Il Ponte

Nardo Casolari, da Rimini al salotto buono del rugby

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In pochi lo sanno. Forse solo i grandi appassionati della palla ovale. Ma nel Calvisano, campione d’Italia e attualmente primo in classifica, gioca anche un riminese. Si tratta di Nardo Casolari che, volendo essere proprio puntigliosi è nato a Lugo, ma è cresciuto e ha vissuto a Rimini. Nardo è considerato dagli addetti ai lavori uno degli astri nascenti del rugby italiano. Classe 1997 ha già rappresentato l’Italia nelle varie categorie giovanili e, a solo 18 anni, ha esordito in massima serie. Fermo per un infortunio si racconta tra un vicino passato e un futuro ricco di speranze.

Visto che in tanti non la conoscono: chi è Nardo Casolari?
“Sono nato a Lugo e poi ho sempre vissuto a Rimini. Ho studiato al liceo scientifico «Serpieri», ma ho frequentato solo i primi due anni perché poi sono stato preso in Accademia (è la scuola dove i più promettenti giovani giocatori italiani di rugby studiano e si allenano) un anno a Prato e uno a Pistoia”.

A che età ha iniziato a giocare?
“Avrò avuto 13 o 14 anni ed è stata una pura casualità. Nel senso che chi ha iniziato a giocare a rugby per primo, è stato mio fratello. Mi ricordo che si allenava al parco Marecchia. Un giorno dopo averlo accompagnato sono rimasto lì a guardarlo. Alla fine mi hanno chiesto se volevo provare e da quel momento non ho più smesso di giocare”.

Quindi ha iniziato con la casacca del Rimini sulle spalle?
“Esattamente. Ho sempre giocato nel Rimini fino alla chiamata dell’Accademia quando per causa di forza maggiore mi sono trasferito in Toscana, prima a Prato e poi a Pistoia”.

Come’era la vita in Accademia?
“Una volta a settimana allenamenti il mattino dalle 6 alle 7. Poi dalle 7 alle 8 facevamo colazione e successivamente si andava a scuola. Quando si usciva avevamo il pranzo e poi dovevamo studiare per circa due ore seguiti da tre insegnanti-tutor. E finiva tutto con un ulteriore allenamento al campo di circa due ore. Questo dal lunedì al venerdì”.

E la domenica?
“La domenica rientravamo nei nostri club per giocare le partite”.

Una volta terminata la trafila nelle giovanili ha subito giocato in club importanti?
“Come dicevo prima, ho iniziato nel Rimini per poi andare al Romagna, in serie B, dove ho potuto comunque stare vicino alla mia famiglia. Pochi mesi dopo, però, si è aperta una possibilità, il Firenze che era in serie A (la serie B del rugby) mi ha cercato e di comune accordo tra le parti ho finito la stagione in Toscana. E devo dire che la differenza tra serie A e B, si vede notevolmente anche nel modo di lavorare quotidianamente. Anche perché in A sei semi-professionista quindi è giusto che ci sia un impegno maggiore”.

Ma la sua scalata non si è fermata lì, giusto?
“No, alla soglia dei miei 18 anni ho avuto la possibilità di esordire nel campionato d’Eccellenza  (la massima serie di rugby in Italia) indossando una maglia storica come quella de L’Aquila”.

Che cosa ha provato?
“Un’emozione grandissima anche perché appunto ero giovanissimo, quindi davvero un’emozione unica”.

Per lei è stata una sorpresa o sperava di arrivare così presto nel gotha della palla ovale?
“Ammetto che ci speravo e ci puntavo. Del resto ho lavorato tanto per questo”.

Non è però l’unico esordio importante che ha fatto.
“Sì, fin dalle giovanili, dall’under 17 fino all’under 20, ho sempre rappresentato l’Italia. Purtroppo alcuni infortuni hanno minato la mia carriera. Infatti un anno, in Nazionale U20, mi hanno convocato per tutti i raduni ma un infortunio mi ha fatto saltare sia il Mondiale sia il «6 nazioni» di categoria. L’anno dopo sono riuscito a essere presente al «6 nazioni», ma ho dovuto saltare il Mondiale”.

Come si superano gli infortuni in questo sport così fisico?
“Devo ringraziare la famiglia e soprattutto mia mamma che mi è sempre stata vicina, anche perché a volte tendo a buttarmi giù troppo facilmente. Grazie a lei e al suo supporto ho superato dei brutti infortuni e periodi”.

Rappresentare la Nazionale, invece, che emozione è stata?
“Beh è una situazione fantastica mentre sei lì che canti l’inno… bellissimo. Anche se devo dire che in U20 si sente qualcosa in più. Si vede che si sta entrando nel mondo del grande rugby internazionale. Anche perché i giovani delle altre squadre (Galles, Inghilterra..) giocano già in grandi squadre estere. Quindi si inizia a masticare il grande rugby”.

Ci spiega un attimo che ruolo occupa in campo e quali sono le sue caratteristiche principali?
“Io gioco terza linea (flanker o 8), nel mio ruolo devi essere un giocatore che ha molta fisicità ed essere formidabile nell’uno contro uno, sia in atttacco sia in difesa”.

Cosa le piace di più del rugby?
“A me piace tantissimo il contatto fisico, riesco a scaricarmi. Infatti preferisco la fase di difesa. Insomma, mi piace moltissimo placcare”.

Lo consiglierebbe come sport ai più piccini?
“Sembra banale, ma il rugby ti insegna dei valori fantastici e si creano dei gruppi di appartenenza veramente molto belli e coesi. Lo stesso terzo tempo è un momento grandioso di questa disciplina”.

C’è un giocatore con il quale vorrebbe giocare?
“Direi Daniel Carter, perché averlo in squadra significa avere una fase d’attacco formidabile”.

Invece chi vorrebbe incontrare sul campo?
“Ai tempi con Chabal (storico giocatore francese), sarei stato curioso di provare un uno contro uno contro di lui e vedere come mi sarei comportato”.

Se quel pomeriggio non avesse accompagnato suo fratello al parco Marecchia…
“Chissà, ero giovanissimo quando mi sono trovato proiettato in questa realtà per cui non ho avuto il tempo di concentrarmi su altro”.

Tra cinque anni come e dove si vede?
“Spero di essere in Nazionale maggiore e di giocare magari con il Treviso o con le Zebre”.

E al dopo rugby ci ha già pensato?
“Non so in questo periodo sto facendo un corso di orificieria… chissà”.

Andrea Filippi

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