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Immigrati, “Volontari inattesi”

L’emergenza Covid-19 ha messo in ombra le polemiche, spesso sterili e faziose, degli ultimi mesi, in particolare quelle legate alle contrapposizioni tra gli “stranieri”, i migranti e gli italiani.

Ma tra le tante storie di solidarietà nate tra i marosi della pandemia e della quarantena c’è proprio quella del lavoro gomito a gomito tra persone di provenienza diversa, perché di fronte alle necessità della comunità ogni aiuto ha lo stesso peso.

Facciamo un passo indietro. A metà marzo comincia la quarantena. Le restrizioni sono strette, il rischio di infettarsi è alto. La Caritas chiede ai volontari con età superiore ai 65 anni di interrompere le attività operative.

Caritas lancia quindi una chiamata ai più giovani per trovare nuovi volontari.

Abbiamo fatto appello al senso di appartenenza alla comunità, all’umanità, all’altruismo chiedendo di pensare a chi vive in strada, agli anziani soli, alle famiglie in difficoltà”, dice Mario Galasso.

La risposta va oltre ogni aspettativa: sono tantissimi i ragazzi bloccati a casa dal lavoro e dalla scuola che rispondo e si mettono a servizio dei più deboli.

Lavorano in cucina, nel giro nonni, al telefono per chiamare e organizzare le spese per chi non può uscire, e tanti altri servizi che Caritas organizza quotidianamente.

Sembra superfluo ribadire che i volontari sono sia ragazze e ragazzi riminesi che migranti, come se non facessero tutti parte della stessa comunità, come se il confine tra chi è nato qui e chi è arrivato in un secondo tempo, fosse qualcosa di più che una strumentalizzazione politica, e come se, per qualche motivo davvero insondabile, persone di un’altra cultura dovessero essere meno contagiate dalla solidarietà.

Sottolineare che sono stati tanti i ragazzi di origine straniera tra i volontari Caritas è, però, necessario in un momento in cui, purtroppo, queste differenze vengono ancora sentite. È importante anche per la particolarità di queste storie, spesso fatte di viaggi terribili e grandi sofferenze.

La storia di Alpha

Come ci racconta Alpha Diallo (nella foto a sinistra), arrivato in Italia dalla Guinea 4 anni fa. Alpha parla un ottimo italiano e vive da solo. Lavora in cucina in un McDonald’s, e durante la quarantena, come tanti altri, si è trovato a casa con tanto tempo libero.

Non ci ho pensato due volte e ho chiamato la Caritas per dare una mano come potevo. Ho lavorato alla preparazione pasti per il giro nonni. Li mettevo nei sacchetti e andavamo a consegnarli davanti alla porta delle persone a cui erano destinate”.

Perché hai deciso di fare volontariato?

Non so cosa succederà domani, la vita è sempre molto incerta. Io ho passato tante difficoltà, ma ora vivo da solo e lavoro. Per me è importante aiutare chi vive una situazione di grande sofferenza, perché so cosa sta passando.

Anche io ho vissuto momenti duri in cui si pensa di non avere speranza, come mi è capitato in Libia e durante il viaggio che mi ha portato in Italia”.

L’esperienza di Alpha in Caritas è stata sicuramente formativa, tanto che anche ora che ha ripreso il lavoro sta cercando di concordare degli orari in Caritas per poter continuare a fare servizio almeno tre, quattro volte a settimana.

Restituire quanto ricevuto

Diversa, ma sempre rilevante, l’esperienza di Khaled Bejaoui (nella foto a destra), tunisino di 47 anni, in Italia da 26, che appena ha letto l’appello del vicesindaco di Rimini Gloria Lisi, per il volontariato, ha chiamato senza indugi in Caritas per chiedere di poter fare servizio.

Ho dato una disponibilità totale. – racconta – Ho lavorato in Romagna per tanti anni come stagionale, e ho imparato a fare il tuttofare negli alberghi e ora lavoro come magazziniere. In questi anni ho lavorato anche in cucina ed è in questo ambito che ho dato una mano alla Caritas di Rimini, come aiuto cuoco, preparando i pasti per il Giro nonni”.

Se lo spirito solidale di Alpha nasce soprattutto da un sentimento di empatia, di vicinanza nel momento di difficoltà, quello di Khaled aggiunge anche il riconoscimento di quanto ricevuto.

Quando tutto sembrava perduto – racconta – la Caritas mi ha dato quello di cui avevo bisogno per uscire da un momento di grande difficoltà. Erano appena nati i miei due figli, un parto gemellare e mia moglie non aveva il latte.

All’improvviso ci siamo accorti che da soli, questa volta, non ce l’avremmo fatta. Ci siamo rivolti alla Caritas, e loro ci hanno aperto le porte. Con quegli aiuti siamo riusciti a ripartire; oggi i miei figli – Omar e Miriam – hanno sei anni e vanno a scuola, in prima elementare. Ecco perché, anche con quel poco che posso, sono felice di aiutare gli altri e dare una mano a chi mi è stato vicino. Io che ci sono passato, so quanto vale una parola di conforto e un gesto di solidarietà. Ho ricevuto tanto quando avevo bisogno e ora, semplicemente, è venuto il momento di restituire il favore a chi ne ha bisogno”.