazione delle lezioni sembra riflettere diversi tentativi di rendere trasparente una relazione idrografica ellittica, riconducibile a una dinamica di continuità o confluenza fra i corsi d’acqua.[4]

Particolare rilievo assume dunque la sequenza di Plinio, che presenta anzitutto gli amnes Ariminus et Aprusa, quindi palesa il Rubico, la cui menzione può essere letta come elemento esplicativo della circostanza fluviale appena descritta: il testo lascia aperta la possibilità che Aprusa e Rubico designino la medesima realtà, l’una come denominazione geografica e locale, l’altra come denominazione di valenza storico-politica; resta possibile che il nome del corso sia cambiato nel tempo, con diversa prevalenza delle denominazioni nelle varie epoche; ed è infine assai probabile che il Rubico indichi la configurazione fluviale risultante dall’interazione fra Ariminus e Aprusa.[4]

 

Il legame con Roma

L’evento geografico non si esaurisce tuttavia in Romagna, ma raggiunge i colli più rappresentativi di Roma. Gianicolo, Vaticano e Monte Mario proiettano idealmente a Nord la direttrice dell’Urbe fino al Ponte Romano presso il VII miliario di San Vito – che la cartografia moderna collocherebbe nei 12° e 27’ di longitudine. Il Gianicolo, Mons Janiculensis, era a sua volta un luogo di osservazione, posto fuori dal nucleo più antico della città e proiettato verso il territorio esterno. La tradizione attribuiva a Giano, dio dei confini, sia una funzione di sentinella sia la fondazione della città, dato che egli vi giunse esule a bordo di una nave. Giunto lì, vi accolse Saturno falcifer orbe deum (Ovidio, Fasti I, 234), la cui falce è strumento di separazione. Nella Roma arcaica questo colle, posto tra l’esterno e l’interno della città, aveva una dimensione liminare, organizzata in 7 pagi e mantenuta deliberatamente all’esterno del Pomerium, per poterne fare un punto di osservazione e un avamposto militare.

A conferma dell’importanza istituzionale e sacra del Gianicolo, si può ricordare con Cassio Dione (Storia romana, XXXVII, 27-28) quando si issava un vexillum durante i Comizi Centuriati, la cui rimozione, in caso di pericolo, ne segnava l’interruzione. Il Gianicolo offre così un’ulteriore risonanza con il Rubicone: il vessillo, convenzionalmente rosso, richiama l’area semantica di Rubico e potrebbe persino suggerirne, sul piano simbolico, l’origine.

I Romani, d’altronde, non orientavano il territorio in modo casuale. L’agrimensor utilizzava lo gnomone e l’osservazione dell’ombra solare per individuare gli assi cardinali; l’augur utilizzava il lituus per tracciare il templum caeleste e trasferiva sulla terra un ordine osservato nel cielo. Tracciare un solco, o definire una direttrice geografica, non era un semplice atto di edilizia viaria, ma un rito cosmogonico con cui l’ordine umano rifletteva l’ordine celeste.

Se il Gianicolo rappresentava la soglia e lo sguardo di Roma verso Nord, il Rubicone ne costituiva la proiezione territoriale più lontana. La suggestione acquista ulteriore forza proprio attraverso Giano – Geminus, Bifrons e Claviger – dio degli inizi, delle fini, delle porte e dei passaggi; deorum deus e custos mundi secondo Macrobio (Saturnalia I, 7 e 9 passim). Giano era inoltre associato all’attraversamento dei fiumi e alla tutela dei ponti. La stessa dorsale del Gianicolo conduce al Vaticano, Mons Vaticanus, altro luogo originariamente fuori dal Pomerium, con una significativa tradizione divinatoria. Plinio il Vecchio ricorda che sul Vaticano vi era un leccio pre-romuleo, sul quale era fissata una tavola di bronzo con caratteri etruschi. La tradizione antica collegava il nome Vaticanus alla profezia e ricordava una divinità arcaica, Vaticanus o Vagitanus, associata al primo vagito del neonato. E ancora compare l’idea dell’origine: uno dei temi fondamentali della sfera di Giano.[5]

È in questo contesto che ho proposto l’espressione “Meridiano Rubicone” al Ponte di San Vito: una linea ideale che mette in relazione l’asse sacrale di Roma, la vetta del Monte Mario e il punto della Via Emilia in cui si colloca il Ponte Romano al VII miglio. Il Meridiano Rubicone diventa così la linea d’orientamento dello spazio sacro; Giano, simbolicamente, il custode delle sue soglie.

