Il Ponte

Rinasce fra noi, perchè è uno di noi

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Al di là delle polemiche pretestuose che ogni anno sorgono a causa della “sensibilità democratica” di qualche maestra o di qualche preside (e non normalmente dei musulmani stessi) la battaglia per mantenerne l’uso del Presepe è straordinariamente seria. Ma com’è nato il Presepe?

Presepe, Presepio, Capannuccia. Il termine originario latino, indicante qualcosa di chiuso e di recintato, identifica principalmente una greppia, una mangiatoia, ch’è rimasto nel francese crèche e nel tedesco Krippe; mentre gli spagnoli preferiscono riferirsi alla città natale di Gesù, e parlano difatti di Belén. Un caso particolare quello polacco, dove il presepio ha la forma di un nobilissimo castello con guglie e bandiera, sul cui portale si allestisce la scena della Natività.

La fonte della rappresentazione è comunque evangelica. È il Vangelo di Luca, 2,7, a dirci che Maria peperit filium suum primogenitum; et pannis Eum involvit, et reclinavit Eum in praesepio. La mangiatoia era collocata, si suppone, in una stalla. Sarebbe poi nata tra i padri una lunga controversia, se quel «presepio», quella mangiatoia, stava in un «tugurio», un ambiente riparato come una capanna, oppure in una grotta; quanto ai due compagni animali del bambino, il bue e l’asino, essi non figurano nei Vangeli canonici e paiono corrispondere a un fraintendimento del testo della profezia di Isaia o di quella di Abacuc: la loro presenza è attestata nei Vangeli apocrifi, ma passò molto presto alle raffigurazioni iconiche, come si vede nelle sculture del «sarcofago di Stilicone» nella basilica milanese di Sant’Ambrogio, dell’inizio del V secolo.
Nel 614 d.C., quando i sasanidi persiani, di religione mazdea, conquistarono Betlemme, non distrussero la basilica della Natività: secondo la tradizione cristiana, in quanto videro in essa effigiati i magi in abito persiano. Ma forse essi scorsero, in realtà un’analogia ancora più profonda tra il culto lì prestato al Bambino e il mito persiano di Mithra di quanto i cristiani sapessero o volessero ammettere.

Il presepio, come noi lo conosciamo, nacque tardivamente, ma preceduto da un buon numero di raffigurazioni di Maria che tiene tra le braccia il Bambino, dell’adorazione dei pastori, di quella dei magi. Un altro tema di grande rilievo. Dei magi parla, tra gli evangelisti canonici, il solo Matteo, ma la loro leggenda è andata accrescendosi nei secoli soprattutto grazie alle narrazioni evangeliche apocrife e all’attenzione che hanno loro dedicato apologisti e Padri della chiesa. fino alle grandi ricapitolazioni due-trecentesche di Giacomo da Varazze e di Giovanni di Hildesheim.
Le rappresentazioni sacre natalizie ed epifaniche fecero ingresso nella pratica cultuale della Chiesa d’Occidente a partire dall’VIII secolo, insieme con quelle pasquali: sono le processioni-rappresentazioni a carattere liturgico-spettacolare.

Certo comunque Francesco, nel 1223, rientrato da poco dalla crociata, durante al quale non aveva però potuto visitare né Gerusalemme, né Betlemme, organizzò nella cittadina umbra di Greccio una specie di sacra rappresentazione collettiva cui partecipò l’intera cittadinanza, riunita attorno alla messa celebrata dal cardinale Ugolino di Segni. Francesco, in quanto diacono, cantò il Vangelo, recitò l’omelia e pose il Bambino nella mangiatoia. Tommaso da Celano e Bonaventura hanno raccontato l’evento, che la scuola di Giotto ha effigiato nella basilica superiore di Assisi: ma i particolari della cerimonia non sono concordi. Ad ogni modo, è da lì che nasce il presepio italiano, diffuso inizialmente dall’Ordine francescano. Da allora il termine praesepe cominciò ad espandersi rispetto al suo primitivo e più ristretto valore, mentre le rappresentazioni della grotta o capanna (o grotta-capanna, della Sacra Famiglia, dei due animali e dei pastori diveni vano sempre più presenti ma, collegati con la Natività, si andavano distinguendo dai momenti «epifanici» del viaggio-cavalcata dei magi e dall’adorazione del Bambino da parte di essi. Tecnicamente, gli angeli sono correlati ai pastori giudei, ai quali hanno annunziato la nascita del salvatore, mentre la medesima forza divina che è in essi si esprime, riguardo ai magi, che sono pagani e astrologi, nella stella.

