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Ma quale libera scelta!

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Mentre da Rimini la Comunità Papa Giovanni XXIII prosegue nella campagna “Questo è il mio corpo”, sottoscritta da numerose persone, gruppi e associazioni, a sostegno di un disegno di legge che prevede la punibilità del cliente, la Corte Costituzionale si interroga sulla costituzionalità della legge Merlin.

Il prossimo martedì 5 marzo, infatti, la Corte Costituzionale terrà una pubblica udienza sulla questione sollevata dalla Corte d’appello di Bari in merito alla costituzionalità della legge 20 febbraio 1958 n. 75 – la legge Merlin, appunto – laddove considera reato il reclutamento e il favoreggiamento della prostituzione anche nel caso in cui questa sia esercitata volontariamente. Il giudizio incidentale di costituzionalità è stato sollecitato dalla difesa dell’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, imputato insieme ad altre tre persone per il reato di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione.

Sulla questione, e sulla difesa della Legge Merlin, è intervenuta, oltre a tante altre voci, anche l’associazione Resistenza Femminista che ha pubblicato un lungo documento, firmato (insieme a Chiara Carpita e Colette Esposito) da Ilaria Baldini. Counsellor alla Casa delle donne maltrattate di Milano “R. Nanni”, e operatrice volontaria di accoglienza, la Baldini è riminese e pochi mesi fa ha partecipato al convegno organizzato da APGXXIII e Agesci “La visione antropologica della donna e il fenomeno della prostituzione”.

Resistenza Femminista, insieme ad altre sigle ma nessuna del mondo cattolico, ha preso parte ad un’azione promossa da Rosanna Oliva di Rete per la Parità: presentato un atto di intervento che l’avvocata Antonella Anselmo ha depositato presso la Corte Costituzionale e illustrerà all’udienza del 5 marzo. Perché la Baldini e le altre donne di Resistenza Femminista giudicano “una strada senza ritorno” l’eventuale smantellamento della legge n. 275? “La Legge Merlin, approvata dopo una lunga battaglia, ha rappresentato un enorme passo avanti nella tutela dei diritti umani e per la parità di genere, punendo coloro che lucravano sul sangue e le lacrime di tante donne delle «case chiuse» e liberando queste ultime dalla schiavitù dei registri. – si legge nel documento – Un’eventuale decisione della Consulta in senso favorevole all’incostituzionalità della legge Merlin avrebbe delle ricadute di una gravità inaudita”.

Resistenza Femminista giudica questo dibattito intellettuale un favore alle mafie.
“Cassare la legge Merlin, sul presupposto che reclutamento e favoreggiamento della prostituzione siano legittimi in caso di «libera scelta», significherebbe fare un grande regalo alle mafie che gestiscono i bordelli oggi illegali e la prostituzione di strada. Si tratta di mafie straniere che si giovano della connivenza e complicità dei nostri clan che pure hanno la loro parte di guadagni. Distinguere la prostituzione «volontaria» da quella che non lo è, è ben arduo e stupisce la semplicità con cui nel dibattito politico se ne parla. Le ragazze vittime di tratta, se interrogate, spergiurano di essere lì per libera scelta, così come suggerito dai trafficanti”.

Libera scelta, quella di prostituirsi. Davvero?
“È sotto gli occhi di tutti come la regolamentazione della prostituzione in paesi come la Germania e la Nuova Zelanda, che hanno liberalizzato l’industria del sesso (ovvero eliminato il reato di favoreggiamento) con la motivazione di facciata di voler migliorare la condizione delle donne nella prostituzione e tutelare coloro che «scelgono liberamente» questa attività, abbia portato viceversa all’esplosione della tratta e al tempo stesso al suo occultamento (il 90% delle donne nei bordelli tedeschi sono straniere, soprattutto dell’Est Europa), abbia reso non perseguibili i tenutari nei cui bordelli sono state scoperte vittime di tratta, abbia trasformato quegli stessi proprietari di bordelli da papponi a rispettabili e potentissimi «manager», abbia fatto diventare il paese un supermercato del sesso low-cost e meta di turismo sessuale, con grave arretramento nei rapporti tra i generi e con la normalizzazione della violenza sessuale”.

