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Periferie: la bellezza che ancora non c’é

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Periferie: la bellezza che ancora non c’è. Sarà questo il tema con cui, venerdì 21 aprile in Sala Manzoni a Rimini, si conclude il ciclo di conferenze La città che ci sta a cuore, che ha visto collaborare numerose associazioni cattoliche nell’ambito del Progetto Culturale Diocesano.
In questo ultima tappa al centro della riflessione saranno le periferie architettoniche e umane di un mondo, quello attuale, in cui sempre più spesso la trascuratezza urbanistica si accompagna al disagio sociale e favorisce l’annidarsi di un malessere che non di rado sfocia in manifestazioni violente e radicalizzazioni politiche.
Duplice, ovvero laico e religioso, sarà lo sguardo con cui si cercherà di analizzare il fenomeno grazie ai relatori invitati, l’arcivescovo di Bologna mons. Matteo Zuppi e l’architetto Eduard Mijic  già collaboratore di Renzo Piano. Duplice perché due sono state le suggestioni all’origine di chi organizza l’incontro, il Centro Culturale Paolo VI: il lavoro svolto da Renzo Piano e dai suoi collaboratori nelle periferie urbane degradate di alcune città europee e italiane e le parole più volte pronunciate da papa Francesco sull’uscire dal centro e ‘andare nelle periferie’ per cogliere la realtà in tutta la sua complessità.

Sfida umana innanzitutto, quindi.
“La realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro. Compresa la realtà di una persona, la periferia esistenziale, o la realtà del suo pensiero; tu puoi avere un pensiero molto strutturato ma quando ti confronti con qualcuno che non la pensa come te, in qualche modo devi cercare ragioni per sostenere questo tuo pensiero; incomincia il dibattito, e la periferia del pensiero dell’altro ti arricchisce”. Ecco la prima sfida, umana e spirituale: dialogare con le periferie e, in un’ottica cittadina, con la vita che in quelle periferie pulsa e chiede di essere ascoltata, che pone istanze al centro, che reclama dignità.

Ecco, quindi, perché pensare un evento culturale sulle periferie. Perché se, certamente, è qui che si raccolgono tanta povertà, bruttezza, sfacelo, emergenze di ogni genere, è anche vero che in esse  a chi le voglia ‘ascoltare’ si annida una potenziale e intrinseca ricchezza. Quale esattamente? La ricchezza di “scoprire nuove cose”, di cambiare prospettive, di rendere periferico, per così dire, il proprio pensiero a vantaggio di un continuo “dialogo” capace di far crescere le persone e la città intera in vista di un obiettivo comune: costruire un luogo cittadino che sia fedele alle istanze profonde dell’uomo.
È vero, dunque, che la città, parafrasando il Calvino de Le città invisibili, deve rispondere alla domanda dell’uomo che la abita, poiché è il luogo del suo vivere e delle sue relazioni, della sua vita, in cui costruisce il suo percorso esistenziale, la sua memoria, appunto.

E qui entra in gioco il secondo aspetto, la seconda prospettiva, la sfida sociale, quella affermata con forza da Renzo Piano: «La missione dell’architettura in questo secolo è salvare le periferie. Se non ci riusciamo, sarà un disastro, non solo urbanistico, ma anche sociale». E il motivo è chiaro, se solo si guarda alle ormai note banlieues di Parigi, che non per un caso sono diventate anche la culla del terrorismo. Secondo il noto architetto, al fine di evitare la perdurante espansione delle periferie (quasi sempre brutte e prive di anima), missione dei costruttori, e ancor prima della pianificazione politica, deve divenire la cura dei centri urbani nella loro interezza, “fecondando e fertilizzando le periferie. Ovunque ci sono grandi buchi neri da recuperare e trasformare, in modo che questi sobborghi diventino luoghi di civiltà, e non solo posti dove si va a dormire”.
È la stessa preoccupazione che esprime papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, laddove osserva come la pianificazione urbanistica, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, non si preoccupa delle numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti, dei più, ovvero di chi vive nelle periferie “e questa contraddizione provoca sofferenze laceranti”.
Ecco perché si vuole parlare anche di bellezza dell’abitare. La ricerca della bellezza è un elemento determinante  nell’esperienza spirituale e anche sociale dei singoli così come delle civiltà: “Se si insegnasse la bellezza alla gente – diceva Peppino Impastato – la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima” o, aggiungiamo noi, di come potrebbero o dovrebbero essere.

Interessante in tal senso anche il richiamo del pontefice alla bellezza del costruire – una sorta di appello a tecnici e politici – quale motore del ritrovare la bellezza della dignità di esseri umani, prima di tutto.
“Un secondo riferimento ci rimanda all’attualità, ai progetti di riqualificazione e di rinascita delle periferie delle metropoli, delle grandi città, elaborati da tanti qualificati architetti, che propongono, appunto, «scintille» di bellezza, cioè piccoli interventi a carattere urbanistico, architettonico e artistico attraverso cui ricreare, anche nei contesti più degradati e imbruttiti, un senso di bellezza, di dignità, di decoro umano prima che urbano”.
Ecco, allora, che mondi apparentemente lontani fra loro – politica, tecnica, edilizia, filosofia e riflessione religiosa – sono chiamati a dialogare e a rispondere insieme a una sfida e a una scommessa che la società odierna, con il crescere di tensioni sociali che germinano anche nelle periferie abbandonate, pone con urgenza: rifondare un nuovo umanesimo per salvare la civiltà umana.
Vi aspettiamo venerdì alle 20.45 in Sala Manzoni.

Paola Affronte e Daniela Bologna
Centro Culturale Paolo VI

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