Il Ponte

Da 28 anni un Cuore d’ Africa nella terra di Misano

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Trovo difficile raccogliere in poche battute tutto l’entusiasmo e l’affetto che don Marzio nutre ancora oggi, dopo 28 anni dal suo ritorno in Italia, per la sua Africa: l’Africa nera dello Zambia, l’Africa serena, povera e generosa dei villaggi ai bordi della foresta.
Forse don Marzio è stato il primo prete diocesano, prete “fidei donum”,  a partire per l’Africa mandato direttamente dalla Diocesi, seguito poi da don Claudio Comanducci.
Come è successo? La colpa è di quel viaggio missionario del 1978, che lo ha portato in visita all’ospedale di Sichili, dove operava la dottoressa Marilena Pesaresi.

Una scintilla e poi un incendio.
“Per la verità – dice don Marzio – ho sempre avuto una grande ammirazione per i missionari, anche prima di entrare in Seminario. Mi affascinavano soprattutto le figure di padre Bruno Lonfernini, comboniano e padre Mario Bianchi della Consolata. Il viaggio a Sichili, con un gruppetto di persone della parrocchia S. Martino di Riccione, è stata l’occasione immediata, una provocazione forte. Se nell’impatto con l’Africa – mi sono detto – resisto anche fisicamente, allora posso mettermi per qualche anno a servizio di quella Chiesa. E così è stato: monsignor Locatelli ha dato il suo consenso e io sono diventato missionario “Fidei donum”, cioè prete diocesano affidato temporaneamente ad una missione. In Africa sono rimasto per 8 anni, rientrando in Italia nella primavera dell’88”.

Dato che sei diventato prete nel ’72 e sei partito per l’Africa nell’80, in questi primi anni cosa hai fatto?
“Per il primo anno monsignor Biancheri mi ha mandato a Savignano, poi subito a San Martino di Riccione. Qui ho trovato una fraternità, nei sacerdoti della parrocchia e nei seminaristi che ospitava, da farmi sentire in paradiso. E il lavoro pastorale era proficuo e intenso”.

E di qui, col gruppo missionario della parrocchia, è nato il mal d’Africa.
“È un male che cura parecchi altri mali. Sì, in appoggio alla dottoressa Pesaresi, nell’accordo col Vescovo di Liwingstone, sono partito per stabilirmi a Sichili, lungo il fiume Zambesi”.

Quando noi pensiamo all’Africa immaginiamo subito leoni, serpenti e belve feroci: esiste ancora quest’Africa?
“Da qualche parte sicuramente sì, ma non è il mio caso. Io, i leoni li ho visti, ma solo in gabbia e i serpenti, basta lasciarli in pace. Io comunque non era in Africa per loro, ma per la gente”.

E allora raccontaci del tuo primo impatto con la gente.
“Con gli africani in generale, ma ancor più con gli africani dei villaggi, i rapporti sono immediati, schietti, facili … Si stabilisce subito un rapporto cordiale e aperto, di piena fiducia e di sincera amicizia. Ho vissuto così il primo e il secondo rapporto con la gente del mio villaggio … un villaggio avvolto dalla foresta, lontano dal frastuono della città, che anche in Africa è caotica e stressante. Io poi avevo uno stile di vita un po’ zingaresco: sempre in giro a incontrare gente, nuove situazioni, piccoli raggruppamenti sparsi nella foresta”.

 cosa vuol dire essere prete in Africa?
“Vuol dire mettere alla base di ogni attività pastorale le relazioni personali. È dalla cordialità delle relazioni che nascono rapporti aperti e costruttivi: aperti alla novità del Vangelo, costruttivi della carità fraterna. Tutto si concentra attorno alla missione il cui momento fondamentale è l’assemblea domenicale. Nella cultura semplice di quella gente c’è una grande semplicità di accoglienza: ai piccoli sono rivelate queste cose, diceva un Tale che se ne intendeva. Devo confessare che per me gli otto anni passati in Africa sono stati anni di vacanza”.

E come era la tua vita, la tua giornata, il tuo lavoro pastorale?
“Semplice come quella della mia gente: la giornata cominciava col sorgere del sole e terminava col suo tramonto: questi erano gli unici orari da rispettare, il resto si snodava nella giornata con la massima naturalezza e tranquillità: non c’erano orologi a farci fretta, né cartellini da timbrare, né scadenze o priorità da onorare. E la pastorale era estremamente semplificata perché aderente alla loro vita semplice. Non c’era bisogno di tante agende per gli impegni pastorali o per le messe dei defunti, di tanti documenti o conferenze … La vita era maestra e nella vita si inseriva l’insegnamento del Vangelo”.

In questa semplicità e spontaneità di vita ci sarà stato comunque qualche settore di pastorale più facile o più problematico.
“La cosa più facile era lavorare coi giovani: bastava un pallone e correvano a centinaia. Ma il pallone diventava poi occasione di rifinitura delle relazioni, occasione di amicizia e solidarietà … trasmissione di quei valori che trovavano nel Vangelo la loro motivazione ed il loro fascino. L’aspetto più difficile era quello della pastorale familiare, per via della cultura poligamica”.

E tu eri solo a condurre la missione?
“Con me (io con loro, loro con me) c’erano altri due preti croati, con cui condividere il lavoro nei diversi villaggi. E in ogni villaggio avevamo catechisti e animatori della vita sociale e cristiana”.

Allora anche noi in Italia ci stiamo avviando verso quel modello di pastorale, coi catechisti e i Responsabili di Zona…
“Si può sempre imparare qualcosa di buono. Di sicuro la nostra pastorale, almeno in Italia, ha bisogno di una drastica e salutare semplificazione”.

Ci hai raccontato il tuo primo impatto con la vita africana … E dopo otto anni che impatto hai avuto rientrando in Italia?
“Mi sentivo un po’ soffocare… Quando poi mi è stato detto di venire a Misano Adriatico, mi sono sentito perso. Ricordo che una sera di quell’estate (1988), passeggiando con don Ferruccio sulla spiaggia, guardando la selva di alberghi e il brulichio della gente, mi sono detto: io qui non ce la faccio. Ma poi don Ferruccio, per quel poco tempo che è rimasto con me, è stato capace di ridarmi fiducia e coraggio”.

E come sei riuscito a superare lo sconforto?
“Verso la metà di settembre di quel primo anno, una sera, la chiesa si è riempita per il rosario per un defunto. Non so come sia successo, ma ho sentito il bisogni di scendere in mezzo alla gente e dire: io sono il vostro nuovo parroco (don Gino era morto poco tempo prima). Da quel momento ha cominciato a incontrare la gente e la gente ha cominciato a venirmi a trovare. E da quella sera sono passati 28 anni in un crescendo di fiducia e di collaborazione”.

E poi c’è tutto il resto: l’organizzazione di una comunità che per sua vocazione vive due stagioni, la vicinanza ai poveri che quotidianamente bussano alla porta, la collaborazione con l’Africa che ha dato i suoi frutti anche dopo il ritorno in Italia, il segno indelebile lasciato da don Claudio Comanducci, con quel suo stile spartano, francescano … poi anche missionario in Africa (Mozambico). Ma chi semina è uno e chi miete un altro.

Egidio Brigliadori

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