Home Attualita “Con la mototerapia regalo sorrisi”

“Con la mototerapia regalo sorrisi”

E’ un mercoledì pomeriggio di metà estate. Il cielo è terso. L’asfalto bollente. In macchina si respira solo perché l’aria condizionata è al massimo. Sto raggiungendo Cattolica dove, alle 15, ho appuntamento, al Bagno Lele, con Vanni Oddera, freestyler e campione di motocross di cui, sinceramente, fino a qualche giorno prima non conoscevo l’esistenza. “Ospite dell’associazione 3zero3 farà vivere ai ragazzi disabili un pomeriggio di divertimento cavalcando il solco della mototerapia”. Così è scritto nella mail arrivata in redazione. Mototerapia. Mai sentita. Incuriosito vado a documentarmi e scopro un personaggio davvero fuori dagli schemi. Basta andare su Youtube per vederlo sfrecciare nei corridoi degli ospedali con i bambini in sella, sorridenti. Voglio conoscerlo. E così, nonostante le temperature equatoriali, parto. Arrivo in spiaggia e provo a cercarlo con lo sguardo finché non mi si presenta davanti un ragazzo tutto tatuato, con un bicchiere di vino in mano e un linguaggio, diciamo così, un po’ colorito: Ciao, sono Vanni. Da lì entro nel suo mondo, lui non fa nulla per ostacolarmi, anzi, si apre a 360 gradi e mi regala l’opportunità di mettermi in sintonia con lui.

Vanni, partiamo proprio dall’inizio.
“Sono nato nel 1980 in un piccolo paese di montagna, Pontinvrea, che si trova nell’entroterra ligure. Fin da piccolo sono stato un bambino un po’ diverso dagli altri, a me piaceva stare nel bosco, da solo, cercando sempre di spingermi oltre. Sfidavo i pericoli facendo regolarmente quello che mi veniva detto di non fare. Ti faccio un esempio. Un giorno in una delle mie passeggiate incontro un cinghiale. Cosa fa un bambino normalmente? Urla e scappa. Io, invece, mi sono avvicinato e ho iniziato ad accarezzarlo. Insomma, dopo alcuni giorni lo avevo praticamente addomesticato”.

Immagino che i tuoi genitori non siano stati contenti.
“Affatto. Ma del resto, chi lo sarebbe stato? Comunque mia mamma inizia a tartassarmi perché vuole che mi dedichi a qualche sport e mi iscrive a un corso di pattinaggio artistico sperando di tenermi lontano dal bosco. Il problema è che durante l’elettrocardiogramma obbligatorio si accorgono che ho una patologia molto rara: ho il cuore a destra anziché a sinistra; ho tutti gli organi invertiti con il fegato al posto della milza, i reni spostati, così come i lobi del cervello, e il sangue che circola in maniera contraria. Non solo, mi trovarono anche l’osso del tallone vuoto, un’altra cosa rarissima e molto pericolosa perché se si dovesse rompere sarebbe quasi impossibile da ricostruire e resterei zoppo”.

Scusa, ma la moto in tutto questo?
“Arriva, arriva. Anzi, è già arrivata nel mio cuore, ma concretamente deve passare ancora un po’ di tempo per acquistarne una, ma quando me la trovo sotto il culo… sbam! Inizio a farci quello che voglio. Salti, acrobazie, evoluzioni a oltre 30 metri d’altezza e chi più ne ha più ne metta. In poco tempo divento un freestyler amato e osannato”.

