Il Ponte

Si iniziò a Kuçova, poi Berat e Uznova

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Sono passati 25 anni da quando i primi missionari riminesi salparono alla volta di Durazzo, in un’Albania appena uscita dal regime comunista, un Paese che da lì a poco avrebbe visto il tracollo economico totale preludio alla guerra civile del ’97. Da allora quasi tutto è cambiato: il mondo innanzi tutto, gli sviluppi della politica internazionale, Turchia, Caucaso, Medio-Oriente. Le ondate di emigrazione e i successivi rientri hanno significato un rivolgimento dei riferimenti culturali, un incremento dell’economia, i riferimenti per le nuove generazione, l’ingresso nel villaggio globale attraverso la diffusione di mass-media e social network.

L’Albania, con la sua vocazione perenne di Paese di confine fra mondi e culture, linea di Teodosio per sempre, piazza impervia di incontri fra Oriente ed Occidente, via Ignazia di scambi e migrazioni, corridoio di confronti e polemiche fra modernità e tradizione. 25 anni sono il tempo di un cambio generazionale, eppure in Albania il tempo è corso più veloce dei 5 lustri segnati dal calendario. Se ne accorge chi arriva all’aeroporto internazionale Madre Teresa e chi sbarca in un porto tutto rinnovato a Durazzo, senza più le vecchie gru e i palazzacci di fronte. Se ne accorge chi percorre in poche ore la superstrada da Scutari-Valona che fino a 10 anni fa richiedeva una giornata di viaggio. Se ne accorgono specialmente i missionari di tutto il Paese, che vedono la Chiesa locale crescere – lentamente ma coraggiosamente – di vocazioni locali al ministero e alla vita consacrata, chiese costruite e ricostruite ovunque ci sia una comunità cattolica. Non solo la Chiesa Cattolica (che rappresenta il 12% storico dei credenti), ma anche la Chiesa ortodossa (circa il 40%) e – forse soprattutto – la comunità islamica, che sta per ultimare tra l’altro la più grande moschea dei Balcani, in centro a Tirana, proprio sopra la cattedrale cattolica di San Paolo.

La Chiesa del Sud. La Chiesa di Rimini ebbe in sorte il Sud dell’Albania dal nunzio apostolico di allora: Ivan Diaz, un uomo dallo sguardo carismatico, che ebbe l’audacia di pensare che il futuro dell’evangelizzazione del Paese fosse legato proprio al Sud, dove realmente il regime aveva lasciato uno sparutissimo resto di cattolici provenienti dal Nord. Coerentemente a questa visione, mons. Diaz si adoperò con cura perché ogni città principale del Sud avesse una presenza missionaria. Risposero all’appello diverse comunità religiose, soprattutto femminili. In pochi anni dopo l’apertura delle dogane missionari e missionarie avevano già impiantato scuole di taglio e cucito, corsi di informatica, asili, scuole, istituti professionali, oratori, infermerie… Nel frattempo anche l’annuncio del Vangelo, in modo totalmente discreto, aveva ripreso la sua corsa, accompagnata dalla gratuità con cui i missionari soccorrevano questo popolo prostrato.
Negli stessi anni molti missionari di chiese evangeliche hanno raggiunto il territorio, soccorrendo i tanti poveri con aiuti, servizi e istruzione, e fondando contemporaneamente numerose comunità cristiane un po’ ovunque.

Oggi l’Amministrazione Apostolica è affidata al Vescovo Giovanni Peragine, succeduto a mons. Hil. Sono presenti sul territorio circa 12.000 cattolici: una parte sono famiglie cattoliche provenienti dal Settentrione, dove storicamente è concentrata la Chiesa Cattolica latina, il resto sono uomini e donne convertiti da tradizioni religiose non cristiane, spesso senza Eucarestia domenicale e senza la presenza di missionari, catechisti o responsabili di comunità in loco. Quanti di questi sono fedeli alla vita della Chiesa, pur in condizioni così precarie, formano una ventina di comunità cattoliche disperse su tutto il territorio dell’Amministrazione, che da un estremo all’altro si percorre in una giornata di strada. Alcune comunità sono difficilmente raggiungibili, servite per la celebrazione dei Sacramenti dal Vescovo stesso e da 8 preti.
Dal punto di vista socio-economico, l’Albania Meridionale, specialmente l’entroterra, è restato in parte più arretrato del resto del Paese, per una politica che continua ad essere basata su interessi personali e sistema clanico. Tuttavia la situazione non è più di assoluta emergenza, almeno per quanto riguarda i servizi pubblici e i diritti fondamentali. I giovani, poi, scelgono per lo più la strada della migrazione verso la Capitale, molti lasciano l’Albania.

