Lo scisma, che si è appena consumato tra la Chiesa cattolica e la Comunità dei seguaci di Lefevre, tocca noi riminesi piuttosto direttamente, sia perché nel nostro territorio è presente e opera, ormai da molti anni, una loro “parrocchia”, sia perché è riminese il superiore generale della loro Fraternità sacerdotale, don Davide Pagliarani. In questi giorni sento e leggo commenti tra loro molto diversi, perfino opposti: da chi si mostra preoccupato e si chiede quali vie possano favorire un riavvicinamento, a chi, invece, considera concluso questo triste capitolo, e invita a guardare avanti.
È ovvio che questa situazione offre le più svariate considerazioni e riflessioni. Io, in questo breve scritto, provo a concentrarmi solo su due aspetti (ed anche questi, in maniera piuttosto fugace).
Ecco le due questioni, per me più importanti.
1. Quali sono le differenze più rilevanti tra la Chiesa cattolica e la Comunità di Lefevre?
L’aspetto di immediata evidenza, e di popolare conoscenza, è il modo di celebrare la Messa: in italiano o in latino Ma il nodo principale è a monte, e riguarda il Concilio. In effetti, questo grande evento di grazia, a partire dalla domanda su come essere cristiani nel mondo moderno, ha ridisegnato tanti aspetti della vita e della missione della Chiesa contemporanea. Di conseguenza, ha introdotto molti cambiamenti: nel rapporto tra la comunità cristiana, la storia e la società civile; nella relazione con i cristiani non cattolici e con le altre grandi religioni; nella libertà religiosa; nelle forme della celebrazione liturgica… Ora la dura obiezione dei Lefebvriani è che queste novità conciliari sarebbero in contrasto con la dottrina e con la storia della Chiesa; piuttosto che di un importante passo per purificare la vita cristiana e renderla capace di affrontare le sfide del mondo moderno, si tratterebbe invece di un tradimento della sana tradizione e di un cedimento al “modernismo”, cioè alla cultura del mondo moderno.
Naturalmente, non è questo il luogo per considerare ogni singola concreta contestazione. Mi soffermo solo su un aspetto, che mi sembra piuttosto riassuntivo: quello della tradizione. I seguaci di Lefevre presentano la tradizione della Chiesa in opposizione alle scelte pastorali e spirituali frutto del Concilio. Tuttavia, la storia della Chiesa, nei suoi duemila anni, presenta molteplici e continui cambiamenti e tante novità, nei più diversi ambiti di vita. Pertanto, non è giusto parlare della tradizione come di una realtà stabile, immutabile e perenne. Inoltre, di questo lungo cammino, i Lefebvriani assumono come perennemente valido e dogmaticamente insuperabile il (breve) periodo della Chiesa preconciliare.
L’esempio della liturgia può chiarire meglio la situazione: i seguaci di Lefebvre contestano decisamente le riforme liturgiche operate dal Concilio e per questo celebrano la Messa in latino, con tutti i riti, i paramenti e le formule liturgiche preconciliari. Ora, il rito preconciliare (detto “di San Pio V”), non ha neppure quattro secoli, e quindi è solo il penultimo “rito” nella lunga storia dei modi con i quali la Chiesa ha vissuto i Sacramenti e la Liturgia lungo i secoli. È più giusto, è più evangelico rimanere attaccati a forme tradizionali e a modalità celebrative del passato, o piuttosto cercare i modi più adatti e più attuali, perché il popolo cristiano possa vivere l’Eucarestia in forma partecipata e comprensibile, oggi?
La “Tradizione” ha una dimensione vivente e mutevole, e la Chiesa, in tempi e luoghi diversi, ha sempre cercato forme nuove e più adatte per dire la fede e vivere il Vangelo nel preciso contesto storico, culturale e spirituale.
2. Cosa ci insegna questa dolorosa situazione?
Ritengo che sia un errore, anzi, un pericolo, considerare quanto è accaduto semplicemente come qualcosa che ormai è esterno alla Chiesa cattolica e che, quindi, non ci riguarda. La gravità di quanto accaduto richiede a tutti noi, che siamo e vogliamo rimanere cattolici, di lasciarci interpellare dalle problematiche di questa situazione, per coglierne inviti a miglioramenti, approfondimenti e cammini ulteriori.
In questa direzione, provo ad esplicitare tre brevi note.
Anzitutto dobbiamo interrogarci circa il ministero del Papa. Non è un mistero che, anche all’interno della Chiesa, ci sia chi facilmente critica, si pone su posizioni alternative, giudica con facilità e superficialità. Il prezioso servizio petrino, dell’unità, della comunione e della guida evangelica, va accolto, ricevuto e valorizzato come dono importante, per il bene di tutta la Chiesa e, oggi sempre di più, come parola profetica per il mondo.
Tanti, oggi, siamo consapevoli che la celebrazione liturgica, nelle nostre comunità, subisce spesso una ritualità formale, ripetitiva e superficiale.
Questo impoverisce la ricchezza del mistero celebrato e ne rende difficile la comprensione, soprattutto per i giovani. La provocazione lefebvriana ci aiuti a vivere e a celebrare meglio l’Eucarestia, perché essa dialoghi con la vita, superi la tentazione del devozionalismo, e favorisca una profonda esperienza spirituale.
È importante anche il fatto che la Comunità di Lefebvre, ancorata fortemente nel passato, sia così critica verso il mondo moderno da preferire, riguardo agli ordinamenti delle società, più le istituzioni autoritarie (perfino le dittature) che le democrazie (per non dire del ruolo della donna, del suprematismo bianco, del razzismo…).
Qui entriamo in un importante tema di riflessione e di scelte, perché oggi, più che mai, è chiesto ai cristiani, ed alla intera Comunità cristiana, di valutare, di prendere posizione e di impegnarsi concretamente dentro alle grandi sfide della società moderna, guidati dalla parola del Papa e dalla Dottrina sociale della Chiesa.
Don Pierpaolo Conti

