Alla Scala una nuova produzione dell’opera di Debussy Pelléas et Mélisande affidata a Romeo Castellucci
MILANO, 26 aprile 2026 – I pochissimi elementi scenici sembrano fluttuare nella nebbia. Potrebbe anche essere vapore acqueo, quello che si sprigiona da un mare continuamente evocato. Il regno fantastico di Allemonde emerge da un passato remoto, come testimoniano enormi resti fossili di sagome animali incise nella pietra; entro la parete del castello la silhouette del letto che accoglie Arkël, il re vecchio e malato, pare incistato nella roccia come fosse affiorato dall’oltretomba.

Altre ancora sono le visioni intensamente poetiche che si succedono nel Pelléas et Mélisande allestito da Romeo Castellucci per il Teatro alla Scala. Nello spettacolo non compare la terza dimensione: tutto sembra svolgersi lungo superfici bidimensionali, come quella su cui viene issato il piccolo Yniold, costretto dal padre a spiare i due protagonisti. A delineare l’atmosfera immateriale alla radice del capolavoro di Debussy contribuiscono anche candidi teli di seta, che volteggiano mossi forse dalla brezza che spira dal mare, o forse sono la vela di un’imbarcazione che porta lontano.
Con la sua drammaturgia evanescente, quest’opera composta su testo del simbolista Maurice Maeterlinck – fra l’altro l’unica portata a termine da Debussy – si è rivelata congeniale alla sensibilità di Castellucci: con totale naturalezza il regista riesce a tradurre in dissolvenze visive il trascolorare di quelle sonore presenti nella musica. Una partitura, dunque, perfetta nel veicolare le emozioni di un artista che si affida soprattutto alle immagini, al loro potere evocativo, alla loro capacità d’innescare collegamenti con l’inconscio. Del resto, la musica di Debussy è abitata da personaggi non caratterizzati in senso psicologico, spesso avvolti da un alone misterioso, che sembrano privi di volontà decisionale. E Castellucci riesce a distillare quei pochi accadimenti che si verificano nell’opera attraverso immagini di grande potenza: bellissima la visione di Mélisande che alla luce lunare, sulle sonorità trasognate dell’orchestra, scioglie i lunghi capelli dall’alto della torre. Ma a emozionare ancor più è la trasfigurazione dei due innamorati in maschere, quando finalmente arriveranno a dichiararsi il loro amore reciproco: Castellucci li trasforma in due dolenti Pierrot al centro di una cornice metafisica (e come non pensare a Schönberg?).
Anche gli interpreti assecondano le intenzioni registiche, a cominciare da Sara Blanch che, grazie a un straordinario controllo dinamico, disegna la misteriosa protagonista con struggente intensità e partecipazione emotiva. Accanto a lei il tenore Bernard Richter, come Pelléas, è un attore altrettanto immateriale, solo un po’ pallido vocalmente. Il veterano Simon Keenlyside non ha mostrato i segni dell’usura vocale, interpretando un Golaud che alterna perplessità e autoritarismo, mentre il basso John Relyea, con eleganza di emissione e ottima compattezza sonora, è stato un re Arkël paterno ed empatico. Una corretta Marie-Nicole Lemieux ottempera alla scrittura contraltile di Geneviève, la madre cui la regia affida il compito di avvolgere il filo del tempo. E merita un encomio la giovanissima Allegra Maifredi, voce bianca (è allieva dell’Accademia della Scala), nel ruolo del piccolo Yniold.
Sul podio dell’orchestra scaligera Maxime Pascal ha diretto con mano sicura, privilegiando sonorità liquide e toni sommessi, che hanno forse avvantaggiato i cantanti, senza però riuscire a creare la tensione musicale necessaria.
Si esce dallo spettacolo con immagini nitidamente scolpite nella memoria. Quasi profetica quella finale, quando la morente Mélisande viene deposta in una teca – come quelle dei musei – accanto a preziosi gioielli.
L’opera, cui Debussy aveva lavorato per una decina d’anni, era andata in scena a Parigi nel 1902: un periodo cruciale per le trasformazioni in atto su ogni versante, teatro musicale compreso. Proprio a inizio secolo sembrava promettere innumerevoli ramificazioni: tutte destinate, paradossalmente, a rendere la tradizione operistica un genere sempre più museale. Debussy forse l’aveva già intuito, Castellucci lo rende esplicito.





