Il Ponte

Samuele Rosa, Washington “parla” romagnolo

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fondo monetario internazionale, esternoQuando si sente parlare del Fondo Monetario Internazionale, di solito, si storce un po’ il naso.

Dal punto di vista di un cittadino comune, infatti, questo genere di istituti così grandi e importanti possono apparire come giganti sconosciuti, lontani dalle “persone normali”, che parlano lingue inaccessibili e incomprensibili. In realtà, ed è ovvio, questi grandi organismi che rappresentano i vertici dell’economia globale sono costituiti da uomini e donne, spesso molto più vicini a noi di quello che possiamo pensare. Come nel caso di Samuele Rosa (nella foto), oggi Senior Economist proprio presso il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ma con le radici ben piantate in Romagna. Classe 1969, padre di Coriano, madre svedese e moglie lettone, Rosa nasce a Rimini e cresce a Riccione, e anche se da anni vive a Washington con la propria famiglia non ha mai dimenticato le proprie origini, nonostante una vita fatta di esperienze all’estero. “ Come abituarsi a viaggiare e girare per il mondo? – racconta Rosa – Se sei un giovane romagnolo che va a studiare a Milano e riesci a sopravvivere allo shock di perdere il mare, puoi sopravvivere a tutto”.

Ogni grande viaggio comincia con una scelta. Qual è stata la sua?

“Mio padre, imprenditore, aveva il desiderio che intraprendessi anch’io la strada dell’economia. Una strada che suscitava il mio interesse, ma non proprio con la sua stessa visione: lui si immaginava un percorso nell’economia aziendale, ma io ero maggiormente attratto dai modelli matematici e dalla loro relazione con le dinamiche sociali. Così, una volta diplomato, sono riuscito a superare l’esame di ammissione all’Università Bocconi di Milano e ho intrapreso un percorso di studi in economia politica. È stato alla fine di questo percorso che è cominciato il mio viaggio internazionale”.

Ci racconti.

“Dopo la laurea, il mio professore mi suggerì di andare a fare un’esperienza nell’ambito delle istituzioni europee. Nello specifico, il mio primo lavoro fu presso la Commissione europea: mi recai in Lussemburgo prima, e a Bruxelles poi, con l’incarico di occuparmi dell’andamento del mercato delle materie prime in ambito agricolo. Erano gli anni ’90 e questo mi permise di vedere da vicino il processo che stava portando alla nascita della moneta unica. Così, feci il concorso per entrare nell’Istituto Monetario Europeo e venni assunto”.

Ha partecipato, in un certo senso, alla storia.

“L’Istituto Monetario Europeo era l’organismo che si occupava dei lavori operativi che portarono alla nascita della Banca Centrale Europea. In sostanza, era l’embrione della BCE. Quando questa nacque mi chiesero di rimanere, e così feci: lavorai a Francoforte dal 1995 al 2000 e, con una punta di orgoglio, ricordo di essere stato il più giovane economista assunto in quegli anni”.

Ma il suo viaggio non era ancora terminato. La meta successiva: gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale, dove vive e lavora ancora oggi. Com’è arrivato a questo incarico?

“Arrivai a Washington, al FMI, quando ancora ero in BCE, per specializzazione. Dopo questa esperienza, al FMI mi chiesero di restare, così decisi di accettare anche questa opportunità, con l’idea di arricchire maggiormente il mio curriculum e poi, però, tornare in Italia per spendere le competenze acquisite ‘in casa’. Ma il mio destino era un altro: in quegli anni, infatti, conobbi quella che sarebbe poi diventata mia moglie, e così decidemmo di restare a vivere negli Stati Uniti”.

Di cosa si occupa oggi?

