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IL CONFINE DELLA GLORIA

CONTROVERSIA RUBICONIS (1). Un saggio inedito, che incrocia dati archeologici con cronache e logistica della marcia di Cesare, torna sul tema dell’identificazione del Rubicone, ipotizzandone una collocazione molto più vicina a Rimini

 

Nel 1933 un decreto regio firmato da Benito Mussolini stabilì che il Fiumicino che passava per Savignano di Romagna fosse il vero Rubicone. In quell’occasione il paese mutò nome in Savignano sul Rubicone. Sebbene alcuni storici concordino con tale decisione, altri ritengono che la scelta fu influenzata da necessità politiche dell’epoca, lasciando il dibattito tuttora aperto. Pur riconoscendo il valore identitario di tale atto, la ricerca ha oggi il dovere di accogliere nuove evidenze. In particolare, le indagini sulla Via Emilia e il ritrovamento di strutture d’epoca augustea a San Vito, suggeriscono di rileggere la geografia del territorio sotto una luce nuova, cercando di ricostruirla e di aggiornarla. È risaputo che il reticolo idrografico della zona è cambiato drasticamente nel Medioevo, dove le piene deviarono molti corsi d’acqua e i letti dei fiumi cambiarono.

Numerosi studiosi ritengono che il Rubicone fosse un tempo un fiume più impetuoso e che, in seguito a una grande alluvione nel 1100, si divise: una parte finì nel letto dell’attuale Fiumicino e una parte nell’Urgone. Esiste una tesi che identifica il tracciato antico del Rubicone nell’Urgone, un fiume che si unisce al Pisciatello, scorre poco più a nord del Fiumicino e sfocia insieme a quest’ultimo a Gatteo Mare. Tuttavia anche il fiume Uso vantò grande credito in passato. Secondo Jano Planco non c’erano dubbi: era lui il vero Rubicone, il fiume più vicino all’ingresso delle porte di Rimini.

È necessario procedere esaminando le testimonianze a disposizione, a cominciare da Svetonio che nella Vita di Cesare (31-33) descrive un’azione di sorpresa condotta con tempi serrati: il guado notturno del confine e l’ingresso nel Foro di Rimini alle prime luci del giorno.

Questo fatto sembra già di per sé orientare verso l’identificazione del Rubicone nel sistema Marecchia-Uso: una struttura nella quale il primo fiume definisce la geometria politica di Rimini, mentre il secondo ne sancisce la corrispondenza matematica. Tale tragitto consente una marcia di qualche ora, rendendo la cronaca del biografo imperiale tecnicamente calzante: il passaggio del Rubicone fu l’atto immediatamente precedente all’occupazione di Rimini, un unico colpo di mano tattico che non concedeva spazio a lunghe marce post-guado, perché avvenuto tra l’alba e l’aurora.

Il passaggio di Cesare al Rubicone avviene nel momento liminale tra la notte e il giorno del 10 e l’11 gennaio del 49 a.C. (o nel mese di novembre, stando il calendario pregiuliano). Svetonio narra di una marcia segreta avvenuta nella notte; Cesare però si perde e necessita di una guida; raggiunge il Rubicone tra le tenebre quando non è ancora mattino, annota Plutarco ( Vita di Cesare, 32) – percorre altre 7 miglia fino a Rimini, raggiungendola all’aurora, intorno alle 6.45, per poi occuparla all’alba, intorno alle 7.15. Stando ai numeri di Vegezio e considerando l’Iter Justum, Cesare e la sua Legione XIII avrebbero impiegato circa 2 ore e 15 minuti di marcia ordinaria per coprire tale distanza. Il generale romano sarebbe quindi partito indisturbato dal Rubicone nel cuore della notte intorno alle 4.30, per apparire come un fantasma davanti a Rimini, prendendo la città all’alba. Se si accetta anche la versione di Appiano nelle Guerre Civili (II, 35), la distanza di San Vito da Rimini avrebbe persino permesso a Cesare un ulteriore vantaggio tattico: inviare alcuni uomini scelti della XIII avanti per occupare Ariminum di sorpresa, mentre il resto della Legione marciava a passo costante per raggiungerli all’aurora. La logistica conferma quindi che il Rubicone doveva essere molto vicino a Rimini.

Possibili dubbi e risposte

Prima obiezione: sarebbe stato sensato fare un confine così vicino alle porte di Rimini? Senza modificare l’impostazione del mio Vademecum Rubiconis (Zacinto, 2024), nel presente contributo sviluppo la questione dell’identità storica del fiume attraversato da Cesare, al fine di proporre una trattazione più metodica e sistematica: soprattutto analizzando il dato del miliario rinvenuto a San Vito, nel 1949, ad appena tre metri di profondità.

Resto infatti convinto che è nel sistema idrografico dell’antico Ariminus che occorre rintracciare la linfa della soglia legale dell’Italia del 49 a.C. L’identificazione ufficiale del Rubicone nei fiumi presi in esame nei secoli è il risultato di un’analisi che ha troppo spesso ignorato la natura vagante della conoide del Marecchia, caratterizzata da una rete di rami fluviali.

