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La Cina corre a tre minuti al minuto: addio al primato del Made in Italy?

Il reportage di un manager riminese di ritorno dalla costa meridionale cinese: la qualità asiatica azzera il nostro valore aggiunto

Mentre il Vecchio Continente resta indietro, frenato dalle lobby dei combustibili fossili e da tempi di reazione biblici, l’industria cinese azzera il gap su design, tecnica e auto elettriche, grazie a una velocità di esecuzione imbattibile e stazioni di ricarica lampo. Un boom economico che non è privo di profonde contraddizioni interne e disuguaglianze sociali, ma che sul mercato globale rischia di lasciare le nostre eccellenze locali definitivamente al palo

Quello che segue è il resoconto di una conversazione avuta con l’incaricato alle esportazioni di una impresa di media grandezza della provincia di Rimini che è stato, di recente, dieci giorni in Cina, visitando diverse imprese della costa meridionale, la più industrializzata, tra Shanghai e Shenzhen. La prima costatazione ricavata dal nostro interlocutore, che segue da tempo il mercato cinese, è che le nostre produzioni un tempo competitive sotto molto aspetti, dalle soluzioni tecniche al design, oggi lo sono sempre meno. Perché le imprese cinesi hanno guadagnato terreno sul primo come sul secondo fronte. Più chiaramente, ci tiene a precisare il nostro interlocutore “nell’ultimo decennio la qualità di molti prodotti cinesi è migliorata in maniera considerevole rendendo talvolta il nostro prodotto senza più un valore aggiunto rispetto al loro. Sono rapidissimi a fornire risposte. Visitando una fiera ho lascito il mio biglietto da visita e dopo poche ore sono stato contattato. In Italia, se rispondono, le aziende lo fanno dopo settimane o addirittura mesi”.
Il risultato lo osserviamo nel mercato delle auto, un tempo dominato dall’Europa, soprattutto della Germania, mentre oggi vediamo per strada sempre più auto cinesi che nulla hanno da invidiare alle nostre, costando pure meno. Un settore, quello delle auto cinesi, che guadagnerà sempre più terreno con la diffusione di quelle elettriche che dall’attuale crisi petrolifera riceveranno un nuovo impulso (in Europa ne circolano già 6 milioni), dove il Vecchio Continente è rimasto tragicamente indietro per seguire la lobby dei conservatori (imprenditori e politici) dei combustibili fossili. Non solo, in Cina oramai circolano solo auto elettriche, ma stanno facendo passi da gigante anche nei sistemi di ricarica delle batterie. Tanto che per accelerare i tempi che normalmente richiedono 30-40 minuti, le stazioni di servizio si stanno dotando di sistemi che sostituiscono l’intero set delle batterie in meno di tre minuti. Meno tempo che fare un pieno di benzina. Risolvendo in questo modo il fine vita delle stesse, un problema che accompagna e frena (perché anche nelle auto elettriche più costose la fine delle batterie coincide con quella della vettura) la diffusione delle vetture elettriche. Insomma quelle che erano i nostri vantaggi competitivi si vanno erodendo, in tempi sempre più brevi. Competitività che punta su innovazione, tecnica, design e nuovi servizi, ma può contare anche su un basso costo della manodopera dove i salari variano tra 700 e 1.200 euro, dipendendo dalla zona e dalle aziende. Aziende che in Cina si fanno una concorrenza pazzesca, anche al costo di una riduzione al minimo dei margini e non è raro che tante chiudano dopo poco tempo. Ma questo non cambia la sostanza del discorso. Un esempio dell’accelerazione delle fasi è anche il tempo richiesto perché una innovazione possa arrivare sul mercato, passare cioè dall’idea alla produzione vendibile. In Cina una impresa, quando decide di produrre qualcosa di nuovo, mette al lavoro qualche decina o centinaio di ingegneri e nel giro di pochi mesi il prodotto è già pronto per la vendita. Per un identico processo tante nostre aziende non impiegano meno di un paio di anni. Il rischio di arrivare tardi è patente. E pensare che ci sono tanti giovani laureati, ingegneri compreso, che sono costretti ad emigrare per ottenere un buon lavoro. Questo non vuol dire che la società cinese sia tutto rose e fiori e non ci siano contraddizioni. La crescita economica non è più quella di un tempo, il Fondo Monetario Internazionale prevede un più 4.4 per cento nel 2026 e più 4,0 per cento nel 2027, che è la metà di quella di un tempo, comunque ben al di sopra del magro 0,5 per cento, per entrambi gli anni, dell’Italia. Crescono le disuguaglianze sociali e nelle maggiori città si vendono appartamenti, in edifici alveari dove possono entrare anche 2-3 mila persone, con costi superiori a quelli di tante zone centrali delle nostre capitali economiche: 1,5 milioni per un appartamento di 80 metri quadrati. Nella vecchia Shanghai un appartamento di 500-600 metri, che a volte include anche un campo da golf, non si vende per meno di 10 milioni di euro. Per non parlare del controllo di massa della popolazione con telecamere presenti dappertutto, compreso sui treni. Queste possono dare anche un senso di sicurezza, che effettivamente esiste nelle città cinesi, senza considerare però l’insicurezza di essere permanentemente spiati, che vuol dire privati della vostra libertà, da un Grande Fratello che si chiama Stato comunista, che di voi sa tutto, mentre il cittadino normale del potere che lo domina non sa niente e non decide niente.