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Da Henze a Beethoven

L'Orchestra Sinfonica delle Alpi e il direttore Markus Stenz - PH Irene Trancossi

Montepulciano, al San Biagio il concerto inaugurale del Cantiere rende omaggio al fondatore Henze

MONTEPULCIANO, 17 luglio – Un omaggio a Henze, che approda a Beethoven. Denominatore comune tra i due compositori, il legame con la tradizione.
Nel magnifico Tempio di San Biagio, il concerto inaugurale del cinquantunesimo Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano ha accostato Nachstücke und Arien (Notturni e arie) di Hans Werner Henze, nume tutelare oltre che fondatore del Cantiere e di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita, all’Eroica di Beethoven. Una contiguità suggerita non tanto dal mero dato numerico – l’anno prossimo saranno duecento anni dalla morte del compositore di Bonn – ma da intenzioni, e persino caratteristiche, comuni che la lettura del direttore Markus Stenz ha saputo rendere evidenti.

Il direttore Markus Stenz – PH Irene Trancossi

Proposti in prima esecuzione assoluta in una nuova versione per soprano e piccola orchestra, in luogo dell’imponente organico concepito in origine da Henze e che ne ha purtroppo limitato la diffusione, I tre notturni alternano brani solo strumentali a due liriche su testi della poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, molto legata a Henze: oltre a condividere un profondo amore per l’Italia, per lui ha scritto anche alcuni libretti. La riorchestrazione si deve a Detlev Glanert (si tratta di una commissione del Cantiere), fra i pochi compositori di oggi a vantare un’assidua familiarità con la musica vocale, allievo di Henze e particolarmente legato a Montepulciano, dove per cinque anni ha diretto il Cantiere. Con la sua orchestrazione Glanert ha valorizzato le diverse caratteristiche dei tre brani strumentali – più fondato sui valori timbrici il primo, più costruiti sulla ricchezza armonica gli altri due – così come ha sottolineato la differente temperatura psicologico-drammatica delle due poesie della Bachmann.
Ben assecondato dalla valida Orchestra delle Alpi (una compagine strumentale che orbita prevalentemente in area trentina, per la prima volta al Cantiere), Stenz ne ha tratto sonorità nitide e trasparenti: non sempre facili da ottenere nell’acustica della pur magnifica chiesa rinascimentale. Il soprano Marily Santoro, in possesso di solidi mezzi, ha affrontato con grande sicurezza e convinzione entrambe le pagine, anche se è apparsa forse più preoccupata di venire a capo dell’ardua scrittura che di esaltare le differenze fra le due liriche.

La seconda parte del concerto era invece interamente consacrata a Beethoven, di cui Stenz è stato ancora una volta ottimo interprete: resta nella memoria la sua travolgente Quinta nel 2020 in Piazza Grande, sempre durante il Cantiere. Non è solo la tormentata vicenda a monte della Terza sinfonia in mi bemolle maggiore (Beethoven aveva dedicato inizialmente l’Eroica a Napoleone, poi fece marcia indietro al momento di portarla a termine nel 1804, quando Bonaparte si era autoproclamato imperatore) a rendere speciale questa sinfonia, ma è la sua rivoluzionaria deflagrazione romantica.
Galvanizzati dal carisma di Stenz, che dirige senza bacchetta con gesto plastico e chiarissimo, gli orchestrali si sono gettati con entusiasmo in un’esecuzione non solo musicalmente impeccabile, ma in grado di trascinare anche il pubblico. Stenz – direttore che ha macinato nel tempo moltissima musica, e si sente – ha saputo sottolineare nella sua lettura le reminiscenze del passato: mettendo a fuoco quelle memorie legate non solo a Haydn e Mozart ma all’intera stagione classicista, annidate nelle pieghe di una struttura già fortemente innovativa.
Sono così apparse evidenti le scelte del programma impaginato: la vicinanza con Henze non è solo un’occasionale concomitanza di circostanze, ma valorizza la poetica di un compositore che non aveva mai rinnegato la tradizione, anche in anni in cui i colleghi e la critica di rigorosa osservanza dodecafonica gli rimproveravano il suo passatismo, fino al punto di ostracizzarlo. Si ricorda l’episodio, la sera della prima di Nachstücke,
(Festival di Donaueschingen, 1957) quando Boulez, Nono e Stockhausen abbandonarono la sala per ribadire il loro dissenso sull’adozione di un linguaggio che non condividevano.
A distanza di tanti anni possiamo permetterci una visione distaccata, e dunque più obiettiva: Henze non teme in alcun modo di essere accostato a Beethoven. E non è cosa da poco.

Giulia  Vannoni