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Evergreen di quarant’anni

L'occasione fa il ladro, i sei interpreti - PH ROF

Al Rossini Opera Festival L’occasione fa il ladro riproposta nello storico allestimento di Jean-Pierre Ponnelle

PESARO, 20 agosto 2026 – Spettacolo nato al ROF nel 1987 e da Pesaro poi decollato verso altri palcoscenici, L’occasione fa il ladro porta la firma del grande Jean-Pierre Ponnelle, autore di regia, scene e costumi. Quarant’anni dopo non mostra i segni del tempo e appare ancora un allestimento di tale efficacia e perfezione che meriterebbe essere studiato dagli allievi delle scuole di teatro. Dato che la commedia degli equivoci di questa vicenda lieve e divertente – composta nel 1812 da un ventenne Rossini per Venezia – è innescata dallo scambio di una valigia erroneamente confusa da un servitore, i personaggi si materializzano fuoriuscendo dal suo interno. E, a inizio spettacolo, è proprio il servo – motore dell’azione – a distribuire le partiture al direttore e alle prime parti dell’orchestra. Per rendere del tutto evidente la finzione di cui vive il teatro, il temporale che costringe i due protagonisti maschili a rifugiarsi nella medesima locanda – la cui musica sarà poi riutilizzata da Rossini nel Barbiere – viene simulato versando a vista dell’acqua direttamente sugli ombrelli. Un’affiatata squadra di tecnici provvede poi ai cambiamenti di scena attraverso argani azionati a mano, perché qui ci sono ancora le vecchie quinte dipinte, in bianco e nero con sfumature seppiate, dal retrogusto lievemente retrò: un omaggio alla grande tradizione teatrale, soprattutto italiana.

Il tenore Dave Monaco (conte Alberto) – PH ROF

Lo spettacolo assume così i tratti di favola ingenua e, allo stesso tempo, maliziosa, particolarmente adatta a una vicenda basata sui qui pro quo, seppure destinata all’inevitabile lieto fine. A riprendere lo spettacolo al Teatro Rossini è stata Sonja Frisell, fedele collaboratrice di Ponnelle – il regista francese morì l’anno successivo al debutto dell’Occasione – che già aveva riproposto l’allestimento nelle due successive riproposte del ROF. Sulla scia del maestro la regista inglese si è anche preoccupata di seguire con grande cura la recitazione degli interpreti, trasformati tutti in ottimi attori: dettaglio fondamentale per la riuscita dell’insieme. Il perfetto meccanismo alla base dello spettacolo ha poi trovato, nell’esecuzione pesarese, un efficace corrispettivo nella bacchetta di Alessandro Bonato, che ha guidato con apprezzabile varietà dinamica l’Orchestra Sinfonica Rossini – apparsa in buona forma – traendone sonorità fluide e nello stesso tempo nitide, senza mai forzarne l’andamento attraverso l’adozione di tempi troppo veloci, che creano effetti spesso solo superficiali e finiscono per mettere in difficoltà i cantanti.
Grazie a una cornice così pregevole passano in secondo piano anche le mancanze di un cast nell’insieme non troppo brillante, tanto più se lo si confronta con i fuoriclasse che hanno interpretato L’occasione nelle passate edizioni del festival pesarese. Sei i personaggi, che comprendono tutti i tipi di vocalità: le due donne erano il soprano Damiana Mizzi, una Berenice nell’insieme corretta ma senza l’agilità necessaria al canto di coloratura rossiniano; molto brava invece Martiniana Antonie, una Ernestina di buoni mezzi vocali, che sa usare con sicurezza: non si capisce, semmai, perché al ROF continuino ad affidare al mezzosoprano rumeno solo ruoli minori. Sul versante maschile – inventariata l’inutile caricatura del vecchio tutore affidata a Manuel Amati in veste di tenore comico – Dave Monaco interpretava il conte Alberto (ruolo cantato nell’edizione 1996 dal leggendario Blake), che pur dotato di un bel timbro non possiede però la tenuta in acuto necessaria alla tenorilità rossiniana. Il suo rivale Don Parmenione, che approfittando dello scambio della valigia si spaccia per il conte, era il simpatico Matteo Mancini, disinvolto in scena ma con un’emissione più affine a quella di un tenore che a un basso, come invece richiederebbe il personaggio. Senz’altro apprezzabile il baritono Giuseppe Toia nei panni del servitore Martino, che convince lo spiantato Don Parmenione ad approfittare dello scambio della valigia. Un rapporto servo-padrone che sembra guardare a quello esistente tra Leporello e Don Giovanni, concepito come aspetto fondamentale di questa ‘burletta per musica in un atto’ di Luigi Prividali, e ancor più valorizzato dalla musica di Rossini, che lo trasforma in uno degli snodi fondamentali dell’opera, assai più innovativo del vecchio topos dello scambio di persona. Del tutto evidente, del resto, appare l’intenzione del compositore di esprimere la sconfinata ammirazione che provava nei confronti del capolavoro mozartiano.