Il Ponte

Giulietta, Fellini e la chiesa riminese

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Il sentimento religioso ci dice che l’uscita è verso l’alto” amava ripetere spesso Federico Fellini, citando Carl Gustav Jung. Parole che fotografano la continua ricerca e attenzione al trascendente di questo genio alla macchina da presa.
Nei film di FF la religione è molto presente e viene raccontata anche con tratti ironici, spregiudicati, stravaganti. Alla maniera di Fellini, insomma. Senza dimenticare che fino alla fine il padre spirituale suo e della moglie Giulietta Masina è stato il cardinale conterraneo Achille Silvestrini, ministro degli Esteri di Giovanni Paolo II e capofila della ostpolitik vaticana durante la Guerra fredda. Lo stesso porporato romagnolo che raccolse le ultime parole di Federico Fellini sul letto di morte il 31 ottobre 1993 e poi ne celebrò i funerali a Roma.
Al tema “Ho bisogno di credere. Federico Fellini e il sacro” sarà dedicato un progetto nel marzo 2020 (centenario della nascita del regista) che si svolgerà in marzo tra Rimini e Roma.
Il titolo prende spunto da una conversazione del regista con l’amico scrittore Sergio Zavoli: “Ho bisogno di credere – disse Fellini – È un bisogno né vivo né maturo, per la verità. È un bisogno infantile di sentirmi protetto, di essere giudicato benevolmente, capito, e possibilmente perdonato”. Promotori dell’iniziativa la Facoltà di scienze e comunicazione sociale dell’Università Pontificia Salesiana, l’Istituto di scienze religiose “Alberto Marvelli”, il Centro Culturale Paolo VI di Rimini.

Fellini e il sacro
Fellini e il sacro, dunque. Un rapporto continuo con la religione, al quale seguì quello più altalentante con la gerarchia ecclesiastica, forse anche alimentato dal caso de La dolce vita che nel 1960 divise gli animi del mondo cattolico ma anche di molti gesuiti. “Quella vicenda infiammò gli animi. Ricordo le feroci critiche de L’Osservatore Romano, le condanne pubbliche di molti vescovi che fecero molto soffrire la madre di Fellini, Ida Barbiani, cattolica fervente, che l’avrebbe visto volentieri prete e con una brillante carriera ecclesiastica” dichiarò tempo fa ad Avvenire padre Virgilio Fantuzzi. Anni dopo toccò proprio a padre Fantuzzi riabilitare la filmografia del maestro Fellini sulle medesime colonne. “Più che di riabilitazione si trattò di un atto di giustizia e di risarcimento verso Fellini” ha sottolineato il gesuita. Occorreva riconoscere la grandezza di un genio che, con il suo retroterra cattolico, ha in fondo raccontato, a volte in modo implicito e con originalità, il suo rapporto con la fede ma anche con i riti della Chiesa.

Fellini e la Chiesa riminese
Ma Fellini incontrò veramente il Vescovo di Rimini in occasione dello scandalo sollevato nel mondo cattolico tradizionalista dal film La dolce vita? Non vi sono, negli archivi della Diocesi, evidenze di relazioni ufficiali tra Fellini e la Chiesa di Rimini. Certo sappiamo, dai suoi scritti, come il regista serbasse un ricordo benevolo e divertito di alcuni sacerdoti e di alcuni luoghi o istituzioni religiose riminesi. Basti pensare a don Gaetano Baravelli, suo professore di religione al liceo classico o al Tempietto di Sant’Antonio, dove assieme agli amici osservava le “baffone”. Fellini inoltre serbava cara memoria di Alberto Marvelli, che ha frequentato lo stesso Liceo Classico e probabilmente l’Oratorio Salesiano – tramite il contatto con la professoressa Maria Massani si interessò personalmente alla causa di Beatificazione di Alberto anche se non fece in tempo a vederne la proclamazione.
L’episodio dell’incontro tra Fellini ed il “vecchissimo Arcivescovo di Rimini” (sic!) in occasione delle polemiche cattoliche su La dolce vita è facilmente smentibile sotto il profilo storico. L’aneddoto rimane una di quelle scenette di gusto felliniano in cui il regista affabula e sovrappone suggestioni e memorie.
Lo ha narrato lui stesso in una intervista a Fantuzzi per La Civiltà Cattolica (quaderno 3343 anno 140, 7 ottobre 1989, 54), ed è stato ripreso – con diverse modifiche – da Tullio Kezich in varie edizioni della biografia di Fellini. L’aneddoto rimane una di quelle scenette di gusto felliniano in cui il regista
affabula e sovrappone suggestioni e memorie. Il regista assicura di aver avuto una udienza dall’Arcivescovo di Rimini, che descrive come un vecchietto un po’ confuso, il quale non avrebbe capito chi era, e avrebbe poi avuto quasi un malore quando lo capì, come risulta dall’intervista a padre Fantuzzi. Oppure gli avrebbe dato, sorridendo ingenuamente, una benedizione: almeno così nella biografia di Kezich.

