Il Ponte

Le luci “rosa” della Guardia Costiera

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Sono appena quattordici su un totale di novanta divise, ma in prima linea come i colleghi uomini, in motovedetta come in gommone, per la ricerca ed il soccorso al largo. Sono le donne della Capitaneria di Porto di Rimini, il Corpo specialistico della Marina Militare, noto anche come Guardia Costiera, che si occupa della salvaguardia di oltre 30 Km di litorale, da Cattolica a Bellaria. Anche qui le pari opportunità hanno fatto progressi notevoli, specie a Rimini. Nel “quartier generale” di Via Destra del Porto il Comandante in Seconda, che affianca il Titolare del Comando, il Capitano di Fregata Fabio Di Cecco, è una donna, il Capitano di Corvetta Rosamarina Sardella. Unica signora in regione con questo ruolo. Pochissimi i casi lungo lo Stivale, 4-5, non di più.

Comandante Sardella, quali incarichi rivestono le donne in Capitaneria?
“In questo Compartimento marittimo, che abbraccia le province di Rimini e Forlì-Cesena, il personale femminile è rappresentato da due ufficiali – oltre a me, il sottotenente di vascello Nunzia Pezzella -, un maresciallo di prima classe, un sergente imbarcato, quattro volontarie di truppa in servizio permanente effettivo e quattro marinai. Inoltre – una novità per gli uffici dipendenti – abbiamo una piccola rappresentanza femminile all’Ufficio locale Marittimo di Riccione, con due volontarie in servizio annuale. Le donne sono rappresentate in tutti i ruoli e gradi e, analogamente ai colleghi uomini, siamo impiegate in tutte le attività: tecniche, amministrative, operative, ordinarie, straordinarie. Con un’età media che va dai 22-23 anni ai 50”.

Pochissime sono però le donne Comandante in Italia.
“È vero, ma questo dipende dall’anzianità di grado. Le donne sono entrate nelle forze armate solo nel 2000, quindi, considerando gli step di carriera, non c’è stato ancora il tempo di ricoprire i gradi in maniera uniforme rispetto ai colleghi uomini. Ma ci sono donne già da un anno Capitano di Fregata a livello nazionale e, prossimamente, qualcuna di loro rivestirà il ruolo di Comandante di una Capitaneria di Porto del livello di Rimini”.

Lei è entrata nel 2000?
“No, purtroppo, anche se ci ho provato. Sono entrata nel 2002, da un percorso civile. Ero già laureata in Scienze Politiche in diritto economico internazionale. Ho avuto accesso ad un concorso per nomina diretta ad ufficiale nelle Capitanerie di Porto, con prove scritte, orali, visite mediche, psico-attitudinali, ecc. Dopodiché ho svolto un anno di Accademia navale a Livorno, con addestramento militare di forza armata e formazione professionale su materie specifiche. La mia prima destinazione è stata Monfalcone, come caposezione Demanio, Ambiente e Contenzioso. Poi fui il trasferita al Comando generale di Roma, presso l’Ufficio Formazione primo reparto”.

In quei primi anni di carriera, per lei come per altre donne, quali sono state le più grandi difficoltà?
“Si trattava di abbattere un muro culturale, ma soprattutto logistico. Sono state rifatte tutte le navi che hanno dovuto prevedere locali alloggiativi separati per il personale femminile. Le stesse caserme si sono dovute riadattare. Ma le cose sono andate avanti in maniera tranquilla. Per me, che provenivo dal mondo civile, non c’era nessun tipo di problema nel lavorare con colleghi uomini”.

Quante donne insieme a lei parteciparono a quel concorso, nel 2002?
“Allora, per i candidati donna, c’era aliquota massima consentita, del 20%. Su 30 posti a concorso, il massimo delle donne che potevano entrare era di 8. Oggi questo limite numerico è venuto meno, in teoria tutti i posti a concorso potrebbero essere ricoperti da personale femminile”.

Formazione e addestramento cambiano?
“No, sono perfettamente uguali. E le varie abilitazioni sono a portata di tutti: abbiamo personale femminile anche nella condotta dei mezzi navali e aerei”.

Torniamo al suo percorso: dopo Roma, cosa è successo?
“Era arrivato il tempo, compatibilmente con il mio grado, di svolgere il ruolo di Comando di un Ufficio Marittimo periferico, quindi nel settembre 2011 fui trasferita a Cesenatico, dove rimasi fino a gennaio 2014. Qui, prima di me, c’erano stati solo colleghi uomini, ma nonostante ciò, anche in questo contesto lavorativo mi sono inserita molto tranquillamente”.