Tutto questo è documentato da numerose ricerche accademiche e inchieste come quella di Julie Bindel, che ha condotto 250 interviste in 40 paesi smascherando la potente e ben finanziata lobby pro-prostituzione, costituita principalmente da proprietari di bordello, agenzie di escort e compratori di sesso, il cui intento è proprio quello di ridurre la prostituzione a un “lavoro come un altro”.

Il denaro, però, non cancella lo stupro. Come raccontano le sopravvissute al mercato del sesso, ad esempio Rachel Moran intervenuta di recente anche a Rimini, che hanno avuto il coraggio di denunciare l’industria e le violenze legalizzate subite dai clienti, quello della “libera scelta” è un argomento pericoloso, semplicistico e scorretto. Ci sono infatti donne che senza essere vittime di tratta apparentemente hanno “scelto” in condizioni di povertà estrema o necessità oppure hanno alle spalle un passato di abusi subiti che le ha rese vulnerabili e appetibile “merce” di sfruttamento per clienti e/o papponi. Per Moran e altre sopravvissute, la prostituzione non è né sesso né lavoro, ma violenza sessuale: il denaro non cancella lo stupro ma anzi viene usato dal prostitutore per esercitare il suo potere e occultare l’abuso.

Resistenza Femminista cita pure la legge in Francia che intende colpire la domanda. “Il 1° febbraio in Francia il Consiglio costituzionale ha sancito la costituzionalità della legge approvata il 13 aprile 2016 che ha introdotto la criminalizzazione dell’acquisto di sesso, la decriminalizzazione delle persone prostituite e la creazione di programmi di uscita e politiche di protezione e sostegno per le vittime di prostituzione, sfruttamento sessuale e tratta”.
Lo scopo della legge abolizionista francese è proprio quello di colpire la domanda. La prostituzione (ripetizione di atti sessuali non desiderati) ha conseguenze fisiche e psicologiche analoghe alla violenza e alla tortura: sindrome da stress post-traumatico, depressione, suicidio, dissociazione traumatica.

Altro che «libertà d’impresa»! Coloro che in Francia e in Italia hanno sollevato la questione della costituzionalità in nome di un concetto ultraliberista di “libertà di impresa”, equiparando la prostituzione ad un’attività commerciale come un’altra, negano totalmente questa complessità. “È evidente, – insistono la Baldini e le altre – che la libertà di chiunque di provvedere al proprio sostentamento tramite il percepire pagamenti in cambio di atti sessuali non viene negata e tantomeno punita dalla legge Merlin né da quella francese, dunque di cosa esattamente stiamo parlando quando parliamo di presunta incostituzionalità? Stiamo parlando della possibilità di “aiutare” le donne a prostituirsi meglio, a trovare più occasioni di “facile guadagno”, come se le occasioni mancassero, e soprattutto come se gli aiutanti valorosi fossero dei benefattori disinteressati”.

Nella Costituzione italiana l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41). La prostituzione invece vìola palesemente tutte le caratteristiche del lavoro e dell’impresa. Lina Merlin, partigiana e madre costituente, è colei che ha promosso l’inserimento nell’articolo 3 della nostra Costituzione dell’espressione «senza distinzioni di sesso», il Principio Fondamentale dell’uguaglianza delle cittadine e dei cittadini. “Sarebbe proprio questo principio fondamentale ad essere messo in discussione qualora venisse eliminato il reato di favoreggiamento. L’inferiorità delle cittadine italiane in termini di diritti umani sarebbe sancita per legge”.

Il Consiglio Costituzionale francese ha riconosciuto che «il principio di dignità è oggettivo e non soggettivo. Rinunciare ai propri diritti fondamentali non è libertà: essi sono inalienabili e universali». “Ci auguriamo – dice Resistenza Femminista – una decisione simile anche da parte dei giudici italiani”.

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