La Chiesa Cattolica oggi fa i conti con una situazione totalmente diversa da quella di 10 anni fa: la Chiesa Ortodossa e la Comunità Islamica stanno sempre più ricostituendo l’antica posizione ricoperta sul luogo, mentre i missionari cattolici hanno ora di fronte un popolo che, in buona parte, non chiede quei servizi di formazione e primo soccorso, anche se la povertà resta una condizione normale per moltissime famiglie, specialmente nelle periferie e nei villaggi. Sembra questo il momento, anche in Albania, di annunciare il Vangelo in modo più diretto, di rafforzare la ministerialità all’interno delle piccole comunità cristiane, di formare il popolo cristiano ad una vita comunitaria ancora più consapevole, di aprirsi ulteriormente alla missionarietà in quelle zone – geografiche e sociali – dove ancora non è stato portato il Buon Messaggio. Questo è impressionante: ci sono città e centinaia di villaggi in cui non è mai più stato annunciato, dal tempo dell’Impero Ottomano, il nome di Gesù.
Mentre la Chiesa Ortodossa si ricostituisce lentamente ma felicemente con le sue chiese, il suo clero e le sue feste e la componente islamica torna ad essere attiva e propositiva, specialmente in tutte le città e i centri urbani, la Chiesa Cattolica al Sud, in questi anni ha visto l’allontanamento di diverse comunità religiose di missionari e attualmente in tutta l’Amministrazione sono presenti 8 presbiteri e nessun chierico locale, un seminarista ed un giovane in discernimento all’anno propedeutico.

Il nostro territorio. Se molto è cambiato in Albania, anche nella piccola comunità di Berat, Uznova e Kuçova dopo 25 anni abbiamo novità evidenti. Innanzitutto la comunità si è costituita Parrocchia di San Luca Evangelista, grazie all’iniziativa di mons. Hil Kabashi, vescovo emerito dal 2017. Dopo l’arrivo della Piccola Famiglia dell’Assunta 14 anni fa e la partenza delle Sorelle dell’Immacolata (Don Masi), oggi la responsabilità della missione è passata a don Giuseppe Tosi e alla sua comunità missionaria composta di otto membri. Alla partenza di don Giovanni Vaccarini, due sorelle si stanziarono a Kuçova, ma sempre il vescovo Hil ha caldeggiato che si stesse tutti insieme a Uznova, dove la missione si sta espandendo di più. Per questo si è provveduto a rafforzare i servizi a Kuçova con la presenza di un Dopo-Scuola per minori e di un Centro Diurno per disabili per cui gli ambienti della missione di Kuçova sono in continua animazione.

Altra caratteristica della nostra presenza è l’intensa pastorale verso il mondo giovanile che, nonostante la forte emigrazione dei giovani, anche interna, fa sì che noi abbiamo un gruppo notevole di ragazzi e ragazze fra i più numerosi e impegnati di tutta l’Amministrazione del Sud.
Altra novità non piccola è il fatto che mons. Peragine ha scelto come suo vicario don Giuseppe Tosi. Conseguentemente il suo impegno si è esteso a tutto il resto dell’Amministrazione con altri incarichi tra cui l’animazione della pastorale giovanile e le relazioni con il clero e i religiosi. Questo porta spesso don Giuseppe fuori a correre nelle diverse parti del Sud.

Un grande impulso hanno avuto in questo ultimo periodo l’evangelizzazione nei villaggi con l’insediamento di vere e proprie stazioni missionarie come luoghi di incontro, di preghiera e catechesi. Non sono più visite sporadiche ma veri momenti strutturati nei quali i missionari svolgono tutte le tappe di un cammino cristiano, dalla proposta prima del Vangelo fino al Battesimo. L’incremento più numeroso lo ha avuto la comunità di Uznova, soprattutto per la marcata missionarietà dei nuovi battezzati i quali, prima di tutto, s’impegnano a portare al Signore tutta la loro famiglia.
Ogni anno a Pasqua la comunità cristiana si arricchisce di nuovi neofiti (quest’anno sono stati 24), mentre nella festa di Cristo Re si svolgono gli ingressi in catecumenato, che normalmente dura due anni, con più di cento incontri e momenti dedicati. La formazione dei neofiti resta l’impegno forte della missione che, dopo i riti dell’iniziazione cristiana, comincia a camminare e dare un volto a questa porzione del popolo di Dio.

don Giuseppe Tosi

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