Il Ponte

Mafie, sempre meglio non sottovalutare

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Vi abbiamo raccontato più volte come, secondo diversi conoscitori di mafie, gli amministratori dei territori abbiano, negli anni, sbagliato a sottovalutare la presenza della criminalità organizzata in Riviera e in tutta l’Emilia Romagna.
Per lungo tempo ci siamo nascosti dietro il concetto di “anticorpi” come se l’intera area fosse fisiologicamente predisposta a respingere il fenomeno, quando invece viveva una fase di intossicazione
Enzo Ciconte, che ha scritto diversi volumi analizzando i fenomeni mafiosi (‘Ndrangheta, soprattutto) ha una teoria diversa. Secondo lui la regione è dotata di anticorpi, ma non di quelli citati sommariamente dai politici locali per salvaguardare la reputazione di questa terra.
Per Ciconte, infatti, l’Emilia Romagna ha dimostrato di avere un buon sistema immunitario. A dimostrarlo il risultato dell’inchiesta Aemilia che, nel 2015, ha portato a galla un imponente impianto ‘ndranghetista nel cuore della regione.

“C’è stata un’ottima risposta da parte delle istituzioni, delle associazioni e della società civile che in altre regioni del Nord è mancata. Per questo l’Emilia Romagna è fra quelle con la minore presenza mafiosa al Nord”. Una tesi espressa nel corso della rassegna di eventi organizzata dall’“Osservatorio sulla criminalità organizzata della Provincia di Rimini” dal titolo Anticorpi, appunto.

Prof. Ciconte, dunque la situazione in casa nostra è migliore di quanto pensavamo?
“Non dobbiamo illuderci. La mafia è presente in questa regione in maniera grave. Però se dovessi fare una classifica fra le regioni del Nord: Piemonte, Liguria e Lombardia sono più sofferenti. Qua c’è una maggiore tradizione democratica e di senso civico. Quanti amministratori emiliano romagnoli sono in galera per fatti di mafia? Nessuno. O i mafiosi di queste parti non sanno avere rapporti con i politici locali, o i politici locali si sono saputi difendere. In Lombardia la storia è diversa. Nella precedente legislatura ci sono stati consiglieri regionali eletti con i voti della ‘ndrangheta e dei comuni sciolti per mafia”.

Dunque la politica locale può dirsi  salva?
“L’operazione Aemilia ha coinvolto esclusivamente il tessuto economico e non quello politico della Regione. Anzi, di una zona circoscritta, quella della Ppovincia di Reggio Emilia. La provincia di Rimini non è stata toccata dall’inchiesta, seppure lo sia stata dalla precedente operazione Vulcano che vedeva al centro allo stesso modo imprenditori bisognosi di soldi, i quali pensavano di potersi sbarazzare dei mafiosi dopo aver chiesto loro prestiti. Peccato non sia mai così”.

In che cosa gli amministratori emiliano romagnoli si sono dimostrati lungimiranti?
“Sono riusciti a respingere, negli anni, imprese provenienti dal Sud che proponevano prezzi stracciati e sospetti. In altre regioni del Nord questo non è avvenuto. Un esempio è stato l’ex sindaco di Bologna, Renzo Imbeni, che seppe stracciare il contratto con una ditta di Catania in odore di mafia seppure gli costò il pagamento di penali. Lo stesso terremoto del 2012 non è stato caratterizzato da una massiccia presenza mafiosa. Grazie alla collaborazione tra Regione e prefetture, solo lo 0,5% del migliaio di imprese coinvolte nel processo di ricostruzione è stata interessata dall’interdittiva antimafia. Questo a testimonianza del fatto che le cose, se si vuole, si possono far bene. Non è vero che laddove ci sono lavori pubblici debbano per forza arrivare le mafie”.

Cosa ha comportato, invece, il sottacere la presenza mafiosa da parte della politica?
“Nascondere il fenomeno significa disarmare il territorio, renderlo incapace di comprendere i segnali della presenza mafiosa. Dopo la strage di Falcone e Borsellino ci fu l’operazione Romagna pulita che portò una ventata di legalità nel territorio. Poi però si fece l’errore di credere di essere salvi. Purtroppo non è stato così”.

Perché l’inchiesta Aemilia del 2015 ha rappresentato un punto di svolta per questa regione?
“Ha dato una scossa agli amministratori e alla società civile. Sono sorte iniziative di giovani, associazioni, scuole che si sono sostituite al silenzio che per troppo tempo ha dominato su questa terra. Se l’Emilia Romagna non avesse gli anticorpi, non ci sarebbe stata una reazione così forte”.

Mirco Paganelli

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