Home Osservatorio Musicale Rossini renaissance? Archiviata

Rossini renaissance? Archiviata

Carlo Vistoli (Tancredi), Martina Russmanno (Amenaide), Luca Tittoto (Orbazzano) - Ph Fabrizio Sansoni

Al Teatro dell’Opera di Roma è in scena Tancredi di Rossini con protagonista un controtenore

ROMA, 24 maggio – Era forse una civetteria per Rossini, soprattutto in età avanzata, mostrarsi ostile alle novità. Non avrebbe mai gradito, però, un’operazione di retroguardia come far interpretare un personaggio ad alta tensione drammatica da un controtenore, anziché da una voce femminile. Dopo Aureliano in Palmira – in cui aveva cantato il celebre Velluti – aveva infatti ribadito in modo esplicito il suo rifiuto dei “castrati”, che ancora imperversavano sulle scene, utilizzati in ruoli maschili: molto meglio i contralti en travesti, forse meno plausibili sul piano scenico, ma assai più convincenti su quello musicale. E protagonista di Tancredi, suo primo capolavoro serio nel 1813, era stata Adelaide Malanotte, con grande soddisfazione anche del ventunenne compositore.

Carlo Vistoli (Tancredi) – Ph Fabrizio Sansoni

Al Teatro dell’Opera di Roma, dove quest’opera mancava da ventidue anni, adesso è in scena – invece – Tancredi con Carlo Vistoli nel ruolo del titolo. Tutta l’operazione è stata ovviamente costruita in funzione di quest’anomala scelta e, va riconosciuto, con una certa coerenza. Cominciando proprio dalla lettura orchestrale di Michele Mariotti – al suo primo Rossini nel teatro capitolino, di cui è direttore musicale da quattro anni – che ha puntato su sonorità sempre tenui, limando ogni possibile contrasto dinamico: una scelta necessaria per rendere udibile una voce come quella del pur bravissimo Vistoli, e valorizzarne l’elegante linea di canto. Mariotti realizza così una tavolozza strumentale soffusa e rarefatta: non sempre assimilabile a quella rossiniana, ben più sgargiante; e anche la scelta di far interpretare Amenaide a Martina Russomanno si motiva in questa direzione. Il giovane soprano ha cantato molto bene, con soavità e precisione, senza fare mai venir meno – in termini di volume – gli equilibri sonori nella coppia dei due innamorati. Una partner ideale, dunque, per la voce non certo debordante di Vistoli.
Mariotti ha poi optato per il finale tragico: quello concepito da Rossini neanche due mesi dopo il debutto veneziano, per le rappresentazioni di Ferrara. La scelta migliore, visto che l’amore tra i due adolescenti, fra cui abbondano malintesi, non potrebbe che sfociare in tragedia (il libretto di Gaetano Rossi tratto dall’omonima tragedia di Voltaire presenta non poche debolezze drammaturgiche): l’epilogo tragico è apparso così del tutto plausibile.
Anche lo spettacolo di Emma Dante, ispirato al teatro dei pupi siciliani, ha contribuito a rendere più convincente tale lettura musicale. La scena ideata da Carmine Maringola guarda ovviamente alla tradizione, con quinte poste sui lati del palco, come una successione di rossi sipari teatrali alla maniera barocca; ogni tanto viene calato un nuovo fondale, che suggerisce una poetica Sicilia fuori dal tempo. I pupi, con i loro gesti meccanici, rappresentano i veri personaggi (li animano i bravissimi attori, alcuni dotati di una gestualità strabiliante, che appartengono alla compagnia Sud Costa Occidentale fondata dalla Dante); mentre ai cantanti, spesso immobili e rigorosamente in nero – autrice dei costumi è la stessa regista insieme a Chicca Ruoco – spetta incarnare la loro essenza, talvolta oscura. Nell’insieme l’effetto è suggestivo, arricchito poi da alcune efficaci trovate: fra le tante, da ricordare almeno la sparizione dei mobili.
Accanto alla ben assortita coppia protagonista, non tutti gli altri interpreti hanno brillato. Sicuramente si fa apprezzare il basso Luca Tittoto, sempre ben timbrato ed espressivo fraseggiatore nella parte del malvagio Orbazzano, così come non passa inosservata la sicurezza della giovanissima Maria Elena Pepi nel piccolo ruolo di Roggiero. E se può essere ritenuto un peccato veniale che Ekaterine Buachidze, interprete d’Isaura, fosse un po’ sorda nella zona grave, il vero problema riguarda Enea Scala che, nella scrittura baritenorile di Argirio, ha evidenziato una linea vocale totalmente scompaginata. Il coro, preparato da Ciro Visco, è apparso invece all’altezza del compito.
Il Tancredi dell’Opera di Roma rappresenterebbe dunque un esperimento. L’impressione che resta, invece, al di là di un certo appagamento immediato, è che sia piuttosto un’abile operazione di marketing: un tentativo per riempire le platee, costruito non tanto su una reale progettualità – l’unica in grado di creare un pubblico nuovo – ma piuttosto cavalcando una moda che dal barocco va estendendosi fino a titoli successivi, sfruttando un fenomeno del momento. Del resto, le carriere artistiche dei controtenori sono inevitabilmente brevi: bisognava, dunque, approfittare del fatto che il trentanovenne Vistoli si trovi adesso all’apogeo della sua forma vocale. La Rossini renaissance è riuscita a emendare decenni di incrostazioni depositatesi su tanti capolavori, veicolandone una percezione spesso distorta. Che idea si sarà fatta di Tancredi chi ascoltava quest’opera per la prima volta?