Il Ponte

Piripicchio, Piripicchio

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Metrò sì, Metrò no; terza corsia sì, terza corsia no; rinforzi di Polizia sì, rinforzi di Polizia no, stadio si, stadio no, Galli sì, Galli no… No, non è la nuova edizione del gioco Piripicchio-Piripacchio; è il solito, vecchio, modo di fare politica dei riminesi, che non riescono a mettersi d’accordo su nulla. Gente che nel proprio Dna ha un desiderio insano di distruggere ciò che ha appena creato, anzi prima ancora che sia concluso. Già da quando eravamo piccoli il gioco più bello in spiaggia era quello di demolire il proprio castello di sabbia, meglio poi se era quello del fratellino troppo intraprendente o dell’amico dell’ombrellone accanto. Ma la mamma ci sgridava. Oggi invece si suonano le trombe trionfanti delle conferenze stampa. Pappapero! te l’avevo detto che quel giochino era brutto…
Difficile pensare al bene di un territorio continuando in uno stile di contrapposizione e ostilità. Quando si è tutti contro tutti non si costruisce nulla, tantomeno una città.
Con le difficoltà anche economiche che caratterizzano la situazione del “pubblico”, presentarsi divisi è fare il gioco di chi in alto, comunque deve far quadrare i bilanci, magari con la “sghetta”. Un commentatore faceva giustamente riferimento alla tela che Penelope tesseva di giorno e disfaceva di notte. Siatene certi, nessuno da Roma o da Arcore ci farà fretta se la tela non è ancora pronta, anche perché qualunque decisione si prenderà oggi, domani sarà certamente rivista. E loro lo sanno.
Ora anche se non volessimo tirare in ballo il Bene comune (parola un po’ troppo impegnativa per i tempi che corriamo) non c’è dubbio che nella pur legittima differenza dei pareri, delle opinioni, degli interessi, l’unità di progetto, al di là della destra e della sinistra, è assolutamente e strategicamente necessaria. O questo territorio lo capisce o il futuro, già scuro per tutti, per noi diventerà nero, come quando sul mare si annunciano i fortunali estivi. Se poi fossimo capaci di tornare a ragionare in termini di Bene comune e non solo di invocarlo, taumaturgicamente, a parole, allora sarebbe segno che i tempi sono davvero cambiati. Per ora saremmo già contenti di vedere un corpo compatto con qualche obiettivo comune.

Giovanni Tonelli

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