Taybeh. La collina degli ulivi dove la resistenza è una scuola di fede concreta e quotidiana
“L’esperienza che viviamo ogni giorno a Taybeh non è soltanto sociale o nazionale: è prima di tutto un’esperienza di fede vissuta. Qui capisco quotidianamente che il Vangelo non è un testo lontano, ma una parola viva che prende forma nella vita delle persone, nelle loro ferite, nella loro speranza e nella loro scelta di rimanere”.
Non ha compiuto 40 anni padre Bashar Fawadleh, per Asia News tra le personalità più influenti del 2025. Dal 2021 è il parroco di Taybeh, l’unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, 1.200 anime dedite per lo più alla coltivazione dell’ulivo, famose per il vino prodotto sin dall’antichità e oggi anche per la birra. Ma sono 15 le famiglie che hanno deciso di emigrare via Giordania verso Stati Uniti, Spagna e Guatemala (e tante altre ci stanno pensando) dopo l’inasprirsi delle restrizioni imposte da Israele e degli attacchi dei coloni a seguito dell’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023.
Gli attacchi dei coloni
“I coloni mandano le mucche a mangiare i frutti dei nostri alberi, ci impediscono di andare a raccogliere le olive, bruciano le nostre macchine, vogliono spaventarci affinché andiamo via”, spiega padre Bashar. Un’escalation culminata il 7 luglio scorso, quando una banda di coloni ebraici ha appiccato incendi nei pressi del cimitero cristiano bizantino e alla chiesa di San Giorgio, del V secolo, tra i più antichi e venerati luoghi di culto per i cristiani di Palestina. Una settimana dopo, il 14 luglio, i patriarchi delle Chiese cristiane di Terra Santa insieme ad una ventina di diplomatici hanno portato la loro vicinanza e solidarietà.
Resistere non è esercitare la rabbia, è dire la verità
Non tarda e nemmeno è incerta la risposta di padre Bashar a chi provocatoriamente gli domanda perché lui e i suoi non imbraccino un fucile e inizino a difendersi. Prima precisa che per gli accordi di Oslo i palestinesi non possono portare armi e che la polizia palestinese non può intervenire in questioni che vedono implicati israeliani. Poi, soprattuto se il provocatore insiste, spiega cosa sia la resistenza dei cristiani palestinesi, ovvero la pratica quotidiana del rifiuto della logica della rabbia, ma anche il rifiuto del silenzio di fronte ai soprusi. “ Il nostro compito è dire la verità”. Così, si resiste all’occupazione “ non con le armi ma con la fermezza delle radici, con la protezione della persona e con la difesa dell’identità palestinese viva, storica, che guarda al futuro”. Non una reazione, ma “ una scelta etica che afferma la dignità della persona di fronte alla logica della forza”.
L’esempio delle famiglie cristiane di Taybeh
Racconta padre Bashar che quando vede “ le famiglie che continuano a custodire la loro terra, i giovani che scelgono di restare nonostante le difficoltà, e la comunità che si sostiene reciprocamente nei momenti più duri, sento che la fede diventa concreta. Non è più soltanto una preghiera o una liturgia, ma una presenza quotidiana che ci insegna cosa significa davvero fidarsi di Dio”.
Un’esperienza che “ alimenta profondamente il mio cuore sacerdotale. Mi ricorda che la mia missione non è semplicemente guidare una parrocchia, ma accompagnare un popolo che porta nella propria storia una testimonianza viva del Vangelo. In questo senso, la resistenza cristiana che vediamo a Taybeh è per me una scuola di fede: mi insegna che la croce non è mai l’ultima parola, e che la speranza cristiana nasce proprio nei luoghi dove sembra più difficile credere”.
La fatica quotidiana diventa testimonianza
Come uomo, “ poi, questa realtà mi rende più umile. Perché spesso sono i semplici – una madre, un anziano, un giovane che non vuole lasciare la sua terra – a ricordarmi cosa significa davvero credere. Loro trasformano la fatica quotidiana in una testimonianza silenziosa ma potente”, sottolinea Bashar.
“Per questo dico spesso che rimanere qui non è soltanto una scelta emotiva: è una vocazione. È il modo con cui la nostra comunità continua a dire al mondo che la fede può diventare radice, presenza e speranza anche nelle situazioni più difficili. E forse è proprio questo che Taybeh mi insegna ogni giorno: che la fede non si difende con le parole, ma si custodisce con la vita”. Ed è questo che fa la differenza
“La Chiesa è presenza” e anche inventiva
La Chiesa è sempre presenza”, risponde padre Bashar Fawadleh se gli si chiede come si agisca nel concreto per sostenere la popolazione cristiana che ancora resiste a Taybeh. In pratica ci si rimbocca le maniche e si spremono le meningi per creare le condizioni basilari di sostentamento.
Obiettivo lavoro
“Qui la vita è dura perché non c’è lavoro per tutte quelle persone che prima del 7 ottobre avevano il permesso per andare a lavorare a Gerusalemme e che adesso non lo hanno più”. Si parla, spiega Bashar, di un centinaio di taybani. “Per loro abbiamo creato dei posti di lavoro permanenti nelle istituzioni cattoliche presenti nella nostra parrocchia: il centro Caritas, la scuola, la casa per gli anziani, la casa di accoglienza e l’ufficio della parrocchia. Abbiamo anche una web radio”.
Accanto a ciò, la parrocchia si sta adoperando per offrire posti di lavoro temporanei. Il progetto riguarda “70 persone che possono accedere a contratti di tre, sei o nove mesi”. C’è attenzione anche per l’empowerment femminile. “Vogliamo creare un laboratorio di ceramica per insegnare il mestiere a dieci donne della nostra zona”.
L’emergenza abitativa
Il giovane parroco ha pensato anche ad un piano per contrastare l’emergenza abitativa. Un po’ come qui in Italia, anche a Taybeh gli affitti sono spesso troppo cari per le giovani coppie. “Vogliamo costruire venti appartamenti per le giovani famiglie bisognose che vogliono continure a vivere qui”. È già scattato il fundraising.
“Invitiamo tutti a fare una donazione, voi, la vostra parrocchia, la vostra diocesi (qui tutte le info https://lpj.org/ en/sectors/health). Ma soprattutto vi chiediamo di aiutarci a fermare gli attacchi dei coloni israeliani”.

