Il Ponte

Scomparsi, il dramma della sospensione

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L’ultima volta è stato segnalato da un compaesano riccionese a Roma, nei pressi della stazione. Poi più nulla, un vuoto di notizie circa Paolo Casadei, 38 anni, di Riccione, che prosegue da oltre quattro anni.
Il 25enne polacco (residente a Gambettola) che aveva fatto perdere le sue tracce nel Montefeltro da una settimana, è stato invece ritrovato, grazie anche all’intervento dell’elicottero. Purtroppo il ragazzo era morto e il corpo in stato di avanzata decomposizione incastrato tra le rocce della rupe di San Leo.
Due storie, molto diverse tra loro anche per l’esito finale, ma accomunate da una parola: scomparsi.
Da una parte il dolore, l’ossessione, spesso l’impossibilità di farsene una ragione. Dall’altra l’obbligo di coordinarsi, di individuare ogni dettaglio per risolvere il “caso”.
Ogni giorno ci sono persone in Italia che scompaiono. Puff, svanite. E Rimini non fa eccezione. Scompaiono così, spesso senza lasciare nemmeno un biglietto, a volte senza un apparente motivo, senza aver dato adito a preoccupazioni ai familiari nei giorni o nelle ore precedenti la sparizione.
Il fenomeno – come ha recentemente fatto notare il Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse – è di notevoli dimensioni, quasi impensabili nella loro crudezza: sono infatti 23.545 le persone che risultano scomparse in Italia dal 1974 al 2008, e più di duemila i territori comunali.
Ad alzare il velo su questa triste realtà ci ha pensato proprio da Rimini, l’associazione Penelope (delle famiglie e dei familiari delle persone scomparse) e l’Aiccre (Associazione Italiana del Consiglio dei Comuni e Regioni d’Europa) che ha promosso un seminario alla Fiera di Rimini sul tema “Gli scomparsi in Italia, una rete di Enti Locali per la prevenzione e contrasto del fenomeno”. A volte si tratta di casi clamorosi che sconvolgono le comunità e per qualche giorno occupano le prime pagine dei giornali; altre volte sono casi cosiddetti minori, il prodotto di tante esistenze difficili, ma in ogni caso “quello che emerge è la rappresentazione di famiglie addolorate, sofferenti, lasciate a se stesse, dove spesso l’impegno delle forze del’ordine non è sufficiente per dare le giuste risposte” sottolineano da Penelope, associazione che si è costituita nel 2002 per far conoscere il dramma che è instito in questa “sospensione della vita”.
A volte è frutto di fughe d’amore, in altri casi si tratta di vittime di azioni criminali. In altre occasioni, specie se si tratta di sparizioni a tempo determinato, ci sono di mezzo anche sette e gruppi para-religiosi. È accaduto anche a Santarcangelo, Villa Verucchio e Torriana, dove alcuni giovani han fatto perdere per qualche tempo (del tutto o solo parziamente) le loro tracce per aderire alle pratiche di una pseudo-guru che aveva piantato le “tende” nell’entroterra riminese. “Attenzione a non ridurre il fenomeno a fatto di costume o psicologico – avverte il vescovo di San Marino-montefeltro, mons. Luigi Negri – si pecca in questo caso di provincialismo e si smarrisce il quadro generale”.
Cosa succede quando viene denunciata la sparizione di una persona? Il requisito della territorialità è prioritario suil resto. Se la persona scomparsa, ad esempio, è residente a Bellaria, sarà il distaccamento relativo ad occuparsene, e non quello di Rimini. L’iter comincia con la diramazione della denuncia da parte del Corpo originario a tutti i Corpi Armati del paese – Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza – ma prima di poter consultare l’archivio centralizzato, è necessario che i familiari della persona scomparsa comunichino tutti i dati “antropometrici” utili al riconoscimento della stessa: dal peso ai vestiti indossati al momento dell’ultimo avvistamento.
“Spesso ci imbattiamo nella denuncia di minori scomparsi da parte di genitori che non hanno visto rientrare il figlio a casa – spiega il brigadiere Veroni, del Nucleo Operativo Carabinieri di Rimini – ma nella grande maggioranza dei casi si tratta di scappatelle d’amore o di «viaggi-fuga» gli amici. In ogni caso, dal momento della denuncia, una persona può dirsi ufficialmente scomparsa, ma solo da quel momento. Ecco perché la tempistica può fare la differenza”.

P. Guiducci/M. Peppucci

CASADEI 38 ANNI. IL DOLORE DEL PADRE.
Quattro anni di silenzio. Chi l’ha visto?

“Paolo non può essere svanito nel nulla. Sono convinto che sia vivo e che, dopo essersene andato, non abbia il coraggio di ritornare a casa. Non ho mai creduto alla tesi del suicidio, ipotizzata dagli inquirenti”.
A parlare con lo strazio in cuore è il riccionese Fernando Casadei, 77 anni, pensionato. Dalla notte tra il 3 e il 4 gennaio 2004, quando il figlio Paolo (nella foto in basso), 38 anni, celibe, è uscito da casa alle 6,30 senza fare più ritorno, non si è dato pace. Un calvario che gli ha tolto il sorriso, ma non la voglia di lottare. Ogni messaggio, lanciato sui giornali e in tv, come a Chi l’ha visto su Raitre, è caduto finora nel vuoto ma Casadei rilancia: “Paolo, torna a casa. A Riccione ti cerchiamo tutti. E se proprio non vuoi tornare, dammi un segnale, per farmi capire che ci sei”.
L’anziano padre si aggrappa all’unica testimonianza ricevuta. Quella di un riccionese, vicino di casa. Di ritorno dall’estero, sostiene di aver visto Paolo, tre mesi dopo la scomparsa, all’aeroporto di Roma, mentre cambiava aereo. Chiedeva la carità, lui gli ha dato 5 euro. Quando, ricosciutolo, è tornato indietro per parlargli, del mendicante non c’era più traccia.
Casadei nel 2005 aveva chiesto alla Procura di Pesaro di riavviare le ricerche, a suo parere “chiuse troppo in fretta” tra Casteldimezzo e Fiorenziola di Focara (Pu). È qui che il 6 gennaio 2004, i carabinieri hanno ritrovato l’auto, parcheggiata contromano, il maglione blu macchiato di sangue, i mocassini e l’orologio, un regalo di babbo Fernando. Della maglietta bianca a maniche corte che portava sotto il maglione e dei jeans nessuna traccia. “Mai ritrovate chiavi di casa, documenti e portafoglio”, forse essere vuoto, perché il babbo aveva dato 50 euro a Paolo la domenica prima.
Casadei spera. “Sono convinto che con l’aiuto di qualcuno, abbia voluto cambiare vita”, sostiene, sposando la tesi all’inizio avvallata dagli inquirenti. “Se fosse morto – prosegue – avremmo trovato il corpo sul monte San Bartolo e gli indumenti”. Ma forze dell’ordine, subacquei e unità cinofile non hanno trovato altro. E a nulla han portato i colloqui con i compagni di lavoro di Paolo, che prestavano servizio in una ditta di pulizie a Rimini.

Nives Concolino

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