E arriviamo così al momento che ti cambia la vita.
“Mosca, 2009. Dopo un’esibizione torno in hotel per cambiarmi. Mi faccio una bella doccia, mi vesto bene, mi profumo e prendo un bel gruzzoletto di soldi. Un paio d’ore dopo ci sarà una megafesta, mi attendono alcol a fiumi e ragazze pronte ad assalirmi, il massimo per un 30enne come me. Chiamo un taxi, esco dall’albergo e quando arriva ci salgo tranquillamente sognando quello che accadrà da lì a poco. Appena chiudo lo sportello, però, vengo raggiunto da un odore di urina nauseabondo. Mi piego per capire cosa stesse accadendo e incazzatissimo mi sporgo in avanti per parlare con l’autista. E lì mi si presentata la fotografia che ha completamente cambiato la mia vita. Quell’uomo non aveva le gambe, era un mezzo uomo. Ma anziché fare l’elemosina guidava un taxi superando la sua stessa vergogna, quella di stare in mezzo alla sua urina. Diventai tutto rosso, ricordo che provai un dolore enorme allo stomaco, come quando ti danno un cazzottone. Gli diedi tutti i soldi che avevo con me, scesi, salii in albergo e rimasi sveglio tutta la notte pensando alla vita fortunata che stavo vivendo”.

Mentre mi sta parlando arriva Andrea, un ragazzo di Fano. “Vanni, sei tu? Davvero? Mamma mia non posso crederci”. Si toglie dalle spalle lo zaino che porta con sé, lo apre, tira fuori un libro intitolato «Il grande salto. Ovvero come ho capito che l’amore per gli altri rende felici» e gli chiede se glielo può firmare. “Sai, sono un trapiantato. Mi hanno messo già due fegati diversi. Mio fratello uguale. Non sai quanto mi ha aiutato il tuo libro nei momenti più duri. Grazie, davvero”. Gli occhi di Vanni si inumidiscono. Cerca una penna, gli fa una dedica e lo invita a una corsa a «cannetta» con lui, sulla moto d’acqua. Poi si gira di nuovo verso di me e mi chiede dove eravamo rimasti.

Alla tua notte insonne.
“Già, l’inizio di tutto. Insomma, la mattina dopo torno a casa e durante il viaggio mi ripeto che devo restituire in qualche modo quello che ho ricevuto dalla vita. Mi viene in mente un ragazzo del mio paese. Un cristo di due metri, tutto rasato, con un corpo da culturista. Insomma, uno che se lo incontri la notte ti caghi addosso dalla paura. Sapevo, però, che lavorava in una casa per disabili e così l’ho cercato e gli ho chiesto se potevo incontrare i ragazzi, se potevo portare la mia moto e se potevo fare qualche salto. Organizzammo il tutto e…”.

E…
“E fu una giornata che non dimenticherò mai. Non solo perché alla fine del mio spettacolino vidi le loro facce piene di vita, ma sopratttto perché uno di loro mi fece la domanda che poi ha fatto partire tutto quanto: Mi fai provare la moto? Lo presi, lo misi tra me e il manubrio, e iniziai a salire e scendere per le collinette di terra e lui rideva, urlava, piangeva. Quando mi fermai mi disse che era stata la cosa più bella della sua vita. In quel momento partì il progetto della mototerapia”.

Come funziona?
“I ragazzi arrivano nella location quando tutto è già pronto. Accendo la moto vicino a loro e li faccio sedere accanto alle rampe perché devono essere parte integrante di tutto quello che sta succedendo. Poi inizio a saltare e loro sentono la botta dentro la rampa di lancio, l’aria che si sposta, l’atterraggio, il volo. Quando finisco, tolgo il casco, torno la persona che ero prima e li invito a salire in moto con me. Salgono tutti. Ragazzi disabili e autistici. Faccio guidare anche i bambini ciechi: loro tengono la moto, io la direziono con il corpo. Vado anche nelle corsie degli ospedali. Ma sai che hanno fatto uno studio e hanno visto che i ragazzi che fanno mototerapia migliorano il loro stato psicologico? È una cosa fantastica. Sapere di poter regalare un po’ di gioia a questi ragazzi non ha prezzo. E ringrazio davvero tutti quelli che in questo contesto mi danno una mano perché come dico sempre, partendo dalle piccole cose si può arrivare a smuovere le montagne”.