Il Ponte

Alla vigilia della battaglia

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Nel 1942 la Regia Marina Italiana prese attivamente parte, per conto dell’Asse, alle operazioni belliche sul lago Ladoga, in Russia, nel più vasto ambito dell’assedio di Leningrado, durante la seconda guerra mondiale. Nello specifico, la formazione italiana impegnata nelle operazioni fu la XII Squadriglia M.A.S., sotto il comando del capitano di corvetta Giuseppe Bianchini. Tra i membri della M.A.S. figura anche un nostro concittadino: il nocchiere riminese Nicola Padovani. Il suo racconto in prima persona, riportato di seguito, permette di vedere il punto di vista di un nostro concittadino di uno degli eventi più importanti del secondo conflitto mondiale.

Le coste finlandesi
In tutto il suo sviluppo la nostra spedizione trovò sempre la più cordiale accoglienza e il completo appoggio delle autorità finlandesi, che furono prodighe di aiuti e di una affettuosa assistenza.

In particolare, si affiancò alla nostra spedizione il capitano di corvetta Kalervo Kjanen, che per aver fatto gli studi all’accademia navale di Livorno, come già precedentemente altri ufficiali della valorosa Marina finlandese, conosceva benissimo l’italiano e pertanto fu un prezioso ufficiale di collegamento. Molte delle fiabesche “notti bianche” furono spese a completare i preparativi a Helsinki. Dopo pochissimi giorni, la spedizione si rimise in cammino: i quattro M.A.S. della XII Squadriglia (526-527-528-529) al comando del capitano di corvetta Giuseppe Bianchini, navigando lungo le coste meridionali della Finlandia, frastagliate e bordate di isole come la Dalmazia, si portarono a Vjipuri che, pur nella tragicità delle sue distruzioni, portava l’impronta del suo nobile passato. Vennero quindi abbandonate le acque del Baltico risalendo il canale Saima, per raggiungere il lago omonimo ad una quota di 26 metri sul livello del mare. Attraverso questo lungo canale artificiale, provvisto di chiuse e bacini, si svolgeva in tempo di pace il traffico di legname, che dalle foreste dell’interno veniva portato al mare, alle segherie e ai porti d’imbarco. Il lago di Saima non è un lago come comunemente ce lo raffiguriamo, vale a dire una distesa d’acqua ampia e continua: si tratta, piuttosto, di una frastagliatura di bacini comunicanti ingolfatisi nella foresta, che talora si rinserra in stretti corsi d’acqua.

Con l’aiuto dei piloti locali, i M.A.S. si inoltrarono in quel paesaggio di rara bellezza. Superate le 100 e più miglia del Saima, i nostri M.A.S. trovarono l’approdo a Kakisalmi, in pieno fervore di lavoro per approntare lo scalo di alaggio. Guidati dall’infaticabile tenente Guidotti, i nostri marinai, con l’aiuto delle maestranze del posto, avevano con semplicissimi mezzi approntato uno scalo atto a tirare in secco le unità e caricarle sui vagoni ferroviari. Poiché la linea a semplice binario correva in piena foresta fu necessario, per sicurezza, compiere una corsa di prova, onde stroncare i rami che affacciandosi sulla via ferrata avrebbero potuto danneggiare i fragili scafi.

Finalmente a metà giugno i M.A.S, superato in treno l’ultimo tratto terrestre, arrivarono a Lahdempohja, una cittadina situata in fondo a un fiordo della costa nord occidentale del lago Ladoga. Lì si trovava il comando del settore del lago Ladoga, cui era preposto il colonnello finlandese Jarvinen. Fummo, con nostra vivissima sorpresa, salutati da lui in corretto italiano: “Ben arrivati! Com’è andato il viaggio?”. Jarvinen, infatti, aveva frequentato la scuola di guerra a Torino. Ancora una volta i M.A.S. dovettero essere trasbordati dai vagoni su di uno scalo, e varati nelle acque del lago. I materiali erano stati portati a destinazione e la base di fortuna era stata approntata.
Nel corso di queste operazioni un nostro marinaio era stato ferito durante un bombardamento russo sulle banchine di Lahdempohja e, di conseguenza, ricoverato nel locale ospedale militare, dove fu amorevolmente curato. Con lui, nella stessa stanza, si trovava un soldato finlandese che aveva riportato una ferita analoga al fianco, ma sul lato differente. I due, per questo motivo, restarono forzatamente viso a viso per un paio di mesi, diventando grandi amici, pur con le difficoltà di due lingue molto diverse.

Dopo essersi riforniti, e dopo aver ricalcolato con giri di bussola le deviazioni (dovendo navigare in zone scarse di punti di rilievo), i M.A.S. salparono infine per Sortanlahti, la cosiddetta “baia del Diavolo”, dove era stata fissata la base operativa. Il lago Ladoga si trovava davanti alle loro prore. In forma di pentagono, il lago si estende per circa 90 miglia in latitudine e 60 in longitudine. Solo a nord le coste sono frastagliate e rocciose, mentre altrove la foresta arriva sino alla riva. Il suo emissario è la Neva, che attraversa Leningrado, e le coste sono semideserte: questo perché la temperatura dell’acqua del lago, anche in piena estate, non supera i 6 gradi centigradi.

Dopo una volata di 40 miglia i M.A.S, il 22 giugno, arrivarono a Sortanlahti, una graziosa baia aperta al nord, a circa 20 chilometri dal fronte terrestre della Carellia. All’ansia di operare immediatamente che animava i nostri equipaggi, facevano però ostacolo, in quel periodo, le condizioni dell’ambiente.
Le rotte di traffico che dovevano essere tenute d’occhio correvano verso le sponde meridionali, a breve distanza dai campi di aviazione russa, che risultava sempre particolarmente attiva, mentre da parte nostra vi era uno scarso appoggio aereo. Per di più, nel silenzio che sovrastava normalmente il lago, il rumore dei motori dei M.A.S. si propagava a distanze incredibilmente lontane, dando un tempestivo segnale, e conseguente allarme, della loro presenza. In tali condizioni sarebbe assolutamente mancato il fattore sorpresa su cui i M.A.S. dovevano puntare per avere qualche possibilità di ottenere risultati dalle operazioni.

Continua…

A cura di Pier Domenico Mattani

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