È poi arrivata la volta di Rimini. Come è stato il primo approccio?
“Venire qui, da un altro Ufficio Marittimo romagnolo, è stato quasi come cambiare quartiere, nonostante Rimini sia una città più grande e complessa. Anche qui il porto vive prevalentemente di pesca ed il lavoro della Capitaneria si sviluppa notevolmente nella stagione estiva. Rispetto a Cesenatico, dove ero titolare e unico responsabile del Comando, su Rimini ho una responsabilità differente, più orientata sulla gestione del personale. Il Comandante in seconda si occupa di questo oltre che di coadiuvare il titolare del Comando o di sostituirlo, quando assente”.

Rimini è più complessa: in cosa?
“Ci sono più pescherecci, una maggiore complessità di gestione dell’ambito portuale, più attività balneari, 15 Km di costa solo a Rimini, molte più problematiche di salvaguardia della balneazione e navigazione. Come divise, poi, a Cesenatico eravamo una ventina, qui circa 90. Gestire il personale significa trovare il giusto equilibrio tra l’imporre semplicemente delle disposizioni, perché il grado me lo consentirebbe – ma poi tutto rimarrebbe più sterile – e il fare squadra, condividere gli stessi obiettivi e modalità operative. Questo è per me fondamentale”.

Essere donna può essere un vantaggio in questo?
“Ha sicuramente portato un approccio differente. Un ambiente esclusivamente maschile cammina su binari che sono sempre quelli. Se gli si affianca un modo di pensare e di agire femminile, il confronto non può che essere costruttivo. Così è stato, effettivamente”.

Quali sono i vostri ambiti di intervento?
“Abbiamo attività stagionali ordinarie che fanno capo all’attività Mare sicuro che si estende quest’anno dal 17 giugno al 17 settembre. In questi mesi sono intensificate tutte le attività di vigilanza e presenza sul territorio del Corpo della Capitaneria di Porto, sia a terra (spiaggia, demanio, porto) che a mare. L’obiettivo è di salvaguardare la vita umana in mare e la tutela ambientale, in particolare, sulle numerose piattaforme off-shore di estrazione di fonti energetiche. Prevenendo e punendo, dove necessario, comportamenti illeciti. Per mare e per terra siamo nelle fasce di maggiore affluenza, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 17, tutti i giorni. A turno siano mediamente in quattro. Poi ci sono situazioni in cui si rafforza la presenza. Il personale deve essere in possesso di determinati requisiti, inoltre siamo sottoposti annualmente a prove di capacità fisica, per garantire l’efficacia delle operazioni di soccorso e la salute stessa di chi interviene.
Rimini è una piazza particolare, ricca di eventi di grandissima affluenza, come la Notte Rosa”.

Cosa comporta?
“In queste occasioni è previsto un impiego maggiore di mezzi e persone (altre quattro in più, ad esempio, per la Notte Rosa). E la guardia resta alta anche su potenziali eventi terroristici, come prevedono le ultime disposizioni in materia della Prefettura. Il tutto in sinergia con le altre forze dell’ordine”.

Qual è la maggiore criticità di questo territorio?
“La pesca. I regolamenti della Comunità Europea sono diventati particolarmente stringenti e di difficile applicazione in un contesto professionale e ambientale come l’Adriatico. Il ceto marittimo è in sofferenza, le regole sono tante e ciascuna comporta spese di adeguamento, ammodernamenti di attrezzature, nuove abilitazioni, fino a qualche tempo fa non richieste. Noi dobbiamo vigilare sul prodotto ittico dal momento in cui viene pescato, fino a quando arriva in tavola, e ogni step è talmente disciplinato in maniera tassativa, che ci si rende conto che, per forza, sul lungo raggio, qualcosa nella filiera può sfuggire agli operatori. Intervenire in ogni momento significa sanzionare, in maniera anche abbastanza pesante, il pescatore, come il commerciante ed il ristoratore. E parliamo di un periodo di crisi per tutti. Noi siamo da una parte un Corpo di polizia, dall’altra un servizio dell’utenza marittima quindi il pescatore viene da noi a chiederci dei consigli e poi siamo sempre noi quelli che devono sanzionarlo se non ha adempiuto a qualche regola”.

I buoni e i cattivi allo stesso tempo…
“Dobbiamo trovare la giusta capacità di veicolare le novità normative, lavorare sempre di più sulla prevenzione. Lo stiamo facendo, ma la strada è lunga”.

Alessandra Leardini

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