Il Ponte

In alto la penna

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Mi dispiace, ma non verremo a Rimini. L’avevano atteso per due anni, confermato più volte, quasi nell’ansia di perdere l’occasione della festa… Sono un gruppo di alpini piemontesi che dovevano essere ospiti della mia parrocchia in queste giornate straordinarie che coinvolgono il nostro territorio. “ Ci dispiace tanto, ma il nostro gruppo sta gestendo un centro per profughi ucraini e non possiamo certo lasciarli soli in questo momento”.

Bravo Giorgio, bravi amici tutti, che nel servizio interpretate il modo migliore di essere persone che tengono alta quella penna, che storicamente è simbolo di patriottismo, ma anche segno di una volontà di volare alto, mantenendo quella leggerezza d’animo che aiuta nella rinuncia di qualcosa pur atteso da tanto, e che consente uno sguardo comunque sereno, proiettato nel futuro.

Rimini in questi giorni si ferma, indossa il vestito tricolore della festa e accoglie l’Italia dei mille campanili che per 10 ore sfilerà compatta in città. Chi ha già assistito altre volte a questo evento afferma che non è una parata, né un’esibizione folk. L’anima più genuina di questo rito annuale, per due anni sospeso per il Covid, sta soltanto nel riconoscersi persone, stimarsi a vicenda nel condividere oggi la scelta del servizio.

“L’amicizia che esprimiamo – scriveva un sacerdote alpino, don Onorio Spada – è la miglior forma di organizzazione”.

E forse è questo il segreto della longevità dell’animo alpino, che dopo aver sofferto la guerra, è per primo impegnato in opere di pace. Scriveva ancora nel dopoguerra don Onorio. “ Noi, uomini che abbiamo fatto la guerra, ma che vogliamo e amiamo la pace, senza per questo dimenticare chi ha lottato, chi è morto, chi pena per la malattia o l’invalidità contratta sui campi di battaglia, noi abbiamo ancora una parola da dire a quelli che ci stanno vicini, ed anche ai lontani: vogliamoci bene, aiutiamoci nelle inevitabili difficoltà, facciamo in modo che la penna nera, così come fu una bandiera di oscuri egoismi quando eravamo alle armi, sia oggi un segno di pace, di lavoro e di fraternità”.

E forse da quella lunga sfilata che partirà da piazzale Gondar e si concluderà in piazza Marvelli, coinvolgendo 80.000 alpini, divisi in 110 sezioni, di cui 80 italiane e 30 estere, con bande, fanfare, cori alpini, potremo imparare che come diceva don Onorio: “ Alzarsi e camminare insieme, ecco la sostanza di tutto: uno da solo non ce la fa”. Vale ancor più in questi anni di politica litigiosa, di legami sempre più incerti, di solitudini e dipendenze tecnologiche, di pretese a chiudersi nei confini di una stanza con un comodo divano, mentre a due ore di aereo si muore anche oggi per la guerra. La pace è luce fondamentale, ma è anche una luce fragile. Basta un soffio per spegnerla.

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