Il Marecchia non è un fiume qualsiasi, poiché dallo stesso settore appenninico del Fumaiolo nasce l’Arno e insieme i due fiumi formano una sorta di ali del Tevere, che appare invece come il corpo centrale di un’aquila, simbolo di Roma. Cesare Clementini già nel Seicento, ma anche Luigi Tonini nella sua Storia civile e sacra riminese (Rimini, Malvolti ed Ercolani, 1856, pp. 15-18), come pure, in studi più recenti, Genny Sancisi (Turismo sostenibile e paesaggi fluviali: il caso del Marecchia nell’entroterra di Rimini, Ca’ Foscari, Venezia, 2020, pp. 23-25), attestano che prima delle moderne bonifiche novecentesche il fiume Ariminus era storicamente caratterizzato da un apparato a ventaglio estremamente instabile, tanto da divagare verso nord. Sappiamo che anche durante il Medioevo questo fiume non aveva ancora sponde consistenti verso la foce e che, l’assenza di arginature stabili, permetteva a rami secondari di confluire stabilmente nei torrenti a lui prossimi Ausa e Uso e di raggiungere le depressioni costiere. Credo, pertanto, come già postulato nel mio Vademecum, che l’Ariminus fosse in comunicazione con l’Aprusa e, cioè, che un ramo del primo arrivasse nel secondo per sfociare insieme nel mare, presumibilmente in una delle seguenti località: Saiano (in Poggio Torriana), Sant’Ermete, Sant’Andrea o San Vito. In queste zone il terreno pende verso nordovest, ovvero proprio verso l’alveo dell’Uso. In pratica il Rubicone non era solo l’Aprusa; e l’Aprusa non era solo un fiume più impetuoso di quanto non lo sia oggi: l’Uso era l’Ariminus che lo stava usando per arrivare al mare. Ecco perché al fiume è rimasto, nel tempo, solo il termine Uso.

Questa mia tesi è in linea con le parole di Plinio il Vecchio, Naturalis Historia (III, 115, Les Belles Lettres, Paris, 1998). Egli circa la Regio VIII (Aemilia), precisamente, scrive: Octavia regio determinatur Arimino, Pado, Appennino. In ora fluvius Crustumium, Ariminum colonia cum omnibus Arimino et Aprusa, fluvius Rubico, quondam finis Italiae. Ovvero: l’ottava regione è delimitata da Rimini, dal Po e dall’Appennino.

Lungo la costa si trovano il fiume Crustumio (il Conca, tra Cattolica e Misano), la colonia di Rimini con i fiumi Arimino e Aprusa, il fiume Rubicone, un tempo confine dell’Italia. In sostanza, bisogna leggere fluvius Rubico come tra parentesi, piuttosto che tra due virgole, in quanto, se Plinio, risalendo la costa da sud verso nord, avesse voluto parlare di tre fiumi distinti, avrebbe dovuto usare due et, ma non lo fa, proprio perché “fiume Rubicone” ha qui una funzione esplicativa, e cioè nasce grazie alla confluenza di quest’ultimo con l’Ariminum (poi Maricula, oggi Marecchia) e coincide con l’Aprusa (oggi Uso).

Orosio, Historiae (VI, 15) scrive infatti: Caesar Rubicone flumine transmisso Ariminum venit; Cesare, attraversato il fiume Rubicone, giunse a Rimini. E cioè, si trovò subito lì, senza passare in una qualche terra di mezzo, rendendo il gesto di Cesare molto più immediato, eclatante e minaccioso per il Senato. Sappiamo inoltre che nel Medioevo il fiume trasbordava oltre la chiesa di San Martino in Ripa Rotta, lungo l’asse Viserba-San Vito. Questo significa, come spesso accade in natura, che un ramo del Marecchia tentava di riprendersi il solco che un tempo fu suo.Cesare, passando sulla Via Emilia sopra il Ponte di San Vito, si trovava di fronte a un confine d’acqua serio, più ampio e profondo. Tra l’attuale Statale Adriatica e la ferrovia, specie all’altezza di Bellaria, esisteva un sistema di zone umide, in parte ancora visibile oggi dall’alto, dove le acque dell’Uso e rami perduti del Marecchia si confondevano ancora nel Medioevo. Per questo motivo, l’Uso non era esclusivamente un torrente locale, ma un corso d’acqua potenziato dalle esuberanze del Marecchia.

Se il Marecchia prestava regolarmente acqua all’Uso, tramite anche solo una voluminosa diramazione, quest’ultimo diventava un confine molto più visibile e invalicabile, un vero fiume che giustifica la necessità di un grande ponte. Questo spiegherebbe il doppio nome di Plinio che precede l’esplicitazione del fiume: il fiume Rubicone era l’Aprusa, ma con l’acqua dall’Ariminum che lo rendeva un vero confine sacro. (1-continua)

Fulvio Gridelli