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Declinazioni della tragedia

Una scena dello spettacolo - PH Luciano Romano

L’opera di Cherubini proposta al Teatro di San Carlo con la regia di Mario Martone e un cast di notevole pregio 

NAPOLI, 16 dicembre 2025 – La tragica vicenda di Medea ha esercitato notevole fascino sui musicisti: sono numerosi i compositori che, a partire dal seicento, hanno scelto di confrontarsi con il potentissimo soggetto reso immortale da Euripide. La versione più famosa resta comunque quella di Luigi Cherubini, seppure neanch’essa di frequente rappresentazione. Ed è con questa rarità, peraltro mai apparsa prima d’ora sul palcoscenico del San Carlo, che si è inaugurata la stagione lirica di Napoli.
Va subito fatta una precisazione: lo spettacolo non propone la stesura originaria in francese e i dialoghi recitati, che – con il titolo Médée – debuttò nel 1797 a Parigi, città dove il compositore fiorentino, antesignano cervello in fuga, si era definitivamente stabilito una decina di anni prima. Si tratta invece della versione in lingua italiana: quella, per intenderci, portata al successo da Maria Callas. Infatti a metà ottocento, quando Cherubini era già morto, Médée si trasformò in Medea, con il libretto tradotto da Carlo Zangarini e il parlato sostituito da recitativi accompagnati composti dal tedesco Franz Lachner. Anche se solo nel ventesimo secolo, grazie appunto alla Callas, l’opera fu consacrata fra i classici di culto.

Il soprano Sondra Rdvanovsky (Medea) – PH Luciano Romano

Sembra tenere conto delle trasformazioni subite nel tempo lo spettacolo di Mario Martone, coadiuvato dalle scene di Carmine Guarrino, dai costumi talvolta diacronici di Daniela Ciancio e dalle magnifiche luci di Pasquale Mari. Il regista cerca di conservare lo spirito originario della tragedia greca: fa indossare alla protagonista una tunica nera e una maschera sul volto, elimina la distanza tra platea e palcoscenico cancellando una separazione che il teatro antico non conosceva. Dunque, nel secondo atto, Giasone e Glauce ricevono i loro doni nuziali – portati dai componenti del coro – nella sala, in mezzo al pubblico seduto in poltrona. Per il primo atto, invece, Martone immagina una visualità neoclassica, con il palazzo reale di Creonte sullo sfondo di un giardino ben ordinato. Insomma una cornice altoborghese contrapposta alla natura, al mare e persino al cielo, con due pianeti in congiunzione – sorta di funesto presagio – che rappresentano l’habitat più congeniale a Medea: donna selvaggia e dagli istinti primordiali, oltre tutto straniera, destinata a lasciarsi alle spalle una scia di cadaveri.

Senza contare il proprio fratello fatto a pezzi in precedenza per aiutare Giasone nella conquista del vello d’oro, Medea causerà infatti la morte di Glauce e del padre Creonte attraverso doni avvelenati; ma soprattutto ucciderà i figli suoi e di Giasone, in un “cupio dissolvi” finalizzato a punire l’uomo che ama, colpevole di averla abbandonata per un’altra donna. Anche senza scomodare il fantasma callasiano, è ovvio che per incarnare un simile archetipo è richiesta una grandissima interprete. Sfoderando vocalità sonora e grande caratura drammatica, Sondra Radvanovsky – acclamata star internazionale che frequenta poco i palcoscenici italiani – ha impresso tragica consistenza alla protagonista, grazie a un dominio assoluto della voce che le consente di spaziare dagli affondi più gravi agli acuti più taglienti.
Accanto a lei si è fatto apprezzare il tenore Giorgio Berrugi, che ha sostenuto solo l’ultima delle recite in cartellone, sia per correttezza vocale sia per la capacità di configurare un Giasone spaesato, incapace di far fronte agli eventi. La giovanissima Désirée Giove, in abito nuziale, molto sicura nella sua aria (l’unica nell’intera opera di effettivo carattere belcantistico), ha disegnato una Glauce giustamente timorosa per il futuro che l’attende. Di gran pregio vocale Anita Rachvelishvili: nel ruolo di Néris, la confidente di Medea che tenta di scongiurare l’irreparabile, ha alternato tratti severi a quelli di doloroso smarrimento, soprattutto nella sua grande aria accompagnata da uno struggente fagotto. Il basso Giorgi Manoshvili è stato un Creonte inflessibile ma con sprazzi di malinconia, grazie a un’imponente colonna di suono e a una voce sempre densamente timbrata. Ben figuravano nel cast Maria Knihnytska e Anastasiia Sagaidak (le due ancelle di Glauce), ex allieve dell’Accademia del San Carlo, come pure il corista Giacomo Mercaldo, capo della guardia reale.

Dal podio, Riccardo Frizza ha tratto sonorità corrette dall’Orchestra e dal Coro (ben preparato da Fabrizio Cassi) del San Carlo, concentrandosi essenzialmente sull’accompagnamento dei cantanti e riconducendo le sonorità a un ottocento un po’ generico. Una lettura, insomma,  priva di quell’idiomaticità necessaria a un’opera considerata la più compiuta espressione del gusto neoclassico, grazie a una musica austera e persino marmorea. Capace di suscitare incondizionata ammirazione fra i colleghi di Cherubini.

Giulia  Vannoni