C’è un passaggio che dovrebbe inquietare tutti, ben oltre gli schieramenti politici. È in gioco l’umanità. L’Emilia- Romagna ha deciso di disciplinare le procedure per il suicidio medicalmente assistito.
Si dirà: non è una legge sul fine vita, ma una norma organizzativa. È vero. Ma anche l’organizzazione non è mai neutrale. Organizzare significa scegliere una direzione, imprimere una cultura, indicare quale risposta una comunità ritiene accettabile davanti alla sofferenza.
Il punto non è negare il dramma di chi vive una malattia irreversibile. Nessuno può permettersi giudizi frettolosi sul dolore altrui. Il punto è chiedersi quale volto voglia assumere una società quando incontra la fragilità. Se la risposta diventa predisporre il percorso che conduce alla morte, qualcosa cambia nel modo stesso di intendere la medicina, il servizio sanitario e la convivenza civile.
I Vescovi dell’Emilia-Romagna lo hanno ricordato con parole limpide: “ Il valore della vita umana si impone da sé in ogni sua fase, specialmente nella fragilità della vecchiaia e della malattia”. È proprio lì, quando la vita appare più debole, che si misura la qualità di una civiltà. Non nell’efficienza delle procedure, ma nella capacità di accompagnare, curare, sostenere, non lasciare solo nessuno.
Colpisce che, mentre si istituisce una macchina amministrativa capace di accompagnare fino al suicidio assistito, le cure palliative continuino a non essere garantite in modo uniforme. Eppure sono proprio esse la risposta che mette al centro la persona, alleviando il dolore senza eliminare chi soffre. Per questo i Vescovi osservano che esse dovrebbero essere “ una pre-condizione e non una semplice informazione data al paziente”.
C’è poi un altro rischio, meno evidente ma forse ancora più profondo. Quando l’autodeterminazione diventa l’unico criterio, la relazione passa in secondo piano. La sofferenza si trasforma in un fatto esclusivamente privato, mentre il dolore chiede sempre una comunità, mani che sostengono, presenze che restano. Nessuno dovrebbe sentirsi nella condizione di dover scegliere la morte perché si percepisce un peso.
Il vero progresso non consiste nell’offrire una via d’uscita dalla vita, ma nel rendere impossibile la disperazione. Una società è davvero umana quando investe nella cura, nella vicinanza, nell’accompagnamento, nella dignità di ogni persona, fino all’ultimo respiro.
Per questo il dibattito non può chiudersi con un voto in Assemblea legislativa. Riguarda tutti. Perché, prima ancora di domandarci come si muore, dovremmo chiederci come scegliamo di prenderci cura gli uni degli altri.