La verità sul Vescovo Biancheri
A parte il fatto che a Rimini non c’è mai stato un Arcivescovo (ingenuità sulla quale si può anche sorvolare per uno avezzo alle pompose gerarchie, soprattutto romane) bisogna affermare nel tempo delle polemiche de La Dolce Vita, era Vescovo a Rimini Mons. Emilio Biancheri, allora cinquantottenne. Un Vescovo che tutti ricordano per la grande spiritualità, arguzia, bonomia e spirito di dialogo, anche con persone lontane dalla Chiesa. Il ricordo felliniano del Vescovo avanti nell’età rimanda, quasi certamente, al Vescovo di Rimini della sua giovinezza, Mons. Vincenzo Scozzoli, nato nel 1858, che resse la Diocesi per 44 anni dal 1900 al 1944, e che dunque Fellini, da bambino, incontrò già anziano – ma non proprio “confuso” – in occasione della cresima (20 maggio 1929) o di qualche cerimonia, e che poi avrebbe segnato il suo immaginario giovanile fino alla sua partenza da Rimini.
Peraltro non v’è alcuna traccia di un presunto incontro tra Mons. Biancheri e Fellini – anche per testimonianza diretta di Mons. Fausto Lanfranchi, già allora tra i più vicini collaboratori di Biancheri – né alcuna presa di posizione diocesana nei confronti del film oggetto di discussione, come invece avvenne altrove. Forse qualche “mormorio” di sagrestia non proprio caritatevole da parte di qualche sacerdote o cristiano militante ci sarà stato, come dicono le note biografiche, specie nei confronti dei famigliari del regista (Kezich, parla della madre del regista raggiunta da questi pettegolezzi). Ma nulla di ufficiale, tantomeno da parte del Vescovo e della Curia.
Forse un unico indiretto accenno alle questioni sollevate dal film sta nella Lettera Quaresimale di Biancheri del febbraio-marzo 1960 dal titolo “Considerazioni sulla visita pastorale”: siamo proprio nel momento saliente delle polemiche dell’Osservatore Romano contro Fellini. In tale Lettera il Vescovo dà resoconto della visita pastorale compiuta nelle varie parrocchie dell’intera Diocesi. Dopo aver elencato molti motivi di plauso per la vita cristiana presente nel ‘riminese’, si sofferma su alcune ‘emergenze etiche’, come diremmo oggi. Tra queste cita il pericolo morale di modelli proposti dai media e pensa alla «stampa specialmente illustrata, ai films, ai divertimenti, alle mode estive che ostentano saggio di autentica follia oltre che di aggressione alla sanità morale». Come si vede, si tratta tutto sommato di una preoccupazione comprensibile per il Vescovo di una città nel boom turistico di quegli anni. Ma, alcune righe sotto, Biancheri continua così: «Mettere a fuoco le idee-chiave che danno un senso e valore alla vita cristianamente intesa, vissuta secondo i disegni di Dio nel tempo e nell’eternità. La mancanza di queste idee-chiave lascia nelle menti vuoti paurosi. Per colmarli, si cercano surrogati di idee impazzite, esaltazione di istinti, materialismo completo» (Cor meum vigilat. Ricordo di Mons. Emilio Biancheri Vescovo di Rimini, il Ponte, Rimini 1992, p. 168.). Non sappiamo se Biancheri abbia mai visto La dolce vita. Tuttavia queste parole sono assai vicine alla sottesa denuncia di vuoto e di ipocrisia che molti autorevoli commentatori – cattolici e non – hanno positivamente intravisto nel film di FF.

Giuletta, FFF e la chiesa riminese
Invece un rapporto più diretto tra la coppia Fellini-Masina con la Chiesa riminese si ebbe in occasione del malore del regista (3 agosto 1993, primo passo verso l’esito fatale della malattia) e del suo conseguente ricovero all’Ospedale Infermi di Rimini, come ricorda Mons. Aldo Amati, Vicario Generale all’epoca. In quell’occasione ebbe eco sulla stampa la visita del Card. Silvestrini, da tanti anni amico della coppia Fellini e Masina. Il Vescovo di Rimini, Mons. Mariano De Nicolò, si fece presente al regista e alla moglie col dono di un libro e, tramite il Cappellano dell’Ospedale, Don Ferruccio Capuccini, mise a disposizione ogni assistenza spirituale. Tra i tanti omaggi ricevuti da Fellini ricoverato ci fu anche un enorme mazzo di fiori inviato dalla rockstar Madonna; Fellini volle che fosse donato all’immagine dalla Vergine Maria, posta nel reparto di Medicina Generale. Don Capuccini donò alla Masina una semplice corona del Rosario in plastica bianca, di quelle in uso per i malati. È proprio quella corona che Giulietta tiene in mano e con cui saluta teneramente il feretro di Fellini il giorno del suo funerale, come si ricorda nella foto che è rimbalzata sulla stampa di tutto il mondo. Quando – dopo il funerale celebrato a Roma – la salma di Fellini fu traslata a Rimini il 9 novembre 1993, il vescovo De Nicolò accolse il feretro presso la Camera Ardente allestita solennemente dal Comune e dopo la benedizione e la lettura del Vangelo affermò: «Federico, che ha illustrato l’arte e la cultura della nostra Città e della nostra Patria, elevando anche non di rado la mente alle più alte domande dell’uomo sul senso religioso della vita, possa godere per sempre della gioia, della luce, della visione di Dio» (Diocesi di Rimini. Bollettino Ufficiale, n. 4, dicembre 1993, 64). Anche per la Masina, scomparsa qualche mese dopo, il Comune ricevette il feretro con ogni onore, e pure in quella occasione il vescovo De Nicolò, dopo la benedizione, pronunciò parole commosse: «Abbiamo ammirato in lei l’attrice espressiva e capace di comunicare un messaggio profondo e di intensa umanità (si legge in Diocesi di Rimini. Bollettino Ufficiale, n. 1, marzo 1994, 56); la moglie fedele di Federico Fellini, con il quale ha vissuto una comunione durata tutta la vita; la cristiana di sincera fede, di cui abbiamo negli occhi l’ultimo gesto di saluto al suo Federico, con in mano il Rosario, segno della sua speranza e della sua preghiera».

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