Il Ponte

“C’è più mafia di quella che siamo riusciti a trovare”

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“Se una cosa ci hanno insegnato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è che la buona riuscita dell’attività mafiosa è legata alla loro capacità di fare sistema. E allora, dobbiamo fare sistema pure noi”. È questo il succo del discorso fatto da Rosy Bindi, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia approdata a Rimini qualche giorno fa per tirare le fila del discorso sulla presenza delle mafie in Riviera. Dopo un giorno di lavori, e gli incontri con i prefetti di Rimini, Forlì-Cesena e Ravenna; con le procure di Rimini, Bologna e Forlì; e con i vertici di Guardia di Finanza, Polizia e Carabinieri, la Bindy ha incontrato i giornalisti per spiegare quali sono le criticità del territorio e dove è necessario mettere le mani per arginare l’operato della criminalità organizzata. “Quello che è certo è che qui c’è più mafia di quella che abbiamo trovato. Lo dicono i reati spia – sottolinea il Presidente –  l’esistenza di quell’insieme di reati che ci fanno pensare ad una presenza sul territorio. Troppi indizi alla quale non corrisponde l’individuazione di un loro modo di fare”. Prostituzione, spaccio di droga, gioco legale che ha inglobato quello illegale, più altri elementi”. Gli altri elementi di cui parla la Bindi non sono cosa da poco, ossia una massiccia e inconsueta presenza di personaggi di spicco delle attività criminali che risiedono sul nostro territorio. “Una concentrazione che non si è mai vista in nessun’altra regione italiana”. Persone che decidono di trasferirsi qui oppure che chiedono di essere mandati nel riminese a scontare pene. Questo vuol dire solo una cosa: “Se vogliono venire qui è perché qui hanno qualcosa da fare. Persone cui appoggiarsi o cui chiedere o rendere favori. Parlo di una concentrazione non solo numerica ma anche rispetto al calibro dei personaggi” . Il quadro non è edificante anche se Rosy Bindi ci tiene a sottolineare che “non ci sono degli insediamenti. Qui non troviamo dei locali di ‘Ndrangheta, per esempio, ma non possiamo negare che ci sono delle presenze mafiose. Mafie italiane che possiamo ipotizzare abbiano dei contatti con mafie straniere”. Basti pensare alle attività messe in piedi dalla criminalità albanese che gestisce un bel pezzo della prostituzione oltre che lo spaccio di droga.  E queste sono le attività classiche della criminalità organizzata, alle quali si aggiungono quelle più “raffinate”, così le ha definite Rosy Bindi, del riciclaggio. “Non possiamo negare che in questo territorio ci sono delle attività a dir poco interessanti. Qui si creano le situazioni ideali affinché questi reati possano essere fatti”. Ci sono il turismo, le molte attività economiche ad esso collegate, le sovrafatturazioni, i night, l’industria del divertimento. Insomma, se l’occasione fa l’uomo ladro, su questo territorio di occasioni ce ne sono, eccome.  Rispetto alle attività di riciclaggio interviene anche l’onorevole riminese Giulia Sarti (M5S) membro della commissione che sottolinea la necessità di andare a indagare le attività dei colletti bianchi. “Commercialisti, banchieri e tutta quella rete di professionisti che si suppone possa fare da supporto a queste attività di riciclaggio”.  La caratteristica principale della presenza mafiosa in Riviera infatti è quella di “Un fari ‘scrusciu e un fari rumuri” (“Non fare casino, non fare rumore”. Uno dei motti di Bernardo Provenzano, che dopo la stagione delle stragi messa in piedi da Totò Riina nel 1992, optò per un periodo di pace e affari senza intoppi). Ovvio che in Riviera non si spara, non si intimidisce, non si usa la violenza, “anche se la violenza è sempre pronta ma non la usano se non ne possono fare a meno”, precisa la Bindi. Troppi gli affari in ballo per mettere in piedi un clima di violenza e intimidazione.  Come fare ad arginare tutto questo? Come fare ad andare oltre ai reati spia e risalire al bandolo della matassa?  “Dobbiamo dotarci di una presenza più specializzata. Per le mafie è un vantaggio non avere la presenza di nuclei specializzati sul territorio di Rimini (adesso le Dda si trovano a Bologna e Ancona, ndr). Bisogna azzerare questi vantaggi e creare dei nuclei di professionisti che possano leggere al meglio la realtà dei fatti e collegare fatti, anche insignificanti, ma che messi insieme ricostruiscono il puzzle dell’attività criminale sul territorio”.

Angela De Rubeis

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