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GIOVANI E SPORT, DUE MONDI SEMPRE PIÙ DISTANTI

Sappiamo tutti al giorno d’oggi quanto il movimento e l’attività fisica siano fattori fondamentali per il mantenimento di uno stile di vita sano, con impatto non solo sulla salute fisica, ma anche sul benessere mentale e, soprattutto per quanto riguarda le attività sportive di gruppo, sullo sviluppo della dimensione sociale. Alla luce di questo, suscitano preoccupazione i dati che sia a livello globale sia nazionale sembrano confermare un trend in aumento negli ultimi anni: sono sempre meno gli adolescenti e i giovani che praticano una disciplina sportiva. Un fenomeno definito come “drop out sportivo”, ossia abbandono dello sport, e rappresenta una tendenza che inevitabilmente fa sorgere alcune domande riguardo alle abitudini quotidiane nella società di oggi, teatro di rapidi e drastici cambiamenti nello stile di vita delle persone, oltre alle conseguenze che tutto questo potrebbe causare, in ottica sia di salute sia di socializzazione. Sarà colpa dei ritmi sempre più frenetici a cui siamo sottoposti e che rendono più difficile ritagliarsi del tempo libero, o delle nuove tecnologie che prendono il sopravvento su quelli che erano i classici hobby e attività ricreative di una volta? Abbiamo chiesto a Giacomo e Filippo, 21enne e 20enne riminesi, cosa ne pensano del dilagante abbandono dall’attività fisica in età adolescenziale e a cosa attribuirebbero le cause.
“Il fatto che si registri un calo proprio in questa fascia d’età non mi lascia stupefatto. – riflette Giacomo – È un po’ quello che definirei, per quella che è stata la mia esperienza, il periodo spartiacque in cui coloro che si dimostrano più bravi e dotati di talento vengono generalmente adocchiati e selezionati dalle realtà di più alto livello, che praticano in leghe più elevate e che negli anni successivi possono essere un trampolino di lancio verso il professionismo vero e proprio, mentre per tutti gli altri si aprono tendenzialmente due opzioni: continuare a coltivare lo sport come passione, rimanendo a giocare a livello dilettantistico, oppure abbandonarlo in favore di altre attività ed hobby. Per determinati sport mi immagino che in certi casi non sia nemmeno così facile trovare società o squadre che competono a basso livello, una volta superata una certa età, e spesso capita che l’alternativa diventi iscriversi in palestra per mantenersi in forma e fare comunque attività fisica, nella quale però viene persa quella sfera di collaborazione e lavoro di squadra che molte altre classiche discipline sportive offrono. Oltretutto, già a partire da realtà sportive destinate a bambini delle elementari, capita non di rado che allenatori e anche genitori mettano sempre e comunque al primo posto il risultato e la prestazione, piuttosto che valorizzare il divertimento e la sana competizione, creando ambienti che in determinati casi possono anche evolvere in situazioni tossiche, nelle quali la pressione al rendimento schiaccia i ragazzi, rendendo un’attività che comunque dovrebbe essere di svago e di benessere un concreto momento di tensione e stress. È abbastanza comune, ad esempio, vedere lasciati in panchina oppure proprio non convocati per le partite i ragazzi meno bravi o che magari per vari motivi hanno dovuto saltare qualche allenamento, e mi sembra comprensibile che coloro a cui questo accade non si sentano poi così motivati a continuare la pratica sportiva. A questo aggiungiamoci il fatto che la mole di studio con l’inizio delle superiori tende ad aumentare, e c’è chi a questo punto preferisce avere più tempo da dedicare ai compiti senza aggiungere un appuntamento costante come quello dell’attività fisica. E la stessa attività fisica a scuola, già troppo poca per poter incidere efficacemente sulla salute dei ragazzi, rischia di diventare più un peso per alcuni, poiché essendo una materia a tutti gli effetti, che contempla dunque anche una valutazione, capita che premi e dia soddisfazione a chi già è avvezzo e portato allo sport, piuttosto che favorire la partecipazione e l’impegno, introdurre e supportare chi generalmente distante dall’attività fisica, il quale si sente più che altro giudicato per qualcosa che rispetto agli altri non ha mai avuto l’occasione coltivare o per la quale non è innatamente e fisicamente dotato”.
“Indubbiamente siamo in un’epoca in cui ci sono davvero tanti modi e possibilità rispetto al passato di spendere il proprio tempo libero. – racconta Filippo – Mi riferisco soprattutto alla tecnologia, e a quante attività essa apra le porte senza nemmeno dover uscire di casa, promuovendo di fatto delle abitudini sempre più sedentarie. Un esempio: videogiochi e serie tv, forti attrattive che occupano sempre di più il tempo di ragazzi e ragazze sottraendolo allo sport e alla ricerca dell’attività fisica. Inoltre, se ad oggi lo scenario non è roseo, credo che per gli anni a venire si prospettino tendenze sempre più grigie: col passare degli anni stiamo dando i dispositivi in mano ai bambini in età sempre più precoci e inevitabilmente, se questi dispositivi stanno già assumendo un ruolo sempre più centrale nella gestione del tempo libero per gli adulti, figurarsi per chi li maneggia a partire dalla più tenera età. Il cellulare diventa un’alternativa molto più comoda, efficace e volendo economica, tenendo conto anche del prezzo richiesto per iscriversi alle realtà sportive. E le conseguenze sul piano della salute fisica e mentale si faranno a mio parere sentire”.

Andrea Pasini