A Pesaro Le siège de Corinthe ha inaugurato il quarantasettesimo Rossini Opera Festival
PESARO, 11 agosto 2026 – Sembra un paradosso, eppure certi titoli rossiniani hanno avuto esecuzioni più appaganti in passato, quando il ROF neppure esisteva o, almeno, non era diventato il capofila della Rossini renaissance. Le siège de Corinthe, il titolo che ha inaugurato la quarantasettesima edizione del festival pesarese, appartiene a questo ristretto elenco. Merito del carisma di alcuni interpreti vocali, come pure di certi direttori, che – al di là di un rispetto filologico ancora di là da venire – avevano intuito le potenzialità di questo e altri capolavori, facendoli conoscere al grande pubblico in edizioni rimaste memorabili.

Le siège andò in scena a Parigi nel 1826, ma i suoi precedenti risalivano a sei anni prima, al Maometto II di Napoli. Divenne così una ‘tragédie lyrique’, anche grazie a modifiche che ne dilatarono le proporzioni, estendendole a tre atti, e la lingua italiana fu ovviamente trasformata in francese grazie a Luigi Balocchi e Alexandre Soumet. Come spesso accade, a decretare gli esiti di un’opera sono gli interpreti e, segnatamente, i cantanti: basterebbe pensare che nella compagnia di canto del debutto parigino figurava l’acclamatissimo tenore Adolphe Nourrit, per il quale Rossini aveva concepito il ruolo di Néoclès. Ma pure in un passato non troppo lontano sono intervenute grandi voci a legare il loro nome a quest’opera, come il soprano Beverly Sills, protagonista femminile della celebre edizione diretta da Thomas Schippers (incisa in disco nel 1974) e oggi inspiegabilmente denigrata per l’assenza di un rigore filologico che non si poteva certo pretendere in quegli anni.
Oggi, però, bisogna fare i conti con un mercato sempre più succube della necessità di contenere i costi e condizionato dalla smania di consenso. All’Auditorium Scavolini di Pesaro come Pamyra è stata scelta Vasilisa Berzhanskaya, che ha ottenuto la sua notorietà internazionale proprio sul palcoscenico pesarese (indimenticabile la sua Sinaïde nel Moïse di cinque anni fa). Nel frattempo, tuttavia, la cantante russa ha cambiato repertorio e da mezzosoprano è passata a ruoli molto più acuti: trasformazioni che hanno implicato inevitabili problemi, come una certa perdita di omogeneità nell’emissione e un minor controllo di quelle sfumature che sapeva realizzare con grande raffinatezza. Resta comunque una personalità vocale di notevole interesse e di grandi risorse espressive, capace di restituire i lancinanti dilemmi che attanagliano il cuore di Pamyra. Sul versante maschile, Adrian Sâmpetrean, al suo debutto pesarese, si è trovato del tutto a suo agio nella scrittura di Mahomet II, sfoderando quella nobiltà ed eleganza che Rossini assegna al ‘basso cantante’ di carattere eroico. Tenore acuto, già più volte applaudito a Pesaro, Maxim Mironov è stato il più aderente alle richieste del canto rossiniano, per l’eleganza e la facilità della linea di canto con cui ha delineato un espressivo Néoclès. Il secondo tenore, concepito da Rossini come più centrale, era invece Matteo Roma, che ha saputo gestire con un buon controllo vocale il personaggio dell’inflessibile Cléomène, padre della protagonista. Nel ruolo del guardiano dei sepolcri è apparso un po’ appannato l’altro basso, Simón Orfila, mentre il mezzosoprano Anna-Doris Capitelli non è riuscita a connotare in modo troppo definito la confidente Ismène, cui spetta una ballata con accompagnamento del coro femminile.
Rimane la sensazione che un simile cast, se inserito in un contesto musicale più appropriato, avrebbe potuto ottenere risultati migliori, e non per mancanza di attenzione da parte del direttore. Alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, Carlo Rizzi è purtroppo apparso più preoccupato di conciliare i tratti stilistici rossiniani più inequivocabili con quelle novità che, di lì a poco, saranno introdotte dal primo Verdi. Una lettura priva insomma di visione unitaria, che restituisce un quadro frammentario della partitura, destinata a sminuirne fascino e complessità.
Di ancor minore aiuto nel valorizzare questo capolavoro è stato lo spettacolo di Davide Livermore, pur basato su un’idea del tutto condivisibile. Il regista concepisce l’antica Corinto come depositaria della civiltà e dell’eleganza classica, contrapponendola alla barbarie e bruttezza odierna (desolanti riprese video mostrano luoghi infestati da plastica e immondizie). Peccato che, dopo il bel colpo d’occhio iniziale, un magazzino di un museo, lo spettacolo cominci a girare a vuoto, scandito da sgraziati movimenti scenici e inanellando i soliti luoghi comuni sulla modernità – che ormai si rincorrono in ogni spettacolo – a cominciare dagli immancabili telefonini. E dire che Le siège non è certo avaro di spunti, anche ironici. Li aveva messi ben a fuoco nell’edizione del 2000 Massimo Castri nella sua teatralissima e raffinata regia.
Non c’è pertanto da sorprendersi se alla fine di ogni atto il pubblico sia andato sempre più assottigliandosi.





