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Meno lavoro alle donne, meno figli: Rimini paga il prezzo dei suoi ritardi

Lavoro femminile e natalità: il caso che smentisce i luoghi comuni


Nel 2024 lavora solo il 58% delle donne (contro il 63% regionale e il 79% dell’Olanda), mentre la natalità crolla a 1,08 figli per donna. In dieci anni i bambini 0-6 anni diminuiti del 31% (da 18.292 a 12.660) e il 45% delle imprese fatica a trovare personale. I nidi coprono meno del 37% dei bambini (media regionale 44%) e mancano circa 400 posti per allinearsi: senza lavoro e servizi, la crisi demografica è destinata a peggiorare

Da qualche secolo è invalsa l’idea che le donne non lavorano fuori casa perché dedite a fare e curare i figli. I pregiudizi, culturali e di genere, sono duri a morire ma i fatti smentiscono questa assunzione. E questo, senza andare troppo lontano, accade proprio nella provincia di Rimini che in un colpo solo confeziona due record regionali negativi: essere il territorio che offre meno opportunità di lavoro alle donne (nel 2024, hanno trovato lavoro 58 donne su 100, a fronte di 63 della media regionale e ancora più lontano dalle 74 della Germania e delle 79 dell’Olanda) e contemporaneamente avere il tasso di natalità più basso (1,08 nati per donna, a fronte di 1,19 come media dell’Emilia Romagna). Vuol dire che la realtà è esattamente l’opposto di quello che si crede: con meno occasioni di lavoro extra domestico le donne fanno anche meno figli. La situazione sarebbe ancora peggiore se non ci fossero le donne straniere, che con un numero medio di 1,46 figli a testa, contribuiscono a risollevare le sorti della natalità riminese. Quello che distrattamente può apparire quasi un dato demografico di folclore comincia, però, ad avere affetti reali da prendere in seria considerazione. Basta considerare che dal 2014 al 2024 la popolazione residente in provincia di Rimini da 0-6 anni è scesa, in linea con lo stesso andamento regionale, da 18.292 a 12.660, con una perdita del 31%. Perdita che tra poco più di un decennio, quando raggiungeranno l’età per entrare nel mercato del lavoro, avrà pesanti ripercussioni sull’economia locale che si troverà ancora più a corto di manodopera. E la situazione non potrà che peggiorare se si considera che già oggi il 45% delle offerte di assunzione delle nostre imprese sono risultate di difficile reperimento, prevalentemente per mancanza di candidati (Excelsior 2025). Offrire buone occasioni di lavoro alle donne è quindi la pre-condizione per risollevare le sorti della natalità calante. Ma qui si entra in un circolo quasi vizioso: perché una donna possa lavorare (ricordiamo che da qualche decennio le donne laureate superano costantemente gli uomini, anche se non nelle materie tecnico-scientifiche) servono imprese che le richiedano, ma anche servizi che consentano alle giovani mamme di poter crescere i propri figli senza essere costrette a rinunciare alla professione. Servono, cioè, servizi per l’infanzia. Bisogna dire che nel corso degli ultimi anni i comuni della provincia di Rimini hanno recuperato terreno, ma restano sempre il fanalino di coda a livello regionale. Nell’anno scolastico 2024-2025 hanno trovato posto nei nidi della provincia un po’ meno di 37 bimbi/e da 0-3 anni su cento di quella fascia d’età (indice di presa in carico), che è sicuramente meglio dei 20 del 2016, ma in Emilia-Romagna superiamo solo la provincia di Piacenza (28,5), mentre la media è del 44%, con punte di 47 a Ravenna, 45 a Modena e Reggio Emilia e 50 a Bologna (RER, Offerta educativa 0-6 anni 2024-2025). Si è recuperato terreno, ma andrebbero inseriti, per entrare nella media, almeno altri 400 bambini/e (dagli attuali 2.201 a 2.622). Tenendo anche presente che l’obiettivo europeo è di arrivare al 45 per cento delle prese in carico, entro il 2030. Le cose vanno decisamente meglio per le scuole d’infanzia (3-6 anni) che sono frequentate, sempre a Rimini, dal 95,4% della popolazione di riferimento, questa volta mezzo punto sopra il dato regionale e poco sotto la meta europea del 96%.
In conclusione: per avere più donne che lavorano ci vogliono contemporaneamente più offerte di lavoro, anche nella forma flessibile del lavoro da remoto (smart working), che in Italia svolge (qualche volta) meno di un occupato di sei e a Rimini appena uno su dieci, comunque sotto la media regionale ed europea (Istat), ma anche più servizi per l’infanzia, preferibilmente a tempo pieno. Comprensivi del servizio mensa che, secondo Openpolis, nel comune di Rimini e Riccione ha solo un edificio scolastico su cinque, a Morciano di Romagna uno su quattro, a Novafeltria e Santarcangelo non esistono, a Forlì uno su quattro, a Ravenna e Bologna quasi la metà.

Alberto Volponi