Home Osservatorio Musicale Sagra Malatestiana primo atto

Sagra Malatestiana primo atto

L'Accademia Bizantina e il direttore Ottavio Dantone - Ph Riccardo Gallini

Si diramano fra generi diversi gli appuntamenti iniziali della settantasettesima Sagra Malatestiana   

RIMINI, 13 settembre 2026 – L’inaugurazione dei grandi concerti sinfonici della Sagra Malatestiana non poteva avere inizio più accattivante e spettacolare. Del resto sul palcoscenico del Galli stavano i Münchner Philharmoniker, mai ospiti prima d’ora del festival riminese: un’orchestra che gode di fama straordinaria ed è stata diretta dalle massime star del podio (nel lungo elenco va almeno citato il grande Sergiu Celibidache, collegato a Rimini perché nel 1971 si era esibito al Tempio Malatestiano con l’Orchestra del Comunale di Bologna). All’appuntamento, gli strumentisti tedeschi si sono presentati insieme al loro nuovo direttore principale designato nel 2023, l’israeliano Lahav Shani, che proprio con l’attuale tournée europea – Rimini prima tappa – è entrato nel suo ruolo effettivo. Notevole, dunque, la curiosità per capire come si potrà realizzare l’alchimia fra l’orchestra e la sua nuova guida. La serata si è aperta con il Secondo concerto per pianoforte di Šostakovič (1957), dove Shani era impegnato anche in veste di solista: una pagina insolitamente densa di sfumature umoristiche e caratterizzata da un uso della tastiera fortemente percussivo, con un primo movimento ricco di contrasti timbrico-ritmici, in cui si avvertono echi della sua opera Il naso. E dopo un ‘andante’, interpretato da Shani in modo persino troppo lirico, si è ritornati ai forti contrasti e alle tensioni nel grande crescendo con cui termina l’‘allegro’ finale.

Alessandro Tampieri, concertmaster dell’Accademia Bizantina – Ph Riccardo Gallini

È toccato poi alla Quarta sinfonia di Brahms, capolavoro legato a tanti memorabili interpreti, in un confronto che impensierirebbe ogni nuovo direttore. Da buon pianista, il trentasettenne Shani ha condotto senza bacchetta, anche se per una partitura così impegnativa non rappresenta forse la scelta migliore. La sua è stata un’esecuzione priva di enfasi e quasi trattenuta, dove i contrasti dinamici non avevano grande evidenza, né ha assunto particolare risalto la brillantezza delle varie sezioni orchestrali. Lo si avvertiva soprattutto nell’ultimo movimento, il meraviglioso ‘allegro energico e passionato’, concepito come un ritorno al passato sotto l’aspetto formale (una passacaglia, retaggio barocco): scelta che non rappresenta solo un modo efficace di concludere il brano, ma anche – per quel 1885 in cui la pagina fu scritta – un commiato dal genere della sinfonia. Quel genere, cioè, che aveva scandito l’intero secolo. Inevitabile e persino scontata, invece, la Quinta danza ungherese proposta come bis.

Altri appuntamenti avevano però preceduto la programmazione malatestiana. Da ricordare, in giugno, due concerti organistici, in particolare quello alla chiesa dei Servi: quasi una serata liederistica, verrebbe da dire. Davanti a un pubblico numerosissimo, Matteo Messori e il mezzosoprano Giulia Beatini sono stati protagonisti di un omaggio a Ermanno Wolf-Ferrari, di cui quest’anno si festeggia il centocinquantesimo anniversario dalla nascita. Non deve stupire l’interesse per l’organo da parte di un compositore noto soprattutto per le sue intonazioni di libretti goldoniani: si era formato musicalmente a Monaco, quando in area germanica questo strumento manteneva ancora un grandissimo rilievo; inoltre, pur essendo nato a Venezia da madre italiana e padre tedesco, nella città lagunare aveva frequentato per ragioni familiari la storica comunità evangelico luterana, dove l’interesse per la musica sacra – e dunque per l’organo – era molto vivo. Un programma, impaginato in modo da fornire un confronto con altri autori, non solo interessante, ma piacevolissimo all’ascolto.

