Il Ponte

Si possono ancora scrivere opere

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Alla Biennale Musica dopo la cerimonia di premiazione con il Leone d’oro all’inglese Sir George Benjamin l’esecuzione di Written on Skin  

VENEZIA, 27 settembre 2019 – Non sempre le esecuzioni operistiche in forma di concerto fanno rimpiangere l’assenza di una messinscena. Nel caso di Written on Skin (Scritto sulla pelle) di George Benjamin, con cui si è inaugurata – al Teatro Goldoni di Venezia – la sessantatreesima Biennale Musica, è stato ancor più facile concentrarsi sugli aspetti musicali e seguire con maggior attenzione le accurate scelte linguistiche del librettista Martin Crimp. Se ne apprezza meglio, così, la felice simbiosi fra parole e suoni: una circostanza rara, tanto più nel nostro tempo.

Il soprano Giorgia Jarman e il controtenore James Hall – Ph  A. Avezzù (La Biennale di Venezia)

Il cinquantanovenne compositore britannico, cui è stato consegnato il Leone d’Oro alla carriera nel corso di una sobria cerimonia in apertura di serata, deve proprio a quest’opera la sua notorietà internazionale: compresa l’Italia, dove Written on Skin andò in scena a Bolzano tre anni fa – complice anche l’ottima regia di Nicola Raab, insignita del premio della Critica Musicale – cogliendovi un notevole successo.

Molto ben corrisposto dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, con alcuni insoliti strumenti in primo piano (dalla glass harmonica ai mandolini e alla viola da gamba), il giovane Clemens Schuldt ha guidato in modo puntuale e preciso una musica di grande varietà timbrica: verosimilmente, una sensibilità ereditata da Benjamin dagli insegnamenti del francese Messiaen. Allo stesso tempo, il direttore ha valorizzato l’influenza del grande sinfonismo primo novecentesco – con affascinanti echi Mahler a Strauss – in cui si innestano suggestioni etniche, soprattutto indiane, che conducono a uno stimolante intreccio fra contrappunto e monodia. La singolare contaminazione che ne scaturisce è soprattutto efficace sul fronte canoro, pur senza trascurare il debito nei confronti dell’opera italiana, e ovviamente la lezione di Britten, nelle scritture vocali.

Alla radice di Written on Skin c’è una straordinaria capacità narrativa, che il teatro musicale contemporaneo sembra aver smarrito ormai da troppo tempo, perseguita con pari impegno da parte di compositore e drammaturgo. Questo non significa, per entrambi, rinunciare a un’operazione di segno del tutto innovativo. Da parte sua, infatti, il talentuoso Crimp affida a ciascun personaggio continui slittamenti dal discorso diretto alla narrazione in terza persona e, contemporaneamente, interpola il racconto di una vicenda medioevale (la macabra vicenda è tratta da una leggenda trobadorica dove il protagonista uccide l’amante della moglie e poi fa mangiare a costei il cuore del rivale) con la più contemporanea attualità: dai riferimenti ai supermercati al problema del parcheggio. Sempre con la massima naturalezza e fluidità, senza far avvertire alcuna forzatura.

Un cast ben affiatato, con interpreti tutti molto compenetrati nei loro ruoli, ha contribuito a rendere ancora più efficace la dimensione comunicativa. È scritto per baritono il ruolo del Protettore, il ricco proprietario terriero che affida a un miniaturista il compito di celebrare la propria vita. Christopher Purves (già fra gli interpretati della première nel 2013) sa trasformare le variazioni di altimetria della sua scrittura in un’ampia gamma di sfumature, che oscillano da un rassicurante desiderio di bellezza e armonia alla gretta possessività del personaggio: evidente soprattutto nei confronti della moglie, da lui considerata sua esclusiva proprietà. Molto intensa, nell’imprimere varietà di accenti ad Agnès, il soprano Georgia Jarman: all’inizio sottomessa al marito e diffidente nei confronti dell’artista che dovrà dipingere la loro vita; poi, prendendo coscienza della propria sottomissione, sempre più ostile e ribelle. È concepita per controtenore la parte del Ragazzo, ossia il pittore che disegna su pergamena (fatta di pelle di pecora, da cui prende origine il titolo l’opera): James Hall si trova del tutto a suo agio in questa scrittura riuscendo a imprimere incisività al personaggio, pur mantenendo tratti angelici e immateriali. Più defilati i personaggi di Marie (il mezzosoprano Victoria Simmonds), sorella della protagonista, e suo marito John, il tenore Robert Murray dalla vocalità diafana ma penetrante.

Una serata di grande teatro, capace di conquistare ogni tipo di pubblico. Senza nemmeno bisogno di ricorrere alla parte visiva.

Giulia Vannoni

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