A Rovereto la rarissima opera I Cavalieri di Ekebù del compositore di Rovereto Riccardo Zandonai
ROVERETO, 24 aprile 2026 – Ascoltando sia Francesca da Rimini, certamente l’opera più famosa e rappresentata di Riccardo Zandonai, sia I Cavalieri di Ekebù la sensazione è la stessa. Anche in questo ‘dramma lirico in quattro atti’, assai meno noto seppure altrettanto impegnativo per le difficoltà strumentali e dei ruoli vocali, l’orchestra è in grado di creare atmosfere legate alle novità che in quegli anni circolavano in Europa. La vocalità, invece, è orientata verso le caratteristiche del verismo, che in Italia dettava ancora legge. Non è comunque il caso di stupirsene: a Zandonai, nato a Sacco di Rovereto nel 1883, erano divenute precocemente familiari le innovazioni orchestrali mitteleuropee e ne aveva subito l’influsso; i suoi studi di composizione, invece, li aveva compiuti con Mascagni al Conservatorio di Pesaro.

Non è solo questa singolare compresenza di matrici linguistiche a rendere singolari I Cavalieri di Ekebù: pure il libretto possiede un respiro internazionale. Infatti, se Francesca da Rimini si limitava a essere una riduzione della tragedia di D’Annunzio, il commediografo e giornalista Arturo Rossato aveva tratto i versi dei Cavalieri, pur con inevitabili sfrondamenti e semplificazioni, da La Saga di Gösta Berling: un romanzo ispirato a personaggi della mitologia nordica – calati però in un’ambientazione contemporanea – che, nel 1891, segnò l’esordio letterario di Selma Lagerlöf e fu tradotto in italiano nel 1910, verosimilmente sulla scia del Nobel assegnato alla scrittrice svedese l’anno precedente.
Andati in scena alla Scala con ottimi esiti nel 1925 (Toscanini sul podio), I Cavalieri di Ekebù hanno mantenuto nel tempo una certa notorietà: negli anni cinquanta soprattutto grazie al tenore Mirto Picchi; in seguito con il disco inciso, proprio nel teatro roveretano, da Gianandrea Gavazzeni. L’ultima messinscena italiana, però, risale esattamente a vent’anni fa: è dunque la rarità odierna delle esecuzioni ad aver acceso l’interesse attorno al cartellone «Progetto Opera», festival che dal 2012 si tiene a Rovereto e che ha messo al centro della sua programmazione quello che, forse, è il capolavoro del genius loci.
Pazienza, poi, se le proporzioni del settecentesco teatrino sono poco adatte a un’opera che prevede un ampio organico strumentale e costringono l’orchestra, non in grado di entrare nella piccola buca, a trovar posto in platea. Lo spettacolo di Daniele Piscopo, che firma regia, scene, costumi e luci, crea una cornice inizio Novecento, funzionale a rendere comprensibile una vicenda di notevole modernità, dove l’immancabile triangolo amoroso – a osteggiare i due innamorati qui è il padre di lei – sconfina nella favola e, soprattutto, s’intreccia con la possibilità di riscatto attraverso il lavoro di un’umanità diseredata, definita ossimoricamente «Cavalieri» (ben evidente il modello pucciniano della Fanciulla del West).
Le difficoltà dell’allestimento riguardano poi il cast, che richiede numerosi personaggi, selezionati in quest’occasione attraverso il concorso dedicato al tenore Franco Bonisolli, altra gloria roveretana. Come protagonista si è imposto David Baños, tenore spagnolo che ha affrontato l’impervia scrittura di Giosta Berling – prete bandito dalla chiesa per il vizio dell’alcol – sfoggiando una voce considerevole e omogenea, che sa gestire con sicurezza. Accanto a lui il mezzosoprano moscovita Maria Ermolaeva, dall’ottima dizione italiana, è stata un’espressiva Comandante, ruolo che richiede anche notevole presenza scenica. Il soprano Clementina Regina ha disegnato con ampia estensione vocale un’intensa Anna, la ragazza che ama ed è riamata da Giosta, nonostante il personaggio rimanga un po’ schiacciato sul piano drammaturgico (non è stata musicata, rispetto a quanto prevedeva il libretto, la prima scena del quarto atto). Il corretto baritono Daniel Ihn Kyu Lee, apparso un po’ sottodimensionato per volume ha interpretato Cristiano, capitano dei Cavalieri. Due i bassi: il padre di Anna, cui Andrea Tabili non è sempre riuscito a imprimere quei risvolti sulfurei che rendono singolare la figura di Sintram, mentre Francesco Palmieri è riuscito a fare del viscido e ripiegato Samzelius, marito della Comandante, un vero e proprio personaggio. Assai apprezzabili, nei ruoli minori, il tenore Lee Eunchan interprete del cavaliere musicista Liecrona (che ricorda da vicino il minatore Larkens della Fanciulla pucciniana) e il mezzosoprano Maria Salvini, l’ostessa. Gli altri personaggi, che devono cantare solo poche battute, erano affidati ai componenti della Corale Lirica Ambrosiana (preparata da Roberto Ardigò): forse l’anello debole dello spettacolo.
Il direttore Francesco Rosa è riuscito a tenere insieme strumentisti e cantanti senza mai sovrastarli, cercando di valorizzare i punti di forza di una partitura in cui convergono numerose suggestioni: da quelle tardoromantiche, declinate in numerosi modi (le sonorità che caratterizzano la fabbrica evocano gli inconfondibili rumori del Nibelheim wagneriano), fino a certe suggestioni simboliste o espressioniste che aleggiano nella partitura, come pure gli echi folclorici che evocano atmosfere nordiche. Lo ha corrisposto molto bene l’Orchestra Sinfonica delle Alpi, che può evidentemente contare su solidi strumentisti, come ha dimostrato la violinista Barbara Broz, solista in palcoscenico.





