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The haunting of Bly Manor. Il fantasma della non accettazione

Piaccia o meno, siamo nel periodo di Halloween. Anche il panorama delle serie tv, dunque, si adegua cominciando a sfornare diversi prodotti di stampo horrorifico. Tra i più attesi c’è sicuramente The Haunting of Bly Manor, secondo capitolo di una serie antologica pensata e realizzata da Mike Flanagan, regista statunitense abituato a maneggiare la materia del brivido (i suoi due ultimi lungometraggi, Il gioco di Gerald e Doctor Sleep, sono infatti gli adattamenti cinematografici di due celebri libri di Stephen King).

A rimarcare il periodo “halloweeniano”, The Haunting of Bly Manor si apre come la più classica delle storie del terrore: un racconto di fantasmi davanti al fuoco. Il ruolo della narratrice è affidato alla splendida Carla Gugino, che racconta di Danielle Clayton (interpretata da Victoria Pedretti), una giovane governante americana che, in fuga dal proprio passato, giunge in Inghilterra per cercare lavoro e cambiare vita.

Viene assunta da Henry Wingrave (interpretato da Henry Thomas, il piccolo Elliot di E.T. l’extraterrestre), ricco zio di due bambini appena rimasti orfani e sui quali ha ottenuto la custodia. Danielle accetta e si ritrova a diventare la nuova “baby-sitter” dei piccoli Miles e Flora, in una grande magione in stile vittoriano a Bly Manor, nelle campagne dell’Essex.

Ma non è sola: nel suo lavoro è aiutata da Hannah (T’Nia Miller), l’altra governante, molto legata ai bambini e ancora scossa dalla scomparsa dei loro genitori, Owen Sharma (Rahul Kolhi), il divertente e solare cuoco e la giovane giardiniera dall’oscuro passato, Jamie (Amelia Eve). Dopo i primi giorni di ambientamento e dopo aver rotto il ghiaccio con i due bambini, Danielle comincia a notare la presenza di un uomo sconosciuto aggirarsi per la casa. Un uomo che, si scoprirà, avrà a che fare col mondo del paranormale.

In sostanza, dunque, siamo di fronte a tutti i canoni classici delle storie di fantasmi. Ma proprio quando questi canoni vengono presentati e la storia è pronta ad entrare nel vivo, ci si rende subito conto che, in realtà, l’atmosfera e i temi da ghost story non sono altro che un pretesto per raccontare qualcos’altro: la non accettazione.

Accettare per andare avanti

Gradualmente, con il passare delle puntate, ci si accorge che a Bly Manor la morte non si comporta come dovrebbe. Chi muore, a Bly Manor, torna. O meglio, non riesce ad andarsene. Le presenze che infestano la vecchia casa, da ombre e sagome viste di sfuggita nell’oscurità, assumono pian piano forma e identità, permettendo allo spettatore di scoprire le loro storie. E permettendo di conoscerne il minimo comune denominatore: la non accettazione della propria condizione.

Gli amanti che, rifiutandosi di essere separati dalla morte, la attraversano per rimanere insieme (e insieme cercare il modo di tornare tra i vivi); la vecchia governante che, dopo un incidente domestico fatale, rimane ad abitare la casa rimanendone intrappolata, riuscendo a liberarsi solo nel momento in cui prende coscienza di aver perso la vita; la protagonista che, non accettando la scomparsa violenta dell’ex fidanzato, continua a vedere la sua immagine ogni volta che si trova davanti a uno specchio. Se non elabori il lutto, a Bly Manor, il lutto ti perseguita fisicamente.

Ma perché tutto questo accade solamente in quella vecchia casa nell’Essex? Una domanda che trova risposta nelle ultime puntate: nel 17esimo secolo, in una società fortemente maschilista, la vecchia proprietaria del maniero era stata costretta a sviluppare una fermezza d’animo sopra la norma per impedire che il Lord di turno le portasse via i beni di famiglia, ai quali era fortemente legata. Una “testardaggine” talmente radicata e inamovibile da diventare trascendente: nessuno è in grado di scalfirla, nemmeno la morte.

La ferma volontà di proteggere la casa anche dopo la morte trasforma, gradualmente, tutta Bly Manor, modificandone le leggi della fisica e “annullando” la morte. In sostanza, dunque, la non accettazione della morte è in grado di impedire la morte stessa. La non accettazione diventa, così, non solo messaggio della storia e fulcro della caratterizzazione dei personaggi, ma dà vita alla storia stessa. È motore, spiegazione e risoluzione della narrazione stessa.

Funziona?

Al di là di questo messaggio, però, (e non è certamente un messaggio originale) c’è poco di più. Senza prendere in considerazione il lato tecnico, una fotografia un po’ troppo patinata per il genere e degli effetti visivi non proprio all’altezza (anche se questo può essere dovuto a una post produzione penalizzata dalla pandemia), gli elementi più critici sono l’atmosfera e il ritmo.

Un’atmosfera che fin da subito mette in campo tutti gli stilemi della storia horror, ma di horror ha poco o nulla. Praticamente impossibile spaventarsi guardando questa serie (a parte un paio di eccezioni). Il ritmo, poi, non aiuta: la narrazione dà l’impressione che occorresse “allungare il brodo” per giungere al minutaggio delle 9 puntate, quando le vicende potevano risolversi, senza problemi, nella metà degli episodi.

Un’occasione mancata, dunque, per un prodotto che vuole raccontare tante cose, forse troppe, e non riesce a farlo fino in fondo e con un’identità precisa. E questo dobbiamo accettarlo.