“Lavoro nei cosiddetti programmi di aggiustamento strutturale, che rappresentano una delle attività principali del FMI. In sostanza, si tratta degli strumenti utilizzati per far fronte ai disequilibri macroeconomici di cui soffre un Paese. Nello specifico, in una prima fase vengono offerte delle somme di denaro al Paese in sofferenza al fine di aiutarlo nell’emergenza senza che questo debba ricorrere a tagli della spesa sociale. Successivamente, vengono svolte delle visite regolari nel Paese per verificarne il percorso di ripresa e, sulla base di questo monitoraggio, si valuta se è necessario continuare il sostegno oppure no. Parallelamente a questo, si procede con un’assistenza tecnica: si forniscono allo Stato in difficoltà le competenze necessarie per gestire autonomamente i propri problemi così che, una volta risolta l’emergenza, sia lo Stato stesso ad ‘aiutarsi da solo’”.

Passiamo al lato privato. Molti anni vissuti negli USA, un Paese tanto vicino quanto lontano dal nostro, nel quale ha deciso di costruire la propria famiglia.

“Sì, ma non senza difficoltà. Io e mia moglie sentivamo il forte desiderio di avere dei figli, ma per ben quattro anni non ci siamo riusciti. Così, anche grazie al mio background di viaggiatore, ho capito che nel mondo c’erano già tanti bambini che avevano bisogno di una famiglia. Abbiamo cominciato a pensare all’adozione ma, nel frattempo, non abbiamo dimenticato il nostro desiderio, al quale dedicavamo le nostre preghiere. Ricordo di esserci affidati a San Giuda Taddeo, che viene definito il santo delle cause perse, e da lì in poi è cambiato tutto: il primo figlio è arrivato. E ne sarebbero arrivati altri cinque: evidentemente le nostre preghiere erano arrivate forte e chiare! Arrivati i figli, abbiamo deciso di rimanere negli Stati Uniti perché nel tempo ci eravamo circondati di persone incredibili”.

Spesso, quando pensiamo agli americani, ci imbattiamo nell’immagine di persone accoglienti ma tendenzialmente individualiste, poco affini alla vita comunitaria. È davvero così?

“È un luogo comune molto fuorviante, purtroppo. Anzi, devo dire che negli anni la situazione si è completamente ribaltata rispetto all’Italia”.

In che senso?

“Guardando all’Italia, oggi il valore di essere comunità, di essere aperti e al servizio del prossimo rimane vivo e presente quasi solo negli ambienti cattolici, mentre al di fuori gli italiani sono sempre più individualisti. Abbiamo una sola tradizione religiosa alla quale o si è affini o si è contro, è molto difficile dialogare su questo in casa nostra.

Negli USA, invece, convivono tante tradizioni religiose e culturali diverse, e le persone sono naturalmente portate a dialogare, a dibattere e confrontare i propri percorsi personali, con apertura e rispetto. Addirittura nelle metropoli, o almeno questa è la mia esperienza a Washington, a volte si ha la sensazione di essere in una sorta di ‘paesone’, in cui è molto forte la vita di quartiere, la cultura del vicinato, della prossimità e della comunità. E, da un punto di vista religioso, questo si traduce in chiese sempre piene, anche di giovani e famiglie, cosa rara in Italia. Credo che in questo dovremmo prendere spunto dagli americani, dobbiamo ritrovare un rapporto vivo e concreto con la nostra tradizione, in modo da ritrovare il giusto rapporto con la realtà”.

Una vita in viaggio, ma senza dimenticare da dove si è partiti. Che rapporto ha mantenuto con la Romagna?

“Un rapporto strettissimo e costante che, addirittura, con il tempo si è amplificato. Da tanti anni, infatti, invece di trascorrere le vacanze in giro per il mondo ho deciso di tornare per un mese in Romagna con tutta la famiglia, in modo che i miei figli possano sentirsi a casa anche qui. Amo soprattutto l’entroterra, ricco di storia. Ma anche quando riparto porto un po’ di Romagna con me: soprattutto in cucina, organizzando momenti di convivialità con i nostri amici americani a base dei piatti della tradizione romagnola. Inutile dire che siano molto, molto apprezzati”.

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