È stata una parentesi autenticamente cameristica quella con il Quartetto Dorè, una fresca formazione di carriera già internazionale, protagonista di un concerto dal titolo programmatico Oltre gli orizzonti: da Vienna al nuovo mondo. In una Sala Ressi molto affollata i quattro giovani archi, con i loro preziosi strumenti storici appartenenti alla fondazione Pro Canale (sono vincitori del bando indetto dall’Accademia Stauffer), hanno proposto infatti un piacevolissimo excursus che dal settecento arriva ai giorni nostri, passando attraverso atmosfere temporali e località geografiche diverse fra loro. Prendendo le mosse dal Quartetto in Sol maggiore K.387 “Primavera” di Mozart sono così approdati al famoso Americano di Dvořák, transitando per l’ipnotico Tenebrae di Osvaldo Golijov: un brano venato di suggestioni etniche, nato per voce e trasformato dall’autore argentino nel 2002 in una versione per quartetto.

Protagonisti di Fantasia Barocca, concerto realizzato in collaborazione con i San Marino International Courses, è stata La Magnifica Baroque Ensemble: in realtà solo cinque strumentisti, compreso Enrico Casazza violino concertatore. Il programma molto accattivante, che ha richiamato un pubblico numeroso, prevedeva nella prima parte un excursus da Merula a Händel, passando per Veracini e il più noto Corelli. La seconda parte era invece dedicata a Tartini e si è conclusa con La follia, celeberrima e avvincente sonata di Vivaldi. La Sala Ressi però non è apparsa la sede acusticamente più adatta alla musica barocca: ancor meno, poi, ha giovato agli strumenti l’amplificazione, livellando i volumi che, peraltro, non devono avere necessariamente tutti identico peso, come richiesto invece a un ensemble cameristico. E, nonostante la bravura dei musicisti, il basso continuo affidato a clavicembalo, violoncello e tiorba si è trasformato in un pedale sonoro fin troppo omogeneo, senza che i tre strumenti riuscissero a ritagliarsi un loro primo piano. Così si è imposto come effettivo protagonista il solo violino (in alcuni brani anche raddoppiato), peraltro perno dell’intera esecuzione, e che avrebbe trovato però maggior giovamento da un sottofondo più variegato.

Un altro appuntamento molto atteso con la musica barocca, anzi con l’autore che può essere considerato l’epitome italiana di quell’intera stagione – ancora una volta, Vivaldi – ha avuto per protagonista l’Accademia Bizantina, fra i più apprezzati ensemble di specialisti del sei-settecento. Nonostante un programma interamente dedicato al compositore veneziano, la serata non ha permesso di valorizzare al meglio la straordinaria arte del Prete Rosso: il Teatro Galli, purtroppo, è uno spazio acusticamente dispersivo e poco congeniale alle sonorità vivaldiane, penalizzando – in particolare – strumenti come l’arciliuto e lo stesso clavicembalo. Il disagio è apparso più evidente con i brani della prima parte, accomunati da un volume sonoro esile e poco tondo (quasi un’antinomia rispetto ai desiderata del barocco), dove apparivano ridimensionate le potenzialità ritmiche e timbriche del dialogo fra gli strumenti, che Vivaldi realizza in un magnifico equilibrio fra contrappunto e cantabilità italiana. Nella seconda metà della serata fortunatamente le cose si sono un po’ aggiustate e il suono ha assunto maggior consistenza. Si riusciva così ad apprezzare con maggior efficacia la notevole qualità dell’ensemble guidato da Ottavio Dantone – anche concertatore al cembalo – e dei suoi ottimi componenti, a cominciare da un fuoriclasse come Alessandro Tampieri, ormai da quindici anni concertmaster dell’Accademia Bizantina. Coinvolto nella duplice veste di solista al violino e alla viola d’amore (in ben due concerti, quello in Re minore RV 394 e quello in La minore RV 273), strumento dalle grandi risorse e caduto poi nel dimenticatoio durante il periodo classico, Tampieri è stato anche al centro di altri due splendidi brani – l’Ottavo concerto in La minore per due violini RV522 e il Decimo in Si minore per quattro violini RV580 – tratti entrambi da L’estro armonico, rivoluzionaria raccolta del 1711 che tanto fascino esercitò su Bach. Al di là dell’ammirazione per la bravura di strumentisti perfettamente in grado di affrontare il virtuosismo sempre più azzardato di Vivaldi, resta il rammarico per non aver potuto percepire appieno determinate dinamiche strumentali. E, con esse, l’ininterrotta quanto stupefacente tensione drammatica della musica.

Giulia  Vannoni