Con il Trecento abbiamo Natività e Adorazioni dei magi addirittura monumentali, come si vede nella grandi statue trecenteschi di legno policromo di Simone dei Crocifissi nell’abbazia di Santo Stefano a Bologna. Molti di questi presepi erano semoventi, cioè dotati di ruote o di braccia articolate, come del resto le immagini della Passione: è famoso quello realizzato in Santa Maria Maggiore, a Roma, da Arnolfo di Cambio nel 1280. Dal punto di vista invece del rilievo paesistico, fu importante quello di Giovanni e Pietro Alamanno, terminato nel 1480, e ora a Napoli in San Giovanni in Carbonara; altri presepi illustri si trovano a Leonessa, a Matera, ad Altamura, a Putignano. Nell’Italia settentrionale si ha l’importante ciclo del Sacro Monte di Varallo presso Varese.

Il primo vero e proprio presepio meccanico fu quello costruito nel 1588 per il principe elettore Cristiano di Sassonia. Frattanto, fino dal 1534, san Gaetano da Thiene aveva fondato il primo grande presepio monumentale ed espresso la speranza che un presepio fosse costruito «in ogni casa»: il che dette avvìo alla manifattura diffusa dei figurinai artigiani costruttori di figurine in gesso, cartapesta o legno. Le principali scuole di presepio artistico si svilupparono a Napoli, appunto, e a Genova. Oggi l’arte dei «figurinai» prospera soprattutto in certe città o regioni d’Italia quali Napoli, la Lucchesia e Garfagnana, il Tirolo.
Era pratica almeno medievale il raffigurare nelle scene di presepio una qualche parte di monumento antico, come sarcofagi o colonne, a indicare come il cristo nascente rivivificasse le antiche tradizioni perdute: dai padri theatini di Napoli in poi, si fissò la tradizione di porre la mangiatoia del Bambino ai piedi di una grande colonna classica, memoria forse del tempio napoletano di Castore e Polluce sulle rovine del quale si era fondata la basilica di San Paolo maggiore, poi dedicata a san Gaetano. Il quartiere napoletano dei figurinai si addensa appunto attorno alla piazza di san Gaetano.

Oggi, i presepi conoscono un’infinità di variabili regionali e vengono di continuo «attualizzati». Le saghe che si celebrano attorno ai presepi inanimati, o a quelli meccanici, si alternano dall’arco alpino alla Sicilia con le Sacre Rappresentazioni sempre collegate alle tradizioni regionali e di rado «storicizzate». La ragione di questa «insensibilità filologica» è in realtà molto seria: si tratta, ogni anno, non già di ritrarre il panorama della Betlemme di duemila anni fa, bensì di sottolineare come il Bambino rinasca ogni anno, e rinasca qui, tra noi, tra la nostra gente perché è uno di noi. Certo, la campagna romana e la Ciociaria non sono più quelle dei presepi che si possono ammirare in piazza del popolo, e questo vale anche per la montagna abruzzese o per quella tirolese. Ma il principio teologico è sempre quello inaugurato a Greccio da Francesco, allorché parve che il Bambino vivesse tra le sue mani.
Non dimentichiamo il presepio.

Franco Cardini

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