Il Ponte

Dai monasteri della Bucovina al palazzo di Ceausescu

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Ogni Pellegrinaggio diocesano proposto dal vescovo Francesco è atteso come un appuntamento gradito da chi ha partecipato a quelli degli anni precedenti e li ricorda con piacere per i contenuti di spiritualità uniti a quelli culturali e, perché no, anche a quelli turistici. Ci si ritrova fra conoscenti e non si può fare a meno di rammentare la Grecia, la Russia, l’Albania… E chi non può partecipare ne è rammaricato.

Quest’anno la meta scelta è stata la Romania con la visita ai superbi e decoratissimi monasteri della Bucovina, ricchi di storia, di religiosità, di fascino pittorico e tuttora vivi per la vita monastica, in genere femminile, che vi si svolge: più di 300 suore, in alcuni monasteri, cordiali ed accoglienti. Ne visitiamo solo alcuni: Veronet, detta la “Cappella sistina” dell’est con storie bibliche che coprono tutto l’esterno della Chiesa oltre l’interno; Moldovita, pure decorata fuori e dentro con scene significative di storia patria e biblica che ci vengono spiegate da una simpatica suora in un italiano buffo che si vanta di avere imparato da sola e “sul campo”; Sucevita, con un affresco esterno che rappresenta la “Scala delle virtù” con 32 scalini che portano al Paradiso ma da cui cadono in tanti per essere inghiottiti dall’Inferno. Non si finirebbe di guardare, ammirare, interpretare.

Ma andiamo con ordine. La partenza del folto gruppo di pellegrini è lunedì 15 ottobre ad un’ora favorevole per evitare l’alzataccia. Siamo 65 e arriviamo da varie parti della Diocesi. Gli organizzatori, Claudio e Nunzia dell’Ariminum, sono stati previdenti e si sono tenuti larghi con gli orari, visto che c’è sempre chi ha dimenticato la carta d’identità, chi gli occhiali e chi il portafoglio e deve correre a casa a recuperarli. All’aeroporto di Bologna tutto fila liscio e ci imbarchiamo puntuali per affrontare le due ore di volo fino a Bucarest. Ma, sistemati tutti sull’aereo, entriamo in fibrillazione: manca all’appello un compagno di viaggio. Trambusto e ritardo per scaricare la sua valigia e preoccupazione sul suo destino. Solo all’arrivo abbiamo notizie: il simpatico Romano, noto a molti per vari pellegrinaggi passati, si è addormentato su una comoda seggiola dell’aeroporto e al risveglio ha scoperto di essere rimasto solo e a piedi! Non si è però perso d’animo e con un viaggio successivo avventuroso (e costoso) ci raggiunge un giorno e mezzo dopo durante il percorso al nord.

Il nostro pellegrinaggio si snoda attraverso paesaggi bellissimi, città sconosciute finora alla maggioranza di noi e che scopriamo interessanti e ricche di storia: Sibiu con la sua piazza spaziosa contornata da case sui cui tetti si aprono lucernai che paiono “occhi che ti guardano”, una cosa veramente divertente. Biertan, con la grande chiesa fortificata. Sighisoara, graziosissima e coloratissima cittadella medievale, con tante torri costruite dalle varie corporazioni artigiane, anche se tristemente ricordata per il Conte Dracula che in realtà era un Principe valacco, Vlad Dracul. La sua determinazione e la sua ferocia nella lotta di liberazione dal dominio ottomano, se da un lato lo fanno ricordare ai rumeni come un eroe, dall’altro ispirarono lo scrittore irlandese Bram Stoker quando costruì la figura sanguinaria del Vampiro nei suoi romanzi.

Scopriamo una Romania pulita, ordinata, laboriosa anche se arretrata: ci colpiscono i tanti carri trainati da cavalli per i trasporti agricoli. E scopriamo una terra dalla storia travagliata che festeggia solamente 100 anni di unità nazionale; terra di invasioni, di conquiste, di colonizzazione, di spartizioni che hanno lasciato un segno non solo territoriale ed edilizio, ma etnico, linguistico e religioso. Senza confini naturali che la proteggessero, la Romania ha visto popoli arrivare e conquistare, insediarsi e radicarsi: turchi e russi, austriaci e ungheresi che nelle varie regioni hanno lasciato la lingua, la religione, la cultura. E poi ci sono gli zingari, i Rom, che in alcune città distinguiamo per i vestiti ampi, lunghi e sgargianti. Veniamo a sapere che nella Transilvania prevalgono i sassoni e si parla anche il tedesco, nel Maramures gli ungheresi. E poi ovunque si trovano tracce della conquista romana ad opera dell’Imperatore Traiano. La stratificazione linguistica ci viene raccontata dalla nostra bravissima guida Daria, un’italiana che risiede da anni in questa terra che ama profondamente e che ci racconta con entusiasmo e competenza culturale. Da tutto ciò deriva anche la pluralità religiosa: ortodossi, luterani, evangelici e, in minoranza, cattolici sia di rito latino che di rito greco.

L’avere con noi due sacerdoti cattolici di rito greco, padre Cristian, residente a Rimini, e padre Flavius, residente in Romania, ci aiuta a capire e ci introduce agli incontri con i vari sacerdoti che incontriamo e nelle cui chiese celebriamo la S. Messa quotidianamente. I paramenti, l’iconostatsi sono per noi insoliti ma li apprezziamo molto e ci invitano alla solennità della celebrazione ed al raccoglimento. La Santa Messa è sempre concelebrata dai due padri rumeni e da don Davide Pedrosi, felice di avere con sé in pellegrinaggio il suo papà. Il Vescovo ogni giorno ci propone un’omelia intensa e breve: otto minuti si è prefissato come tempo e questo la rende più incisiva e memorizzabile. Ogni volta un tocco speciale sul Vangelo del giorno: Maria che osa sedersi ai piedi di Gesù, modo concesso ai discepoli uomini non alle donne: come avere le mani di Marta e il cuore di Maria? Gesù che prende le occasioni buone e non buone per dare una lezione: il non fare le abluzioni di rito prima di mangiare per insegnare che è la bellezza del cuore che deve preoccupare non l’esteriorità. Gli spunti sono sempre speciali.

Il nostro viaggio finisce a Bucarest, la capitale, che visitiamo l’ultimo giorno. Possiamo ammirare i resti della capitale agli inizi del ‘900 quando era chiamata la Parigi dell’Est con palazzi di stile francese e viali larghi ed alberati, ma possiamo anche vedere le brutture del periodo comunista con palazzoni enormi ed anonimi, euforia della cementificazione. Ma la costruzione che ci lascia sbalorditi, sconcertati e poi scandalizzati è il Palazzo del Parlamento, una enorme costruzione voluta dal dittatore Ceausescu negli anni 80-90 e che è segnale della sua sfrenata megalomania: scaloni, saloni, marmi, stucchi, tappeti, specchi, lampadari, tutto gigantesco. Ci dicono che ci sono 3.000 stanze utilizzate oggi solamente per la metà dall’attuale Parlamento. Ceausescu ne voleva fare l’epopea del suo regime, secondo come estensione solo al Pentagono! Ma non potè mai inaugurarlo: fu giustiziato prima dalla folla impoverita, affamata ed inferocita. Con questa immagine, che ci parla degli eccessi e delle derive delle dittature, lasciamo la Romania oggi terra ridente ed accogliente, laboriosa e ricca di fascino e di religiosità.

Silvia Tagliavini

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