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Amor vincit omnia

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Fidelio, il capolavoro di Beethoven diretto da Asher Fish, al Teatro Comunale di Bologna in un allestimento proveniente da Amburgo

BOLOGNA, 15 novembre 2019 – L’aspirazione alla libertà non appartiene solo a un’epoca storica ben definita. Così come il desiderio di ribellarsi ai soprusi e la volontà di lottare per la giustizia. Il regista Georges Delnon, nello spettacolo concepito per la Staatsoper di Amburgo e ripreso al Teatro Comunale di Bologna, ha spostato l’ambientazione tardo settecentesca del Fidelio – l’opera di Beethoven è tratta dal dramma Leonore di Bouilly – all’epoca in cui la temile Stasi teneva sotto scacco i cittadini della DDR, prima del crollo del muro di Berlino: un’operazione del tutto plausibile e che funziona piuttosto bene in palcoscenico.

Merito dei costumi di Lydia Kirchleitner e, soprattutto, delle scene di Kaspar Zwimpfer, che delineano con cura quasi filologica l’abitazione anni settanta del carceriere Rocco: un interno piccolo borghese, da cui s’intravedono i prigionieri alloggiati in angusti loculi (solo Florestan, nudo, appare in piedi incatenato e con la schiena sanguinante per le torture).

Fidelio, una scena dello spettacolo – Ph Andrea Ranzi Studio Casaluci

Sul fondale, invece, un’enorme vetrata lascia scorgere un bosco (reso dall’efficace realizzazione video di fettFilm) in modo da suggerire quell’attenzione alla natura che ha caratterizzato la stagione romantica. Meno necessari, seppure mai gratuiti, alcuni interventi drammaturgici, soprattutto per le inevitabili conseguenze in termini sonori: Marzelline che suona Per Elisa al piano sotto gli occhi compiaciuti del padre, il fastidioso ticchettio dei tasti di una macchina da scrivere, il cane che abbaia come succedeva durante gli interrogatori. Invece, la proiezione di frasi di Heiner Müller e Georg Büchner aiutavano, queste sì senza forzature, a fornire la chiave di lettura delle scelte registiche.

L’unica opera che Beethoven ha dedicato al palcoscenico, un capolavoro straordinario, va ben oltre la classica pièce à sauvetage destinata a celebrare il trionfo dell’amore coniugale e dei buoni: da ogni pagina si respira l’ininterrotta tensione etica insufflata da una musica meravigliosa. Nonostante ciò, Fidelio – almeno da noi – resta un’opera rara, soprattutto per le difficoltà esecutive.

Il direttore israeliano Asher Fish ha guidato con braccio fermo e vigoroso – ma forse a scapito della flessibilità dinamica – l’Orchestra del Comunale di Bologna, traendo sonorità compatte e decise soprattutto dagli archi: peccato invece che qualche titubanza dei fiati allentasse la tensione. I risultati migliori sono stati ottenuti nell’ouverture (a mancare, nella versione del 1814, è purtroppo la splendida Leonore n.3, pagina sinfonica che il direttore ha rinunciato a inserire nel sottofinale, come fanno molti) e nel magnifico quartetto del primo atto, un po’ meno invece nei due concertati finali.

Nel secondo cast, protagonista Magdalena Anna Hofmann, Leonore sotto le mentite spoglie di Fidelio (questa è una delle prime opere intitolate a una donna): voce che tendeva ad assottigliarsi un po’ in acuto, ma molto espressiva ed empatica con un personaggio che lotta per il trionfo della giustizia. Daniel Frank, nel ruolo di Florestan (a lui tocca un’aria fra le più tremende mai concepite per tenore), è riuscito a destreggiarsi senza gravi cedimenti, evidenziando solo qualche tensione in alto. Un solido, e fin quasi granitico, Rocco è quello disegnato da Pedri Lindroos: sempre molto sicuro anche se penalizzato da un timbro poco accattivante. Il soprano Anna Maria Sarra, come Marzelline, ha mostrato disinvoltura scenica e un’apprezzabile sicurezza vocale. Il secondo tenore, il portiere Jaquino (ed è proprio sulla coppia dei due giovani che più si è concentrata la fantasia del regista), era interpretato con emissione sempre corretta da Sascha Emanuel Kramer: un giovanottone piuttosto inconsapevole di quanto accade attorno a lui. Lucio Gallo ha delineato un sadico Pizarro, costretto a puntare sulle capacità attoriali laddove la voce non riesce ad assumere quelle sfumature sinistre del personaggio. Preciso, seppure un po’ povero di spessore, il Don Fernando di Nicolò Donini, mentre il coro non è apparso sempre a proprio agio in scena.

Nell’insieme uno spettacolo appagante che ha acceso l’entusiasmo del pubblico di Bologna, dove Fidelio mancava da oltre trent’anni. Del resto, non è troppo difficile con un simile capolavoro: i tempi che stiamo vivendo, poi, rendono più condivisibili e intense le preoccupazioni per la libertà.

Giulia Vannoni

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