
Patriarcato e cultura sessista sono solitamente associati a qualcosa che appartiene al passato, ormai superato, che esiste ancora oggi solo in forma residuale tra persone in età avanzata. Eppure, purtroppo, questo tipo di mentalità appartiene anche a fasce non trascurabili di giovani, in particolare tra i ragazzi
Perché? Come si manifesta e come affrontarlo? L’analisi e la riflessione di una giovane riminese
Quando oggi parliamo di patriarcato viene quasi naturale associare la parola a un passato lontano, dove l’indiscussa supremazia maschile era accettata in ogni aspetto della società. Forse è proprio questo distacco percepito rispetto alla quotidianità che ci induce sempre più spesso ad accompagnare il termine con toni leggeri o ironici, quasi da meme. Ma il patriarcato è davvero un capitolo appartenente al passato?
Purtroppo siamo ancora lontani da una risposta affermativa. Sebbene le norme giuridiche che legittimavano il sistema patriarcale siano state abolite da decenni, la mentalità millenaria legata ai tradizionali ruoli di potere non è altrettanto facile da sradicare. Nella società odierna il patriarcato si manifesta in diversi ambiti, a partire dal sessismo, inteso come discriminazione in base al sesso di appartenenza e giustificazione dell’inferiorità della figura femminile. Concretamente, per le donne ciò si traduce in ostacoli all’indipendenza economica, lavoro di cura non retribuito, tassi di occupazione e salari inferiori, molestie sul lavoro e violenza.
Ma queste sono solo conseguenze: per individuarne le cause, invece, è necessario scavare più a fondo, imparando a riconoscere questa “cultura” in abitudini, stereotipi o comportamenti talmente diffusi da passare inosservati, nonostante il loro potenziale discriminatorio. Per chi ha occhi attenti, il patriarcato è ovunque: dai titoli di giornale alle pubblicità, dalla musica ai giocattoli.
Resta da capire se le nuove generazioni, costrette a subire un contesto che non hanno contribuito a creare, possiedano o meno questo sguardo critico. Secondo alcuni studi recenti, l’opinione dei giovani sul patriarcato sembra procedere su due binari opposti: se una buona percentuale, composta soprattutto da ragazze, ne riconosce l’esistenza ed è determinata a combattere le conseguenti pressioni ed oppressioni, una controparte altrettanto numerosa afferma di non essersi mai informata sul tema o addirittura nega la presenza di un sistema che favorisce il genere maschile, portando avanti in maniera più o meno consapevole una cultura dannosa. Inoltre, anche all’interno del gruppo che considera il patriarcato come una struttura sociale ancora influente, la comprensione del fenomeno resta disomogenea, contribuendo ulteriormente alla diffusione di stereotipi di genere.
La riflessione di una giovane riminese
Eppure, nonostante queste divergenze, i giovani appaiono nel complesso più attenti e critici nei confronti del dialogo sulla parità di genere rispetto alle generazioni precedenti: ne abbiamo parlato con Eva (nome di fantasia), studentessa universitaria riminese di 23 anni.
“Sicuramente la nostra generazione risulta più informata sul concetto di patriarcato rispetto al passato, in parte perché le grandi conquiste del femminismo sono ancora molto attuali: ciò permette di dedicare il giusto spazio al dibattito sul tema, che non è più considerato un tabù a livello sociale e può quindi raggiungere anche i più giovani. D’altra parte, di fronte a progressi così recenti, si può essere erroneamente spinti a pensare che la parità di genere sia stata raggiunta o addirittura superata, da cui si spiega il conseguente disinteresse che caratterizza parte dei ragazzi. Per questo motivo, è fondamentale sfatare la convinzione che non si possano fare passi indietro rispetto alla situazione attuale, in modo da mantenere alta l’attenzione sull’argomento e sensibilizzare anche chi non ne è al corrente”.
Secondo Eva, hanno avuto un ruolo decisivo nella diffusione delle informazioni sul tema anche i social e internet: “Gli spazi di informazione e di attivismo sono diventati più semplici da individuare e seguire. – spiega – Parallelamente, però, hanno preso piede anche movimenti antifemministi o di maschilismo tossico, che possono ricevere la stessa visibilità. Esempi estremi sono le pagine e i forum ‘incel’ (fenomeno ampiamente trattato in diverse occasioni in recenti numeri del Ponte Giovani, ndr), che negano il patriarcato a tal punto da credere in una società rovesciata, dominata dalle donne. Il problema non è il contraddittorio in sé, ma gli algoritmi che, in base alle convinzioni dell’utente, lo confinano in una vera e propria bolla, rischiando così di isolare proprio chi avrebbe bisogno di informarsi su questi temi”.
Eva evidenzia anche un divario di consapevolezza tra le giovani donne e i loro coetanei: “È molto più facile che una ragazza si definisca femminista, o comunque sensibile a questo argomento, rispetto a un ragazzo: questo, purtroppo, è al contempo causa ed effetto del proliferare della cultura patriarcale, perché chi beneficia del sistema è chiaramente meno propenso a metterlo in discussione”. La soluzione? Parlarne, prevenire, educare, proprio a partire dai ragazzi: una comprensione profonda della discriminazione di genere può nascere solo dall’identificazione con le vittime, che può essere acquisita insegnando ai giovani uomini a dare spazio ad emozioni che, paradossalmente, il patriarcato stesso ha insegnato loro a reprimere.
Giulia Cucchetti
