Al Piccolo Opera Festival proposta la commedia in musica di Lorenzo Da Ponte L’ape musicale
CAPRIVA DEL FRIULI, 30 giugno 2026 – Sul Piccolo Opera Festival aleggia lo spirito di Lorenzo Da Ponte. La diciannovesima edizione, del resto, s’intitola Libertà ed è difficile trovare un altro personaggio che riesca a incarnare tale aspirazione in modo altrettanto efficace, senza tentazioni retoriche e lontano da risvolti tragici. Grandissimo poeta, e libertino impenitente nonostante avesse ricevuto gli ordini sacerdotali, Da Ponte era nato nel 1749 a Ceneda, oggi un quartiere di Vittorio Veneto. Spostatosi continuamente attraverso l’Europa ebbe un’esistenza oltremodo avventurosa, costellata da dissesti economici e avventure galanti. Fu pure un antesignano delle emigrazioni o, se si preferisce, degli attuali cervelli in fuga. Concluse infatti i suoi giorni a New York nel 1838, dove era diventato il primo docente di italiano in quella che poi si sarebbe chiamata Columbia University. Forse l’attività per cui è più noto è quella di librettista – basterebbe pensare alla magnifica Trilogia per Mozart – anche se resta misterioso come mai i suoi versi, di altissimo valore, non siano entrati a far parte delle antologie letterarie scolastiche.
Nel teatro di verzura del Castello di Spessa, a Capriva del Friuli, è andata in scena la sua ‘commedia per musica in due atti’ intitolata L’ape musicale. In realtà si tratta di un pastiche che assembla brani di vari autori provenienti da opere musicate su versi di Da Ponte e da lui stesso adattati per creare una nuova drammaturgia. Fra le numerose versioni alternative è stata proposta quella concepita per la prima rappresentazione italiana, a Trieste nel carnevale 1792.

Per organizzare una vicenda plausibile la commedia ruota attorno a figure legate al mondo del teatro: dagli impresari ai poeti, dai musici ai cantanti. Pazienza poi se talvolta i collegamenti si rivelano esili e un po’ pretestuosi: si giustifica così anche qualche arbitrio – come aggiunte o sostituzioni – in sede esecutiva. Del resto, in questi casi, la filologia non è di rigore e il piacere dell’ascolto di arie memorabili ha comunque sempre la meglio.
Artefice dell’operazione un regista di solido mestiere come Giulio Ciabatti, che – per valorizzare questo meccanismo di teatro nel teatro e rendere scorrevole l’azione – ha concepito un ininterrotto andirivieni sul palcoscenico. Tutti gli spostamenti avvengono a vista, in una sorta di set cinematografico che occhieggia a Fellini: lo evocano il megafono e la lunga sciarpa di Bonario, il poeta che funge da impresario, o il costume di Zuccherina, acconciata in modo da ricordare Giulietta Masina nella Strada (i costumi sono di Ilaria Papis e le scene di Paolo Vitale). A rendere funzionale e vivace l’ingranaggio contribuiscono i giovani interpreti (comprese le due figuranti Ester Tomba e Maria Cristina Di Fonzo): un insieme efficace in scena e che riesce, così, a far dimenticare qualche disomogeneità vocale. Nel cast spiccava Javiera Paz Barrios, la primadonna Farinella (nomen omen) per la solidità dell’emissione e la scioltezza nelle colorature. Convincente anche il tenore Nico Franchini come Capriccio, spiritoso in Povero Calpigi (l’eunuco di Salieri) e poi accorato nell’aria Tradito, schernito da Così fan tutte. Hanno ben figurato sia Greta Di Sopra, nel ruolo della classica soubrette mozartiana, qui denominata Zuccherina, sia la giovanissima Sofia Dhzavadian – Cecchina, personaggio che Da Ponte aveva concepito per la propria nipote – nel suo unico intervento solistico: l’aria di Despina Una donna a quindici anni. Sul versante maschile è rimasto un po’ in ombra, per limiti timbrici, Marko Erzar nei panni del ‘buffo’ Brunetto, mentre il baritono Manuel Sedmak, il poeta Bonario, si è destreggiato meglio nei momenti cantabili – Là ci darem la mano e in Aprite un po’ quegli occhi – che nei recitativi. Del resto, il breve secondo atto è stato trasformato in una vera e propria hit mozartiana, che inanellava brani celeberrimi, fino all’epilogo delle Nozze, dove erano coinvolti più interpreti.
Il direttore Omer Arieli ha impresso un andamento brillante al gruppo strumentale del Festival, la Go! Borderless Orchestra, da cui ha saputo trarre sonorità sempre fluide e corrette anche sul piano stilistico. A loro è toccato il compito di far rivivere, come appartenessero a un’unica partitura, le musiche – oltre che di Mozart – di Gassmann, Martín y Soler, Paisiello, Salieri e tanti altri. Pagine talvolta splendide e che avrebbero ragione di rinascere in palcoscenico anche all’interno delle opere di provenienza.
Giulia Vannoni