L’attraversamento del Rubicone in armi trasformava un passaggio geografico in una violazione dell’ordine politico e religioso. Cesare non superò dunque soltanto un fiume, un confine politico e giuridico; superò una soglia sacra: Svetonio (De Vita Caesarum I, 31-32) è infatti costretto a inserire l’ostentum del suonatore per sciogliere la cunctatio e rendere la marcia su Roma un gesto meno nefasto.[6]

I diversi elementi del Rubicone sembrano così ricomporsi. La Via Emilia conserva la direttrice della strada romana. I miliari conservano la misura. Il Ponte Romano di San Vito conserva la memoria dell’antico attraversamento. L’Uso conserva, nonostante le trasformazioni, la traccia di un paesaggio fluviale. Gianicolo e Vaticano conservano la memoria di Giano e quella di un’antica area augurale, estendendone il valore sacro verso Nord. Il Rubicone appare così non soltanto come un corso d’acqua identificabile su una carta, ma come una linea nella quale confluiscono la geometria della Via Emilia, la misura dei miliari, il paesaggio fluviale e la geografia sacra di Roma. Il Meridiano Rubicone è, in questa prospettiva, la chiave di lettura che permette di guardare insieme ciò che normalmente abbiamo sempre studiato separatamente.

Fulvio Gridelli

 

Note

 [1] Allargando l’indagine circa le considerazioni spaziali avanzate nel precedente scritto tra VII e VIII miglio, la sequenza dei miliari lungo la direttrice riminese acquista una più precisa coerenza se ricondotta al quadro complessivo della viabilità antica tra Ariminum e Caesena: il miliario di San Vito, autorevolmente riconosciuto come indicatore del VII miglio da studiosi come Guido Achille Mansuelli e Antonio Veggiani, assume particolare rilievo se posto in rapporto con la distanza di XX miglia tra le due città. In questa prospettiva, anche il XII miglio tràdito per il Rubicone può essere riesaminato alla luce dei più ampi rapporti geografici e testuali offerti dalle fonti antiche.

[2] Il miliario augusteo rinvenuto a San Vito (1949) nella sua posizione originaria è molto imponente: è alto 2,80 m, con un diametro alla base di 0,88 m.

[3] Cfr. AA.VV., Note illustrative della Carta geologica d’Italia, Foglio 256 “Rimini”, Selca, Firenze, luglio 2005 e P. Severi, La conoide del fiume Marecchia, in Atti del convegno Rischio idrogeologico nel riminese, Labanti e Nanni, Bologna, 2002. Oltre a San Vito anche l’area santarcangiolese, specie San Michele e San Martino dei Mulini, presenterebbe potenziali settori di divagazione di un ramo, o più, del primo nel secondo.

[4] L’identificazione dell’antica Aprusa con l’Uso trova precedenti nella tradizione erudita: Flavio Biondo (1542, cap. Romagna, reg. VI) attesta Plusa [Pulsa] in rapporto all’Aprusa, mentre Giovanni Battista Braschi (1733, cap. II) registra l’Uso come “Aprusa volgarmente detto Lusus”. Per C. S. Plinio cfr. l’edizione a c. di C. Mayhoff, vol. I, Libri I-VI, In Aedibus B. G. Teubneri, Lipsiae, 1906.

[5] Cfr. T. Livio, Ab Urbe Condita, XXXIX, 15, tr. M. Bonfanti, BUR, Milano, 2000, pp. 69 e Ib., I, 32-34, II, 11, 52, nella tr. di G. Vitali, Zanichelli, Bologna, 1970, pp. 90-95, 191, 301; Virgilio, Eneide, tr. A. Bacchielli, Paravia, Torino, 1963, VII, vv. 871-876, p. 330 e VIII, vv. 500-504, p. 376; G. Servii, Aeneidos, VIII, 357, in Qui feruntur in Vergilii carmina commentarii, vol. II, a c. di G. Thilo et H. Hagen, Lipsiae, In Aedibus B. G. Teubneri, 1884, p. 252; P. Ovidio, Fasti, I, vv. 1-288, tr. F. Bernini, Zanichelli, Bologna, 1968, pp. 5-21, 319-320; M. T. Varronis, De Lingua Latina Libri, tr. L. Spengel, Berolini, Apud Weidmannos, 1885, voll. VI, 52 e VII, 6-11, pp. 76, 90-91 e 113-120; H. Gromatici, Constitutio Limitum, in Corpus Agrimensorum Romanorum, a c. di C. Thulin, Teubner, Stuttgart, 1971, pp. 131-171; M. T. Cicerone, De Divinatione, I, 29-31 e 40-49, a c. di C. F. W. Mueller, Lipsiae, In Aedibus B. G. Teubneri, 1915, pp. 178-186 e 218-220; D. di Alicarnasso, Antichità Romane, V, 22, a c. di F. Donati e G. Pedullà, tr. E. Guzzi, Einaudi, Torino, 2010, pp. 304-305; AA.VV., Dizionario della civiltà classica, vol. II, BUR, Milano, 1994, pp. 1086-1087.

[6] Cfr. A. Gellio, Le notti attiche, XIV, pp. 51-53, 168; Sant’Agostino, De Civitate Dei, IV, 8, 11 e VII, 9, 10, 11, vol. I, Mondadori, Milano, 2015, pp. 171, 177, 316-320, 553 e 555.