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USCA, queste sconosciute…

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Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, sono state tante le armi messe in campo dall’Ausl del territorio per combattere nel modo più efficace possibile il virus. Tra queste, però, ce ne sono alcune attive fin dai primi momenti della pandemia, ma che raramente vengono citate o che, addirittura, in molti nemmeno conoscono. E il cui ruolo, però, è fondamentale. Sono le USCA, le Unità Speciali di Continuità Assistenziale:

istituite con il decreto legge 14/2020, risalente al marzo scorso, sono gruppi di medici incaricati di prestare assistenza e gestire la sorveglianza dei pazienti positivi al coronavirus che, però, essendo asintomatici o presentando solo sintomi lievi, non necessitano di ricovero ospedaliero, e che quindi si trovano in isolamento domiciliare. In sostanza, dunque, il loro scopo è quello di gestire i casi Covid a domicilio, alleggerendo il lavoro dei medici di base, dei pediatri e della guardia medica e togliendo pressione alle strutture ospedaliere: inutile sottolineare l’importanza di presidi di questo tipo, soprattutto in un periodo come quello attuale, in cui gli la situazione degli ospedali del territorio di Ausl Romagna è passata al livello rosso, l’allerta più alta (approfondimenti negli ultimi numeri de ilPonte). Come funzionano, dunque, le USCA nello specifico? Vediamolo nel dettaglio.

Panoramica

La costituzione e l’attivazione di un’USCA sono strettamente collegate all’andamento dell’epidemia. “ Il numero di unità da attivare – si legge nel documento del sistema sanitario dell’Emilia-Romagna dedicato all’istituzione delle USCA – è da considerare indicativo ed è direttamente proporzionale alla situazione della diffusione del virus. Il numero e la dislocazione delle sedi vengono individuati dall’Ausl sulla base di una programmazione che tenga conto della casistica ovvero del bisogno di assistenza domiciliare per le persone affette da Covid-19”. Le USCA, dunque, sono soggette a mutamenti continui di numero, sulla base della situazione generale dei contagi che è, per natura, in continua evoluzione. Ma chi sono i medici che compongono queste unità speciali? “ Ogni USCA – continua il documento – è costituita di norma da un numero di medici pari a quelli già attivi nella sede di continuità assistenziale prescelta (guardia medica) o da un numero congruo rispetto alla casistica. Le Ausl valutano, in relazione alla necessità di sorveglianza, l’integrazione delle Unità con personale di supporto”. Dal punto di vista delle professionalità coinvolte, “ possono far parte delle Unità Speciali i medici titolari e i sostituti di continuità assistenziale, i medici che frequentano il corso di formazione specifica in medicina generale regionale e i laureati in medicina abilitati e iscritti all’ordine di competenza”. È possibile, inoltre, l’impiego di infermieri. I medici impiegati sono reclutati su base volontaria e, una volta istituite, le USCA operano con turni diurni dalle 8 alle 20, sette giorni su sette, “ fino a decisioni ministeriali che ne determinino l’opportuna cessazione”.

Le attività delle Unità Speciali

Una volta istituita, come si attiva e come agisce un’USCA? “ Al fine di evitare – illustra il sistema sanitario regionale – che i pazienti con sintomatologia ILI e SARI (rispettivamente sintomi influenzali o da infezione respiratoria,

ndr) o sospetti di Covid-19 si rechino presso gli ambulatori dei medici di medicina generale, dei pediatri di libera scelta, dei medici di continuità assistenziale o nei Pronto Soccorso, il medico di base o il pediatra, dopo aver svolto attività di triage, attiva il medico dell’USCA contestualmente al medico del Dipartimento di Sanità Pubblica, fornendo nominativi e recapiti”. A quel punto, una volta attivata l’USCA, saranno i suoi medici a valutare il tipo di intervento sulla base delle condizioni di ogni singolo paziente. Interventi che possono consistere in consulti telefonici periodici, esecuzione di tampone nasofaringeo o consegna di farmaci. Fatta salva, in ogni caso, la possibilità di ricovero ospedaliero qualora la situazione specifica lo richieda. “ Il medico dell’USCA – spiega infatti la sanità regionale – in base al quadro clinico evidenziato, potrà disporre la permanenza al domicilio con supporto terapeutico o il ricovero in caso di necessità di ulteriore approfondimento diagnostico o di condizioni cliniche critiche, con attivazione del 118 e comunicazione al dipartimento di sanità pubblica e del medico curante”.

I numeri

Quante sono le USCA nel nostro territorio? E a Rimini? Come già accennato, l’attivazione delle USCA è strettamente collegata all’andamento dell’epidemia, quindi i numeri sono necessariamente in continua mutazione. Al momento, gli ultimi dati registrano 60 Unità Speciali in Emilia-Romagna, così distribuite: 12 a Reggio Emilia, 7 a Modena, 6 a Piacenza, 5 a Bologna e Ferrara, 4 a Parma, 3 a Ravenna e Imola e 6 a Forlì-Cesena. Rimini è la seconda provincia in Regione, con 9 USCA. Una rete di Unità Speciali che, da marzo a oggi, ha erogato circa 90mila prestazioni, per un totale di 358 medici e 62 operatori sanitari coinvolti.

 Rimini è stata la prima realtà, in Romagna e in Regione, ad attivare le USCA. – spiega Ausl Romagna – Il servizio è composto da una dotazione organica complessiva di circa 40 medici. In ogni turno sono attualmente operativi 9 medici per le visite a domicilio e 8 medici per le strutture residenziali (RSA). Un servizio di centrale operativa telefonica da parte di medici USCA garantisce la ricezione delle richieste da parte dei medici di famiglia e il necessario confronto per la condivisione della presa in carico e l’attivazione della visita a domicilio”. Ad oggi, le prestazioni erogate dalle Unità Speciali a Rimini sono state ben 13mila.

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