Ribadisco il mio favore alle iniziative legali intraprese per salvaguardare la nostra Riviera da diffamazioni via social: l’ultimo caso è la denuncia dell’associazione albergatori ai creatori di contenuti lesivi dell’immagine del mare di Rimini. Non si tratta di reprimere la libertà di opinione, che il nostro mare non sia il più bello d’Italia non possiamo negarlo. Ma quando se ne denigra oltre il lecito la qualità è giusto agire: il concetto “ma tanto oggi sul web vale tutto” imposto come dittatura non mi piace, che siano i meme sul Papa o sulle nostre acque. Ci sono però i tempi dei tribunali e i tempi dei social: immediati, veloci, isterici. Quando due estati fa ricomparvero le mucillagini, in molti si scatenarono contro Rimini parlando di mare inquinato laddove era un fenomeno fastidioso ma naturale. A difendere Rimini, gettandosi nella mischia, furono alcuni guerriglieri che non temevano di sporcarsi le mani (anch’io, tanto per vantarmi, ingaggiai alcuni scontri all’ultimo sangue con soggetti particolarmente irritanti). Per lo più i nostri combattenti erano operatori turistici che in quelle settimane avevano anche altro da fare. Non pretendo che ci si metta il sindaco, ma quello dei social è un fronte pericoloso da non lasciare indifeso.
E allora, magari risparmiando su qualche campagna che non lascia il segno, perché non ingaggiare qualche guerrigliero del web che scenda nella fossa dei leoni col coltello tra i denti? C’è poco da fare: sui social, dove educazione e civiltà sono state bandite perché non monetizzabili, bisogna saper menar le mani. Con buona pace di visual artist ed esperti di marketing.

