Sicurezza e percezione: I dati del Sole 24 Ore collocano Rimini ai vertici per denunce, ma il dibattito sulla criminalità straniera nasconde un problema di integrazione e burocrazia
Tra revoche dell’accoglienza e l’impossibilità di regolarizzarsi, migliaia di stranieri finiscono per strada ed esposti alla microcriminalità di sopravvivenza. La regolarizzazione ridurrebbe i reati
Che la in-sicurezza, spesso più percepita che reale, perché in realtà tanti reati sono in calo, venga bandita come una clava per ragioni di consenso politico è un fatto oramai conclamato. Questo non vuole però dire che i ripetuti allarmi non influenzino parte significativa dell’opinione pubblica, che finisce per seguire l’onda e dichiarare che la zona in cui vive è sempre meno sicura (circa la metà, stando all’ultimo sondaggio del Corriere di fine gennaio). Ma la storia nasce da lontano. Secondo una indagine sulla sicurezza pubblicata dal Sole 24 Ore all’inizio di novembre scorso, la provincia di Rimini figura in quinta posizione, su 106 province, per numero di denunce ogni cento mila abitanti (al primo posto c’è Milano e il rapporto non considera la popolazione turistica che falsa un po’ gli indici). Tra le persone denunciate, arrestate o fermate dalle forze di Polizia nel 2024, gli immigrati, a Rimini, sono il 43,1 per cento, che diventano il 43,8 per cento a Forlì-Cesena e il 42,4 per cento a Ravenna. Percentuali che salgono risalendo lo stivale e scendono al sud. Se aggiungiamo che, a livello nazionale, tre carcerati su dieci sono immigrati (più della metà in Emilia-Romagna), mentre la popolazione immigrata presente non arriva al dieci per cento della popolazione nazionale, c’è n’è abbastanza per associare l’insicurezza di talune zone alla presenza di immigrati. Ma la situazione non è così semplice. Come ha più volte sottolineato l’Associazione Antigone, che si occupa delle carceri, la maggiore presenza di stranieri in carcere non è dovuto solo ai reati commessi, in genere piccoli reati, ma è associata anche al fatto che per loro è più difficile accedere a misure alternative, come l’affidamento ai servizi sociali o la detenzione domiciliare. Gli irregolari, privi di un domicilio, restano in carcere anche se in attesa di giudizio (e sono tanti) e non possono essere presi in carico dai servizi sociali: non per caso solo uno su sei di chi beneficia di pene alternative al carcere è straniero. Questo vuol dire che tanti di loro restano in carcere, gonfiando il computo di cui sopra, quando un reo italiano nella stessa condizione potrebbe usciere per accedere a misure alternative. Opzione che agli immigrati viene preclusa. Certamente non aiuta la condizione di irregolarità, perché entrati senza permesso o per scadenza dello stesso. Si stima che in Italia in condizione di irregolarità ci siano circa 339mila immigrati non comunitari (Rapporto Ismu). Situazione, quasi sempre non voluta, che però impedisce loro di poter ottenere un lavoro regolare (ma non irregolare come raccontano le inchieste) ed accedere a tanti servizi, anche essenziali. Non aiuta nemmeno la pratica della revoca, ad opera delle Prefetture, delle misure di accoglienza che solo nell’ultimo anno e mezzo ha buttato letteralmente per strada oltre 50mila stranieri. Condizione che a volte li espone maggiormente a commettere piccoli reati per sopravvivere (infatti solo il 2,4 per cento è accusato di reati di stampo mafioso). Regolarizzare queste posizioni, escludendo solo chi ha veramente commesso reati gravi, aiuterebbe il loro inserimento sociale e pagherebbe anche in termini di sicurezza, riducendo reati e presenze in carcere. La società tutta ne beneficerebbe, perché gli immigrati regolari che lavorano e intraprendono pagano anche le tasse (la Fondazione Leone Moressa ha stimato in 177 miliardi di euro, pari al 9 per cento del totale, la ricchezza creata dagli immigrati), ma verrebbe meno uno strumento di propaganda essenziale alla narrazione di talune forze politiche, che sull’emergenza immigrazione costruiscono la loro rendita elettorale.

